Jacobin Italia

La loro libertà

24 Ottobre 2020

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Come i fascisti che da noi sminuiscono il Covid, i reazionari statunitensi che sostengono Trump adoperano retoriche all'apparenza libertarie. In che modo?

Al primo sguardo hanno l’aria da persone pacate i coniugi McCloskey, nel giardino davanti la loro casa. Maglietta a righe e senza trucco lei, polo rosa e pantalone chiaro lui. Una coppia di avvocati poco più che sessantenni che abita nei suburbs di St. Louis in Missouri. La vita scorre tranquilla nei suburbs, verrebbe da dire, tra barbecue e pettegolezzi con i vicini di casa. Quartieri residenziali dove la media borghesia americana si frequenta, si ama e si trova disgustosa allo stesso tempo, come in un romanzo di Amy H. Homes. Lei ha in mano una pistola, lui un fucile. Fa uno strano effetto vederli armati, sembrano personaggi dei film horror, quelli capaci di farti fuori in un niente e rimanere impassibili. Volevano difendere la loro casa da una folla in protesta – questo dicono nel videomessaggio alla convention dei repubblicani dello scorso luglio – una folla che al grido «Black Lives Matter» passa davanti la loro proprietà. La «loro» testimonianza per la rielezione di Trump, il «loro» presidente. Seduti sul divano di casa, con aria posata e coscienziosa, danno l’impressione di essere seriamente colpiti da quell’episodio. È un diritto possedere un’arma per difendersi e per difendere la propria casa, dicono i due. Per la proprietà e la libertà farebbero di tutto. La proprietà, la forma oggettivata della loro libertà. 

Il problema è il solito; difendersi dai criminali che vanno liberi per le strade e mettono a rischio la vita dei cittadini onesti. Che poi sono sempre «loro». E questi criminali potevano essere tra la folla che manifestava per la morte di George Floyd, ucciso per soffocamento da un poliziotto bianco. Uno dei tanti uccisi dalla polizia statunitense ogni mese. Si dovevano difendere, dicono, da quegli attivisti, «i marxisti liberal», che hanno portato lo scompiglio nel loro tranquillo quartiere. I marxisti rivoluzionari – dice lei, Patricia – non si accontentano di portare il caos nei suburbs, ma li vogliono cancellare quei quartieri, vogliono eliminare queste pacifiche comunità di case monofamiliari. «La vostra famiglia non è al sicuro in un’America di radicali democratici». Infatti, il loro presidente è molto chiaro su questo. Nel discorso tenuto alla convention lo scorso agosto poco dopo il ferimento grave di un altro afroamericano, Jakob Blake, rimasto paralizzato dopo che un poliziotto gli ha sparato più volte alla schiena mentre stava per entrare nella sua auto, Trump diceva che occorre scegliere tra il «sogno americano e il socialismo».  

Save America, Stop Socialism è lo slogan che adotta Marjorie Taylor Greene, agguerrita sostenitrice di Trump che ha vinto le primarie per il congresso nel quattordicesimo distretto della Georgia. La Greene è una fanatica del secondo emendamento – sono noti i suoi spot in campagna elettorale con pistole e fucili – affascinata dalle strambe teorie di QAnon, si definisce una madre cristiana, conservatrice, una donna d’affari, «al cento per cento a favore della vita [è anti-abortista] e delle armi», e accusa le sue avversarie democratiche di non aver esperienze imprenditoriali e dunque di non conoscere il capitalismo. Nel discorso che tiene dopo la vittoria alle primarie, accompagnata dal marito e dai suoi tre figli, dice che la sinistra antiamericana radicale e socialista vuole affondare gli Stati Uniti.  

Il socialismo, che negli Usa negli ultimi anni è tornato a essere oggetto di dibattito, soprattutto in seguito alle campagne di Bernie Sanders, sembra essere il vero problema per molti repubblicani, perché mette in crisi il «sogno americano».  Per noi che siamo lontani dagli Stati Uniti non è sempre facile capire cosa sia veramente il sogno americano. Quello che Trump e i suoi sostenitori continuano a invocare, o forse semplicemente «sbandierano» a fini elettorali, è un ideale di libertà che si realizza con il successo individuale in totale opposizione a tutte quelle idee alla cui base vi sono politiche egualitarie. Tuttavia, se il sogno americano si basa sul presupposto che nessun ostacolo venga posto alla libertà di scegliere e di agire dell’individuo, allora è stato infranto più volte e soprattutto «dal di dentro» degli Stati Uniti. Lo spiegava molto bene, ormai cinquant’anni fa, un giovane Jack Nicholson interpretando un avvocato alcolizzato nel film Easy Riders di Dennis Hopper ai due motociclisti con i quali si trovava a viaggiare: 

Parlare della libertà e essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile quando ti comprano e ti vendono al mercato e bada di non dire a nessuno che non è libero sennò quello si darà un gran daffare a uccidere e a massacrare per dimostrarti che lo è. Ti parlano e ti riparlano di questa famosa libertà individuale ma quando vedono un individuo veramente libero allora hanno paura. 

