17 marzo 1986: scoppia lo scandalo metanolo. Ne parlano tutti i quotidiani, la notizia vola di casa in casa, tramite i telegiornali. «Di vino si può anche morire», afferma il giornalista Roberto Costa aprendo Di Tasca Nostra, storica trasmissione a tutela dei consumatori. E, purtroppo, la cifra iniziale di sei decessi aumentò col passare dei giorni. La conta finale salì a ventitré. Quindici persone persero la vista e almeno centocinquantatré furono intossicate. La causa di questa tragedia stava in una bottiglia di barbera venduta sugli scaffali di tre importanti supermercati – GS, Esselunga e Coop – a sole 1.850 lire. D’altro canto, adottare questa prospettiva, concentrata sulla contraffazione e sul caso specifico, impedisce di leggere gli intricati risvolti di carattere strutturale celati dietro alle quinte del rosso piemontese e al ruolo delle catene del valore, ossia di quei processi di produzione – tra impiego di capitali e forme del lavoro – che vanno interrogate per valutare le criticità economiche, sociali e politiche del cibo.
Quanto accaduto non fu frutto sfortunato del caso. Il pm Alberto Nobili, che aprì un’inchiesta dopo le prime morti, accertò tramite le indagini dei Nas la reale forma di un sistema ben più ampio e complesso di produzione che, in ultima fase, comprendeva anche la sofisticazione. Il metanolo era venduto da fornitori di sostanze chimiche e industriali a società fittizie e serviva alle cantine per aumentare artificialmente la gradazione del vino. Era impiegato perché, dopo essere stato detassato, il suo costo era inferiore allo zucchero – ingrediente che può essere usato durante la vinificazione. Proprio quell’indagine appurò che altre regioni italiane (Veneto, Lombardia, Puglia) e diversi produttori stavano impiegando quella stessa forma di adulterazione, sebbene con un dosaggio inferiore rispetto a quello adottato dai fratelli Ciravegna a Narzole, nel cuneese. Il loro vino era poi imbottigliato dalla cantina Odore di Incisa Scapaccino, in provincia di Asti, e infine venduto nelle corsie della grande distribuzione. Esisteva, cioè, un’ampia zona d’ombra di questa pratica che ricadeva nella legalità, nella prassi accettata, nella conoscenza diffusa e istituzionale.
Storia dell’adulterazione alimentare
Può essere utile cogliere l’opportunità del quarantesimo della tragedia del 1986 per un ragionamento di più ampio raggio sull’alimentazione. Si potrebbe partire da Marx, seguendo le tante piste che lo portano a parlare di cibo: si interessa dei bisogni primari e dei salari, ma anche delle diete, in relazione alla condizione di impoverimento, alla divisione e alla catena del lavoro, alla standardizzazione dei processi industriali di produzione del cibo. Non stupirà, così, trovare nel Capitale molteplici riferimenti all’adulterazione del cibo tra il 1830 e il 1860. Alcuni esempi: il pane mescolato con l’allume, il latte diluito con l’acqua, la birra alterata con additivi chimici, il tè mescolato con foglie di altre piante, il caffè corrotto con polveri vegetali o cicoria. Facendo riferimento al report del commissario governativo Henry Seymour Tremeneere del 1862, a Londra esistevano due categorie di fornai: «i full priced, che vendevano il pane al suo valore pieno, e gli undersellers, che lo vendevano al di sotto del suo valore». Questi secondi, che rappresentavano i tre quarti dell’offerta, mescolavano la farina con altri ingredienti: allume, sapone, potassa, calce, farina di pietra del Derbyshire. «Chi è costretto ad acquistare questo pane, sa bene cosa sta per mangiare» – precisa Marx. Eppure, decide di farlo per due ordini di ragione: da un lato perché «è una necessità prendere dal fornaio o dal chandler’s shop il pane che loro piace offrire». Ma anche perché il pane è realizzato per questa tipologia di clienti che saranno in grado di pagare solamente a fine settimana quando, cioè, arriveranno le retribuzioni dalle fabbriche.
Si può adottare l’approccio di Marx per interpretare tanto la storia dell’alimentazione, quanto il presente. Gli esempi di adulterazione alimentare sono innumerevoli e segnano compiutamente lo sviluppo del mercato non come inciampi o casualità, ma quali ricorrenze certe, quasi imprescindibili e di continuità rispetto allo sviluppo del mercato. Proviamo a tracciarne una storia sommaria tra Stati uniti ed Europa.

