Jacobin Italia

La lotta per liberare il tempo

12 Giugno 2024

Nonostante i progressi degli ultimi decenni, la qualità della vita non è migliorata: le innovazioni sono pensate per aumentare i profitti e incoraggiare i consumi. Ma lavorando di meno potremmo redistribuire denaro, potere e saperi

In un recente intervento pubblicato sul Washington Post a sostegno della settimana lavorativa di 32 ore, Bernie Sanders e Shawn Fain, presidente della United Auto Workers (Uaw) il sindacato metalmeccanico statunitense, descrivevano un luogo di lavoro degli anni Settanta, comparandolo con uno di oggi. Niente computer, robot, cellulari, servizi in cloud o codici a barre. Nessuna email, videocall o cassa automatica.

La trasformazione è stata tanto impetuosa che un lavoratore di cinquant’anni fa catapultato nel presente sarebbe completamente spaesato. Il progresso della tecnica è stato tale da permetterci di soddisfare i bisogni della comunità chiedendo a ciascuno di noi un’attività minore rispetto al passato, risparmiando ore di lavoro. In altri termini, la produttività degli individui, grazie all’interazione con la tecnologia, è aumentata.

Si tratta potenzialmente di un’ottima notizia. Eppure, come sappiamo bene, gli orari di lavoro non sono diminuiti, i salari non sono aumentati e i ritmi e l’intensità del lavoro non si sono ridotti. Ma allora dove sono finiti i benefici degli aumenti della produttività?

La risposta è semplice quanto brutale: nelle tasche dei capitalisti, le stesse tasche di chi controlla e impiega la tecnologia. Non è un caso se viviamo in un mondo sempre più diseguale.

Ciò accade perché come società non determiniamo a partire dai bisogni collettivi cosa produrre, in quali quantità e attraverso che tipo di tecnologie ma lasciamo queste valutazioni nelle mani delle imprese che, in maniera perfettamente razionale dal proprio punto di vista, perseguono ciascuna la massimizzazione del profitto.

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