Jacobin Italia

La marcia sull’Africa

21 Settembre 2022

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Come il regime fascista attinse all’armamentario coloniale per costruire il suo linguaggio di guerra e le sue logiche razziste. E come utilizzò i territori africani conquistati per sperimentare la sua idea di società

Nel 1922 erano passati quarant’anni esatti da quando, con l’acquisto della baia di Assab da parte del governo Depretis, era ufficialmente iniziata la storia del colonialismo italiano in Africa, che in età liberale aveva portato all’occupazione di Eritrea, Somalia, Tripolitania e Cirenaica. Nonostante l’ancora comune convinzione, nell’Italia presente, che la storia dell’espansionismo del Regno d’Italia coincida con la storia del fascismo, il colonialismo italiano aveva dunque alle spalle una storia già relativamente lunga quando il 28 ottobre del 1922 ebbe luogo la Marcia su Roma. Ma, se l’occupazione durava già da quattro decenni, che cosa cambiò in colonia con l’avvento del regime? Che peso ebbe la Marcia su Roma sulle colonie? E che peso ebbe il colonialismo nella vicenda dell’Italia del Ventennio?  

Lo stile coloniale fascista

Dapprima, nell’autunno del 1922, all’orizzonte coloniale non si profilò nessun grosso stravolgimento. Al di là dell’enfasi retorica sulla grandezza della nazione, infatti, il partito fascista non aveva ancora elaborato alcun progetto specifico che riguardasse l’Africa e inizialmente si limitò a proseguire sulla scia delle azioni programmate o avviate sotto il governo precedente. Simbolo della continuità, in questo senso, è Giuseppe Volpi, governatore della Tripolitania dal 1921, che prima dell’avvento del fascismo aveva rilanciato la guerra contro i mujāhidīn tripolitani trovando il pieno sostegno del ministro delle Colonie, il liberale Giovanni Amendola. Anche quando quest’ultimo fu rimosso dall’incarico, dopo il 28 ottobre, Volpi poté contare sul sostegno del suo successore Federzoni e continuare con la campagna repressiva, senza scossoni. 

Da un certo punto di vista, dunque, la Marcia su Roma oltremare non segnò una svolta: il governo fascista ereditò le colonie occupate da quello liberale, una parte del personale politico e militare già in loco, ed ereditò anche alcuni metodi di gestione della colonia inaugurati negli anni precedenti. Eppure ben presto emersero i primi elementi di discontinuità, che nell’arco di alcuni anni avrebbero reso chiara la differenza tra il colonialismo del Ventennio rispetto all’occupazione liberale. 

A cambiare rapidamente, e in maniera evidente, c’è quello che Angelo Del Boca ha definito «lo stile» di gestione del potere coloniale; in particolare, oltremare fu importato qualcosa che somigliava da vicino allo squadrismo della madrepatria. La Somalia offre, da questo punto di vista, il punto di osservazione più utile del cambiamento in atto. 

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