Jacobin Italia

La pace coloniale

17 Aprile 2025

Come succede in Palestina, la geopolitica legittima l’occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco. Reportage da un altro luogo di violazione del diritto internazionale e oppressione di un popolo

«Sarà meglio che vi spostiate all’ombra». L’uomo ci guarda, a metà tra il serio e il divertito. Nonostante il sole a picco, indossa addirittura un giubbotto leggero, mentre noi abbiamo iniziato a toglierci strati e siamo rimasti in maglietta. Sul muro, dietro di lui, si legge in caratteri grandi la scritta AFAPREDESA, acronimo di Asociación de Familiares de Presos y Desaparecidos Saharauis, Associazione delle famiglie dei prigionieri e desaparecidos saharawi. 

Indossa sandali finché non hai scarpe

Abdeslam Omar Lahcen parla lentamente in uno spagnolo perfetto. Vuole farsi capire bene, e a turno ci guarda tutti negli occhi. È l’una di pomeriggio e il silenzio del deserto algerino stringe il piccolo cortile bianco dove ci troviamo in una morsa di calore. Dei tanti volontari presenti in questa missione dell’associazione Città Visibili, che ogni anno porta avanti progetti di cooperazione nei campi profughi saharawi, a questo incontro siamo in tre. Gli stringiamo la mano: io sono qui come giornalista freelance; Andrea Sawyerr sta lavorando ai Prigioni, un progetto fotografico che ispirandosi all’opera omonima di Michelangelo intende raccontare l’imprigionamento di un popolo confinato da cinquant’anni nei campi profughi, lontano dalla propria terra. Nicola Salvini, infine, in quanto consigliere del Comune di Camaiore rinnoverà i patti di amicizia tra le autorità locali e le istituzioni saharawi. Mentre noi siamo qui, gli altri compagni di viaggio sono impegnati in altrettante iniziative in giro per i campi: i sostegni a distanza, l’apertura di una bottega solidale, l’avvio della collaborazione con la Palestra Popolare Sanpietrino, le prestazioni mediche e odontoiatriche. Mentre raccontiamo, Abdeslam ci ascolta con interesse; sa cosa significa venire in un luogo come questo per vedere e restituire, conservare nella memoria.

Intorno a lui, alcuni uomini entrano ed escono dall’edificio, indaffarati. Stanno preparando il pranzo, che di lì a poco si materializzerà sul tavolo all’interno sotto forma di zuppa di verdure e cammello; un pranzo uscito dal nulla che abbiamo intorno e da cui però in qualche modo viene sempre fuori tutto: tende e case basse, scuole, cliniche, musei, persino una repubblica indipendente e democratica. Come recita un proverbio saharawi: «indossa sandali finché non hai scarpe». Il riassunto di un intero modo di vivere che è diventato tutt’uno con la Resistenza. All’oppressione, alla cancellazione, all’assenza di acqua, eppure. Eppure. Andiamo avanti.

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L’accusa di genocidio

Abdeslam Omar Lahcen si presenta – è il presidente dell’associazione – e inizia a illustrarci il lavoro di AFAPREDESA indicando una scritta dipinta sulla parete dietro di lui. È una citazione di un verbale del 9 aprile 2015 firmato dal giudice Pablo Ruz. Grazie alla legge allora in vigore sulla giurisdizione universale, che permetteva di perseguire crimini internazionali anche senza legami diretti con la Spagna, Ruz poté aprire un’indagine presso l’Audiencia Nacional, il più alto tribunale spagnolo (in questo caso, peraltro, il legame esisteva: molte delle vittime, al tempo dei fatti, erano cittadini spagnoli). Il giudice chiese l’arresto di 11 ex-funzionari marocchini per torture, detenzioni illegali e omicidio compiuti su oltre 500 saharawi tra il 1975 e il 1991, cioè dall’inizio dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale – già colonia spagnola – fino al cessate il fuoco con il Fronte Polisario, movimento di liberazione nazionale del popolo saharawi. Nel documento si parla apertamente di genocidio, un piano deliberato per eliminare la popolazione locale e appropriarsi del suo territorio. I crimini, difatti, sarebbero stati commessi «in ragione dell’origine etnica delle vittime».

