Una testa in pietra di Mussolini si staglia tra le alture in un paesaggio desertico. Lo sguardo è all’orizzonte, i tratti sono quelli marcati della rappresentazione istituzionale. L’immagine, che compare sulla copertina de L’illustrazione italiana del 16 febbraio 1936, è una statua di quasi cinque metri collocata «nella conca di Adua, di fronte al monte Sullodà» in Etiopia; come recita la didascalia, l’«opera anonima di soldati-artisti che hanno voluto imprimere il segno più espressivo della loro passione, richiamo possente della Patria lontana, incitamento ed auspicio ai combattenti ed ai colonizzatori».
L’universo simbolico del fascismo
Questa fotografia di contesto coloniale, una tra i tanti esempi del periodo di massima intensità della propaganda, permette di cogliere la qualità mitologica di un’esperienza prodotta in una molteplicità di luoghi per tutto il Ventennio nero.
In un celebre articolo di Ottavio Dinale (su Gerarchia, luglio 1930) i riferimenti mitico-storici sono ancora più espliciti e iperbolici: «Si chiamò Benito Mussolini, ma di fatto era Alessandro il grande e Cesare, Socrate e Platone, Virgilio e Lucrezio, Orazio e Tacito, Kant e Nietzsche, Marx e Sorel, Machiavelli e Napoleone, Garibaldi e il Milite ignoto». Si tratta di una retorica seriale che pare riduttivo catalogare come semplice adulazione. Qui come altrove Mussolini è sacralizzato come incarnazione dei tanti eroi di un bizzarro patchwork, fino a diventare una sorta di divinità a cui ci si rivolge con toni mistici, raffigurato in santini o destinatario di lettere di uomini e donne di ogni età, ceto e professione: l’epitome di una discorsività che si concreta in monumenti, pubblicazioni e stampa periodica, orazioni, testi scientifici e divulgativi, libri scolastici, architettura e opere d’arte, esposizioni, film, cinegiornali e radiogiornali, manifesti e pubblicità, racconti di viaggio, romanzi d’avventura, cartoline, fotografie, disegni, fumetti.
Questi materiali sono il prodotto di una «macchina mitologica», per usare il felice costrutto teorico di Furio Jesi, che mostra la pervasività della cultura fascista al suo apice, con la mobilitazione di istituzioni, intellettuali e apparati diversi, ma anche il coinvolgimento di una pluralità di pubblici che giunge in ogni angolo della quotidianità e si alimenta del riferimento a repertori eterogenei e precedenti.
Per usare le parole di Emilio Gentile, l’«universo simbolico del fascismo» ha voluto «infondere nelle coscienze di milioni di italiani e italiane la fede nei dogmi di una nuova religione laica che sacralizzava lo Stato, assegnandogli una primaria funzione pedagogica con lo scopo di trasformare la mentalità, il carattere e il costume degli italiani per generare un ‘uomo nuovo’, credente e praticante nel culto del fascismo» (Il culto del littorio, Laterza, 1993).
Dal primo dopoguerra tale galassia esplosa di parole, segni e immagini consolida abiti e prassi politiche, utilizza il passato in rapporto con la cultura cattolica e classica e con il nazionalismo risorgimentale; enfatizza la storificazione del presente – la guerra «rivoluzionaria» che non finisce – per guardare al futuro con la costruzione di una sintesi ideologica, caleidoscopica e inglobante; genera un sursplus di valore e un’aura di genuinità, forza ed eterna presenza che costituiscono la qualità principale della «miticità» e le permettono di porsi come vettore di una religione secolare.
Il Manifesto degli intellettuali fascisti (1925) capitalizza la tradizione filosofica idealista e sintetizza gli aspetti politici e morali del fascismo dichiarandone il «carattere religioso», «religioso e perciò intransigente», in contrapposizione alla ragione e in connessione con le idee di patria e civiltà, fino alla teorizzazione dello stato organico, la cui natura è – in ultima istanza – metafisica. La dittatura compulsa le pratiche politiche nella dimensione legislativa e sul piano culturale, attraverso sempre più efficaci mezzi di comunicazione, creando le condizioni per un’educazione di massa grazie alla quale il fascismo può essere, come afferma Mussolini, «la religione civile di tutti gl’italiani» (discorso di Bologna, 31 Ottobre 1926). Più che semplice propaganda, tra continuità e innovazione, il fascismo ha voluto fornire sul piano dell’immaginazione risposte di orientamento generale alla percepita crisi epocale e ha inteso produrre appartenenza a un’identità inventata che connetteva la nazionalità alla cittadinanza, facendo coincidere l’essere fascisti con la nuova italianità.