Quella paura, «li rende pericolosi», chiude il giovane avvocato che quella stessa notte viene ammazzato a bastonate dagli abitanti dell’America profonda e dal poliziotto che li accompagna. È questo che rende pericolosi i tanti McClosey e Greene che sostengono Trump? Realmente il loro sistema di credenze li porta a pensare che la loro vita sia costantemente in pericolo, che vi sia qualcuno che li minacci, che gli possa togliere le libertà e che questa minaccia venga dal socialismo?

Nelle democrazie liberali, il presupposto è che la libertà di ognuno sia garantita dallo Stato che si tiene da parte ma dà a tutti la possibilità di realizzarsi «individualmente» con i mezzi che mette loro a disposizione. Anche se le cose sono molto più complesse – è evidente che nel capitalismo competitivo non tutti hanno le stesse possibilità di accedere alle risorse – a grandi linee c’è questo alla base dell’individualismo negli Usa. Le contraddizioni di questo tipo di libertà erano piuttosto evidenti già nel periodo coloniale, nel XIX secolo, quando molti sostenitori della libertà individuale possedevano schiavi ed erano fortemente convinti che la schiavitù non andasse abolita. La libertà di possedere la libertà altrui è certamente una forma di libertà, ma risponde in concreto all’etica sulla quale si sostiene la grande narrazione della conquista della libertà? Sembrerebbe di sì. Il sistema schiavistico, infatti, è servito a rinforzare le libertà di coloro che possedevano gli schiavi, oltre che a contribuire alla crescita di un paese che grazie alla forza lavoro nera diventava sempre più industrializzato. Come spiegava lo studioso marxista Cyril Lionel R. James, anche con l’emancipazione, ai neri venivano vietati alcuni lavori altrimenti ciò li avrebbe «elevati» a cittadini con pari libertà dei bianchi. 

La parola «libertà» è soggetta a una molteplicità di interpretazioni. Sottende un insieme di valori, positivi come sono sempre i valori, ma che si prestano a essere impiegati in modi diversi, anche da posizioni politiche in netta opposizione tra loro. Non c’è dubbio che oggi la parola «libertà» sia entrata pienamente nel linguaggio delle varie destre, più e meno estremiste, anzi sempre più spesso da queste viene invocata anche attraverso azioni violente. È per la libertà, per esempio, che gli estremisti di destra hanno manifestato imbracciando le armi contro il lockdown in alcuni stati negli Usa – in difesa della «proprietà della loro terra» – ed è per la libertà che un gruppo di milizie, anch’esse della destra estrema, voleva rapire in Michigan la governatrice democratica Gretchen Whitmer accusata di «liberticidio», cioè di aver introdotto misure di sicurezza troppo rigide nel pieno della pandemia di Covid. Pare addirittura che avessero lo stesso piano per il governatore della Virginia. Anche se si tratta di episodi che hanno come protagonisti frange di suprematisti esaltati, queste azioni manifestano un’idea di libertà piuttosto diffusa: la libertà come «bisogno proprietario ed esclusivo», in totale opposizione con la libertà come «bisogno di tutti» che, invece, non può che realizzarsi all’interno delle strutture della società, quelle che – temono i conservatori – possono venir modificate dalle politiche socialiste. Per la propria libertà si può fare qualunque cosa, così la metterebbero i McCloskey, perché ogni individuo deve essere capace di fare per sé meglio di quanto possa fare chiunque altro, anche se questo «altro» è lo Stato. Se le politiche dello Stato vanno troppo in profondità, fino a investire lo spazio di vita individuale, questo diventa un problema. In questo trova fondamento la convinzione che la libertà sia una «conquista», al di fuori delle istituzioni della società. Questa idea riesce a mascherare le differenze di classe, le differenze tra la classe medio-alta dei McCloskey e della Greene, ispiratrice del sogno americano, e la classe medio-bassa che rimane nell’illusione di raggiungerlo. Quello che gli individualisti non intendono per nulla tenere in considerazione, è che le possibilità che ognuno ha di accedere ai benefici della società, in termini di sanità, istruzione, salario e così via, dipendono soprattutto da come sono organizzati e distribuiti i mezzi per garantirli. La middle class rabbiosa seguace di Donald Trump, spaventata dalla possibilità che le classi subalterne possano maturare questa consapevolezza, continua a propagandare il racconto illusorio della libertà come conquista dei singoli. Perché è così che può sopravvivere il capitalismo. Grazie all’illusione che ognuno si senta libero e, da solo, immagini di fare ciò che è meglio per sé. Solo per sé. 

*Emilio Gardini insegna sociologia generale e politiche pubbliche e per la sicurezza all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Fa ricerca sulle trasformazioni del capitalismo, sulla città e sulle politiche securitarie.