La decolonizzazione mancata

Il fascicolo del giudice Ruz non fa che ripercorrere la storia a partire dal 1975, quando il Sahara Occidentale era ancora una provincia spagnola. Il franchismo era al tramonto e la Spagna, coinvolta nel processo di decolonizzazione spinto dalle Nazioni unite, nel 1974 aveva finalmente annunciato il censimento della popolazione saharawi in vista del referendum per l’autodeterminazione. A quest’altezza, i gruppi indipendentisti già attivi, riunitisi nel 1973 sotto il Fronte Polisario, presentavano le proprie istanze per la piena indipendenza; istanze che sarebbero rimaste inascoltate. La fine del colonialismo che sembrava essere a un passo si rivelò infatti un mero passaggio di testimone dalla Spagna al Marocco, che tutt’oggi conferisce al Sahara Occidentale il triste primato di unico paese africano a non aver ancora ottenuto l’indipendenza. È il più grande territorio non autonomo esistente: una zona desertica ma ricca di risorse allettanti – le miniere di fosfati e acque tra le più pescose al mondo – che il Marocco sfrutta illegalmente rinnovando accordi commerciali con la Spagna e il resto dell’Unione europea (ricordate il Maroccogate?).

La Marcia Verde e gli Accordi di Madrid

All’idea del referendum proposto dalla Spagna, infatti, re Hassan II – promotore della ricomposizione dei presunti territori del «Grande Marocco» – rispose chiamando il suo popolo a marciare «pacificamente» sulle «storiche province meridionali», ossia invadendo il territorio con 350.000 persone tra civili e militari: la cosiddetta «Marcia Verde» che ebbe inizio il 6 novembre 1975. La Spagna mise subito da parte il referendum, e il 14 novembre siglò l’accordo tripartito con Marocco e Mauritania, ignorando le raccomandazioni della Corte dell’Aia che non riconosceva a questi due paesi alcun diritto di sovranità sul Sahara Occidentale. È lampante come in questa contrattazione manchi una parte, quella dell’unico titolare di quella terra, cui non fu riservato alcun riconoscimento negli Accordi di Madrid. A quel punto non restava scelta. Quando, al ritiro definitivo della Spagna nel febbraio del 1976, iniziò l’invasione congiunta da parte degli eserciti di Marocco e Mauritania, per il Fronte Polisario ebbe inizio la lotta armata di liberazione.

Combattere

Decine di migliaia di saharawi fuggirono verso la frontiera algerina incalzati dall’esercito marocchino, mentre l’aviazione sganciava sui civili bombe al fosforo e napalm. A coordinare la fuga e respingere le truppe fu proprio il Polisario, che il 27 febbraio 1976 proclamò la Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), stato esule in Algeria. Fu allora che iniziò l’organizzazione della vita civile dei profughi a sud di Tindouf, rifugiati in tende che dovevano essere provvisorie, ma che a distanza di cinquant’anni si sono al più trasformate in incerte strutture di cemento.

La situazione, però, era destinata a peggiorare ulteriormente. Dopo il ritiro della Mauritania dal conflitto, nel 1979, il Marocco avviò la costruzione del muro marocchino (o Berm), un vasto sistema di fortificazioni difensive volto a separare le città del Sahara Occidentale occupato inglobando gli strategici giacimenti di fosfati. In meno di dieci anni, il territorio venne isolato da oltre 2.700 chilometri di muri di sabbia e pietrame disseminati di mine, radar e posti di guardia. Muro de la vergüenza, / espinoso lomo / de serpiente venenosa, / símbolo de muerte, recita una poesia del sahariano Bahia Mahmud Awah. Muro della vergogna, dorsale spinosa di un serpente velenoso, simbolo di morte.

Da allora, il popolo saharawi – circa mezzo milione di persone – vive diviso in tre aree, oltre che in diaspora: i campi profughi in Algeria, i Territori Liberati e il Sahara Occidentale occupato. Nei campi, sotto la giurisdizione della Rasd, risiedono circa 170.000 persone: una comunità isolata e costretta ad affidarsi agli aiuti internazionali, e nondimeno un modello di società autonoma e democratica, fondata sul protagonismo delle donne e su una forte dignità collettiva. La Rasd controlla anche i territori liberati dal Polisario durante la guerra, circa il 20% del Sahara Occidentale, che le forze marocchine hanno però ridotto a campi minati per lo più inabitabili. Il restante 80% dei territori originari, a ovest del Berm, è occupato dal Marocco.