Memoria e violenza
La mitologia fascista mostra un accentuato riferimento alla violenza con immagini, narrazioni e simboli che la produzione ideologica, teorica e di propaganda ha utilizzato e modellato nelle diverse fasi del regime. Nel dopoguerra l’immagine della «milizia» è stata decisiva nella trasformazione del fascismo in movimento di massa: la violenza, rivendicata, controllata e disciplinata è al centro dell’autorappresentazione di un soggetto rivoluzionario e conservatore che intende qualificarsi sulla scena politica nel dare forma al paese, imponendosi come più efficace dello stato liberale nel «difendere» l’ordinamento sociale e simbolico contro l’«anti-nazione». L’eredità della Grande guerra attribuisce forza inedita alla mobilitazione politica attraverso i miti: la modernizzazione in ogni settore della società e la presenza costante della morte sono alla base della brutalizzazione della politica e della polarizzazione della conflittualità a partire dalle quali il fascismo come minoranza armata e determinata ha potuto raggiungere il potere presentandosi come il garante di un ordine sociale dai tratti metafisici.
Nel ridefinire l’identità italiana collegandola alla potenza la Grande guerra ha influito nella riscoperta della religiosità tradizionale e di nuove forme di spiritualità; ha accentuato la disponibilità psicologica verso l’irrazionale e verso il sublime socialmente imperativo, preparando l’apparato di riti e simboli che inizia con l’idealizzazione del sacrificio prospettata dall’interventismo e confluisce nella mistica dei caduti. Qui si genera la religione della politica che dagli anni Venti si sviluppa nei Trenta, avendo come obiettivi la legittimazione dell’azione trasformatrice in chiave messianica, l’elaborazione liturgica del culto del capo, la consacrazione del primato di un’entità collettiva sovradeterminante l’individuo. In un ventennio caratterizzato dalla continua celebrazione di ricorrenze e da una «occupazione» del tempo storico, la mitologia del fascismo, con la progressiva messa a punto di strategie di ripetizione, ridondanza e proliferazione, darà così i frutti nel totalitarismo dispiegato dal 1935-1936 in connessione con la fase imperiale, coloniale e razzista del regime e in direzione della guerra mondiale.
Iper-miti
Ogni mitologia dispone e riutilizza i materiali precedenti e li trasforma in nuove rappresentazioni simboliche la cui assunzione in chiave collettiva ne riattualizza la miticità con un’attribuzione di senso attraverso cui gli attori sociali rafforzano la propria identità. Il fascismo pensava sé stesso come «religione politica civile che non esclude, anzi integra, quella ecclesiastica» per usare le parole di Giuseppe Bottai nel 1930. Il progetto fascista di riassorbimento della religione nella politica è chiaro fin dagli anni Venti: il cristianesimo, religione dei padri e della stirpe, è una declinazione della romanità che convive con quella paganeggiante. Se negli anni Trenta la mitologia fascista giunge con un progressivo scivolamento al culto di un Mussolini divinizzato, con la campagna di Spagna, l’invasione dell’Etiopia e le leggi antisemite si realizza una sovrapposizione e una sostanziale indistinzione tra fascismo e cattolicesimo funzionale al progetto di razzializzazione.
