Dieci anni sono nulla, in un mondo del lavoro italiano caratterizzato da salari stagnanti, ma sono un’era geologica in quello della logistica, settore in cui da poco più di un decennio il sindacalismo di base ha sperimentato forme di lotta, di successo, abbandonate da quarant’anni. Un settore in continua crescita, anche grazie a internet – il fatturato in Italia è passato da 71 miliardi nel 2009 ai 112 del 2023 –, non delocalizzabile, che sta portando la politica italiana, miope e schiacciata da tempo dalla parte padronale, a reagire con forme di repressione inedite. Così il ministro Matteo Piantedosi il 25 settembre scorso è arrivato ad affermare in parlamento che nel nuovo Ddl Sicurezza è previsto il reato di blocco stradale pacifico (pena da 6 mesi a due anni se il fatto è commesso in più persone) proprio perché, ha spiegato, gli scioperi nel settore della logistica sono ormai «egemonizzati dalle sigle più oltranziste del sindacalismo di base», che utilizzano anche i blocchi delle merci e il picchettaggio, e «confliggono con il legittimo interesse dell’impresa» di proseguire con il lavoro. Che sia legittimo, si dovrebbe discutere, dati i sequestri milionari e commissariamenti che hanno colpito le multinazionali della logistica dal 2025 in poi. Ma come si è arrivati fin qui?
Il sistema logistica
Ben prima che le procure se ne occupassero, a descrivere il sistema contro cui si battevano nel settore della logistica erano i sindacati locali. Lo schema è sempre lo stesso: un committente, una o più società filtro, una o più società serbatoio di manodopera, che attraverso appalti fittizi mettono in piedi un sistema di false fatturazioni volto all’evasione fiscale e quindi al riciclaggio di denaro. Queste società in appalto spesso chiudono, di continuo, scompaiono, lasciando i lavoratori senza contributi e Tfr. I lavoratori apprendono man mano di aver cambiato datore di lavoro, nonostante i «padroni», quelli che danno gli ordini, siano materialmente le stesse persone. Non ha origine nella logistica né in tempi recenti (le commissioni parlamentari ne scrivevano già negli anni Cinquanta), ma con il boom di internet e dei magazzini, dal 2005-2007, ha avuto un’esplosione, con i sindacati tradizionali troppo spesso incapaci di proporre contromisure. «Quando siamo partiti» nel 2011, con un enorme sciopero alla Tnt «non abbiamo trovato un vuoto, abbiamo trovato un pieno di corruzione e di evasione: era un sistema», racconta Carlo Pallavicini, tra gli animatori dei Si Cobas di Piacenza. Le buste paga erano a zero, il nero totale. Quel livello di illegalità sparisce presto, ma orari di lavoro ben oltre le 8 ore, scatti d’anzianità mancati, buste paga falsate (con utilizzo della «trasferta italia» come sistema per pagare compensi ordinari), il contratto multiservizi al posto del corretto (e più remunerativo) Contratto collettivo nazionale (Ccnl) della logistica, restano la norma per anni. E continuano a essere la norma oggi dove il sindacato non c’è.
Blocco delle merci e repressione
Ma a Bologna, a Modena, a Parma, poi a Milano, Brescia, Verona, dal biennio 2012-14 in poi viene reintrodotto, da alcuni sindacati di base, creati dall’incontro tra operai migranti e militanti italiani, spesso giovani, il più tradizionale e dimenticato dei sistemi di sciopero: il blocco delle merci. Che, nel caso della logistica, equivarrebbe a un blocco della «produzione», che è lo spostamento delle merci in sé. Nonostante i tentativi di sgombero ripetuti, le denunce, gli attacchi ai picchetti anche violenti e non rivendicati, i risultati fioccano: un giorno di blocco può portare danni di centinaia di migliaia di euro, date le penali esistenti in caso di mancata consegna. Arrivano adeguamenti contrattuali, rimozione di caporali (nel caso di Yoox, nel 2014 a Bologna, si arrivava ad abusi sessuali) o cooperative, regolarizzazioni. Non senza fatica: a volte gli scioperi durano mesi. Con una conseguente pioggia di denunce per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e, quando va peggio, estorsione. O maxi processi riguardanti specifiche agitazioni (Italpizza, Alcar Uno) per cui i committenti richiedono rimborsi milionari, con più di 80 lavoratori e sindacalisti imputati. Le denunce dal 2018 a oggi sono almeno tremila solo tra Lombardia ed Emilia. Una situazione particolarmente pesante per i migranti – la maggioranza dei lavoratori sfruttati, e di quelli in sciopero –: «Una semplice denuncia penale, o un foglio di via, ancor più discrezionale, può inficiare il rinnovo o l’ottenimento di documenti essenziali, come il permesso di soggiorno. Ci sono persone che si sono viste rifiutare la cittadinanza per aver partecipato a scioperi», spiega l’avvocata bolognese Marina Prosperi, «un deterrente fortissimo». Uno dei luoghi centrali in questo fenomeno è Piacenza, dove per collocazione geografica e disponibilità della classe politica, la zona logistica si amplia a dismisura dai primi anni 2000. Qui ha luogo anche uno dei più gravi episodi di repressione sindacale degli ultimi anni: nel luglio 2022 i dirigenti dei Si Cobas e dell’Usb vengono messi agli arresti domiciliari con l’accusa di aver creato un’associazione a delinquere (alle spalle del sindacato) per guadagnare denaro attraverso le tessere dei lavoratori e le «estorsioni» ai danni delle aziende. Il tribunale del riesame non ha confermato gli arresti, notando che tutti gli atti contestati dalla procura facevano parte delle azioni sindacali. Finora, anche con i tentativi più raffinati, pochissime condanne, tanti soldi spesi dai sindacati per difendersi ma, come detto in apertura, la legge si prepara a cambiare, per rendere reato ciò che oggi non lo è.