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Silenzio assoluto

Il conflitto armato tra Marocco e Fronte Polisario terminò ufficialmente nel 1991, con un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni unite. Da allora è in corso un fragile processo di pacificazione, sostenuto dalla Missione delle Nazioni unite per il referendum nel Sahara Occidentale (Minurso); referendum previsto inizialmente per il gennaio 1992, mai celebrato per l’opposizione del Marocco, e che oggi appare poco più che un miraggio. Ma un miraggio è, in fondo, qualunque proposta di pacificazione che non preveda il riconoscimento dei danni inflitti e una sanzione per i responsabili delle gravissime violazioni dei diritti umani che il popolo saharawi patisce sin dal 1975, all’epoca dell’invasione marocchina. Sparizioni, torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, sfollamenti forzati, pedinamenti, sorveglianza costante, aggressioni fisiche, minacce. Violazioni perpetrate nel silenzio imposto su una delle aree più inaccessibili al mondo, dove l’unica presenza internazionale stabile è la missione Minurso, che però non ha alcun mandato sulla tutela dei diritti umani. Soprattutto, un’area in cui ogni presenza esterna è vietata: né stampa né osservatori indipendenti. Silenzio.

Di fronte a tutto questo, la creazione stessa di organismi in difesa dei diritti umani come AFAPREDESA in un territorio che pullula di spie marocchine – i campi profughi – o in un contesto di terrore come quello che vivono i saharawi nei territori occupati, incarna la difficile scelta di mettere a repentaglio la propria vita per portare al mondo un messaggio: di ciò che succede qui, siamo tutti chiamati a rispondere.

Pulizia etnica

In una citazione del giurista Drazen Petrovic riportata da Ilan Pappé nella sua importante indagine su un’altra pulizia etnica, quella della Palestina, si legge che essa può essere spiegata come «una politica ben definita di un particolare gruppo di persone per eliminare sistematicamente un altro gruppo da un certo territorio, su basi di origini religiose, etniche o nazionali. Tale politica implica violenza ed è spesso associata a operazioni militari. Deve essere realizzata con tutti i mezzi possibili, dalla discriminazione allo sterminio, e comporta l’inosservanza dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali».

Mentre il presidente Abdeslam Omar Lahcen, nel buio della stanza conferenze dell’associazione, ci mostra le immagini delle esumazioni delle fosse comuni di Fadret Leguiaa risalenti ai primi anni dell’occupazione marocchina – ossa, stralci di vestiti, qualunque cosa utile a risalire a un nome – mi accorgo che ogni frammento riemerso, ben più di una prova forense, è la testimonianza diretta di un crimine impunito riconducibile proprio al tentativo di cancellare un’identità. Dopo tutto, spiega Lahcen, «poter dare una sepoltura ai propri cari non è solo un atto privato, ma anche una forma di resistenza culturale e politica: un modo per affermare che il nostro popolo non accetta l’oblio».

Le immagini intanto scorrono sullo schermo, e davvero mi sembra che non manchi nessuna voce alla lista degli abusi con cui Petrovic identifica la pulizia etnica. Con l’invasione del 1976 e l’ingresso delle truppe nel territorio del Sahara Occidentale, infatti, alle bombe incendiarie sganciate sulla popolazione civile seguirono presto altre violazioni. Prime tra tutte le sparizioni forzate, temporanee o permanenti (una pratica ancora in uso), con l’obiettivo di cercare informazioni sul Polisario e punire chi vi aderiva. Secondo i dati di Oasi della memoria, un rapporto investigativo sulla violazione dei diritti umani nel Sahara Occidentale, solo tra il 1975 e il 1993 si sono registrate più di 800 sparizioni forzate (e molte altre non sono state oggetto di indagine), associate all’uso sistematico di tortura. «Un fondamentale metodo di repressione del governo marocchino assieme ai bombardamenti, ai trasferimenti interni e le razzie nel deserto». Nel frattempo, per mesi, anni, talvolta per sempre, ai familiari non era dato sapere nulla circa le condizioni degli scomparsi – bambini inclusi – una forma di tortura psicologica divenuta dolorosamente nota, nello stesso periodo, grazie alle manifestazioni delle madri di Plaza de Mayo, che dall’altra parte del mondo rivendicavano analoghe risposte per i loro desaparecidos.

Identità negata

Come in ogni contesto coloniale, l’egemonia non passa solo dalle violenze dirette, ma anche dal sistematico tentativo di svilimento dell’identità. A partire dalla lingua in cui un popolo si esprime, per i saharawi l’hassaniya, il cui uso è spesso ostacolato e vietato nei territori occupati.​ Una prepotenza che ne riflette un’altra, più evidente in termini di geografia umana. Con la sua politica di progressiva colonizzazione, il Marocco, oltre a perseguitare i nomadi del deserto, razziando accampamenti e cercando di annientare uno stile di vita praticato da secoli, ha incentivato l’insediamento di coloni marocchini nella regione occupata, una strategia che mira a modificare la composizione demografica del territorio e ridurre l’influenza (anche elettorale, se mai servisse) della popolazione autoctona. 