I soggetti mitici tanto più sono ricorsivi tanto più sono potenti scorciatoie cognitive e propulsive della mobilitazione, tali da richiamarsi in una rete organica di rimandi: il ducismo, la romanità, il razzismo si stringono inestricabilmente e si potenziano a vicenda nel promuovere l’imperialismo coloniale. Il duce è il modello antropologico che concentra in sé tutte le qualità del fascista; Roma incarna l’idea eterna di missione, forza e statualità; la «razza» è la sintesi biologico-spirituale che connette l’identità individuale e quella collettiva. Preparate da mezzo secolo di premesse, la legislazione anti-nera nell’Africa orientale italiana (1937) e le leggi antiebraiche (1938) sanciscono il culmine del processo mitodinamico totalitario in cui nazione, stirpe e razza si sovrappongono e i dispositivi legislativi si saldano con quelli della biologia. Il razzismo realizzato serve anche a promuovere l’attitudine rivoluzionaria dell’«uomo nuovo fascista» in vista della guerra per un regime che cerca l’espansione imperialista accanto a Germania e Giappone. Nel segno della cultura patriarcale, della pianificazione demografica e della sottomissione del genere femminile, insieme alla torsione ideologica in senso anticapitalista, antimoderna e antiborghese, l’alterità africana ed ebraica può incarnare il nemico oggettivo esterno e interno, in un mondo pericolosamente degradato dal «cosmopolitismo» e dal «meticciato». Nell’aggressione dell’Etiopia il sogno imperiale e guerriero «dall’alto» e la ricerca di fortuna del colono «dal basso», attraverso l’estremo coordinamento della comunicazione di massa, mostrano un’intima compenetrazione nello straordinario impegno volto a plasmare l’immaginario degli italiani. Un dispositivo in cui il colonialismo imperiale, all’incrocio di pratiche razziste e di genere, della sfera militare e civile, è stato essenziale per la realizzazione della pedagogia nazionale del fascismo contro ogni realtà «straniera».
Qualcosa che resta
Forte di un’estetizzazione della politica che ha raccordato molteplici tradizioni diverse e convergenti, il regime ha profuso grandi energie nella produzione mitologica su temi come la guerra, la morte, la giovinezza, la storia, la virilità, il genere, la demografia, la città, la campagna, la forza, il potere, la «razza». L’elemento che accomuna una galassia così ampia da coincidere con l’intera cultura fascista è il linguaggio: nell’analisi di Jesi (Cultura di destra, Garzanti, 1979) «mito» è soprattutto la parola efficace che prepara il gesto e produce valore in virtù della sua significazione, a partire dalla sua enunciazione o dalla grafica con le iniziali maiuscole. Tradizione, razza, patria, sangue, gerarchia, sacrificio, fiamma, morte, spirito sono parole-simbolo di un apparato estetico e rituale che coinvolge l’individuo nella comunità nazionale: un vocabolario in grado di diventare il veicolo di una spinta psichica e motoria al pari di simboli come fasci littori, bandiere, parate militari.
È l’uso di stereotipi, frasi fatte e luoghi comuni che produce la lingua comune, testuale e visiva, di un sistema basato su fede, obbedienza e guerra. I cardini di uno stato etico nemico dell’individualismo borghese, del «cinismo» liberale e plutocratico, della lotta di classe e del materialismo ateo che ha funzionato a livello ideologico nei termini di una riduzione di complessità anche quando non trovava riscontro nella realtà. La costruzione mitologica fascista, in forza della sua omogeneità e coerenza interna, ha semplificato l’esperienza e prodotto protocolli applicabili in ogni aspetto dell’esistenza fino a fare del fascismo una prospettiva antropologica, snodo del continuo compromesso di forze che hanno convissuto all’interno del regime fino alla sua crisi.
Grazie a essa per vent’anni il fascismo ha saputo realizzare il progetto di tenere dentro e sotto di sé una moltitudine di soggetti e di integrare dinamiche e idee contraddittorie. Immessa nel circuito della comunicazione e della sociabilità di massa, la mitologia fascista ha imposto certezze assolute, irrazionali e deresponsabilizzanti, tali da innervare la zona grigia del paese, e da spiegare, a cent’anni dalla sua affermazione, la sopravvivenza di miti, mentalità e riflessi del fascismo dopo la fine del fascismo.
*Enrico Manera insegna storia e filosofia in un liceo torinese. Svolge attività di formazione per l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino. Scrive per Doppiozero e novecento.org.