Quali sono dunque, gli esiti di questo tentativo di cancellazione culturale? Mentre tento di rispondere, mi tornano alla mente i giorni trascorsi nei campi – ospiti, in quanto volontari, a casa delle famiglie saharawi. In quella dove mi trovavo io, il risveglio era odore del tè alla menta preparato dalla padrona di casa, i suoi bambini che saltellavano per casa con gli zaini di scuola, intonando ritornelli in hassaniya. La sera, al ritorno dalle varie attività, erano gambe incrociate sui tappeti e canti di donne e tamburi, e poi passeggiate sotto le stelle del deserto, mappa infallibile di una popolazione che continua a orientarsi con la sabbia e col cielo. No. Quella che si respira qui non è sottomissione, ma il senso di appartenenza di un popolo che nemmeno cinquant’anni di violenze ed esilio sono riusciti a erodere. Si è costretti a vivere in un campo profughi, certo, ma ogni campo porta il nome di una delle città originarie oggi occupate: una promessa, un’intenzione di riscatto che non si spegne né a est né a ovest del muro, e nemmeno nelle carceri marocchine dove tanti prigionieri saharawi, sottoposti a trattamenti disumani, attendono che sia fatta giustizia

Dal Sahara Occidentale alla Palestina

Nel 2015, il giudice Pablo Ruz, dati alla mano, ha accusato il Marocco di genocidio: un momento storico per il popolo saharawi, che si è visto finalmente riconoscere in una sede ufficiale «l’attacco diffuso e sistematico ai civili» come strumento di sterminio. Il 29 dicembre 2023, il Sudafrica ha presentato alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu un’istanza contro Israele per presunti atti di genocidio commessi ai danni dei palestinesi. Due procedimenti che condividono ben più della sola tipologia del reato implicato: se da una parte rimarcano l’importanza della giurisdizione universale per affrontare i crimini internazionali, dall’altra, non riuscendo a innescare alcuna vera azione collettiva e concreta da parte della comunità internazionale, mostrano che nessun processo di pace è davvero percorribile se non riconosce i crimini commessi, se non garantisce verità e impone allo stato occupante giustizia e riparazione. Nessuna soluzione è credibile se non inizia dal riconoscimento della matrice coloniale dei conflitti e strappa il manto di impunità che avvolge i paesi che la alimentano. 

Quando parlo di impunità garantita dalla comunità internazionale non lo faccio in astratto. Mi riferisco a reali atti politici come gli Accordi di Abramo del 2020, attraverso cui Israele e Marocco hanno riconosciuto la reciproca occupazione della Palestina e del Sahara Occidentale con la mediazione decisiva degli Stati uniti. È significativo che a guidare questo processo sia stata proprio quella che si presenta come la principale potenza garante del diritto internazionale – rivendicando spesso un ruolo guida nei processi di pace – che così facendo ha legittimato due violazioni dello stesso ordine giuridico. Da allora, Israele ha intensificato la cooperazione con il Marocco, fornendo droni e armi e consolidando la propria presenza economica nei territori contesi, in particolare nella zona di Dakhla (città ora direttamente raggiungibile anche dall’ex colonia, la Spagna, grazie alle nuove tratte Ryanair che la presentano come «il segreto meglio custodito del Marocco»).

Intanto, mentre il diritto internazionale vacilla; mentre in Medio Oriente un nuovo genocidio si consuma davanti ai nostri occhi per essere studiato, tra qualche anno, da un nuovo giudice Ruz che non potrà che attestarne gli effetti in un fascicolo, da oltre mezzo secolo questi due popoli continuano a mostrarci una verità semplice. Si può certamente camminare con i sandali finché non si hanno scarpe, ma la strada per tornare a casa resta la stessa, custodita e mai dimenticata. Non c’è esercito, né muro, né atto di forza capace di fermare il popolo che vuole percorrerla.

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*Elena Panzera è nata nel 1991 a Viareggio. È laureata in Lettere e ha un master in Editoria e Comunicazione. Dal 2017 lavora come copywriter e traduttrice. Scrive di letteratura e politica su Minima&moralia, Flanerí, Altri Animali e altre riviste online. Le foto di questo reportage sono di Andrea Sawyerr.