Se quanto sto per dirvi vi sembra successo parecchio tempo fa è perché quello che vi descriverò nelle prossime righe è un modo di fare politica ormai defunto.
Vi ricordate quando dovevamo celebrare il primo presidente nero, nonostante avesse deluso le speranze di qualsiasi progressista che avesse fatto campagna per lui? Vi ricordate quando i sostenitori di Bernie Sanders venivano tacciati implacabilmente di sessismo (e perfino di razzismo) perché si opponevano a Hillary Clinton?
Ecco, questo modo di fare politica ha continuato a definire il liberalismo anche durante la prima amministrazione Trump. Mentre le donne perdevano il loro diritto all’aborto e molti uomini di destra accedevano al potere, i progressisti applaudivano di fronte alla spettacolare serie di esponenti liberal che perdevano il loro lavoro – soprattutto nei media e nelle istituzioni culturali – a causa di accuse di molestie sessuali. Il «land acknowledgement» è diventato un fenomeno diffuso in ambiente aziendale e accademico, nonostante la costruzione dei gasdotti sulle terre dei nativi sia continuato a ritmo spedito. Dopo l’omicidio di George Floyd, in molti sono rimasti delusi da quanto poco fosse cambiato per i neri del ceto più povero e della working class: l’esito più tangibile delle grandi manifestazioni di protesta del 2020 è stato che le aziende americane hanno inserito un maggior numero di persone nere nei loro consigli di amministrazione.
Era la identity politics neoliberista: un discorso delle élite che ha messo al centro le identità per minare una più sostanziosa ed efficace politica di classe. Razza, genere e sessualità contano, ovviamente, e sono concetti politici rilevanti nella lotta per la libertà degli esseri umani. Ma le élite si sono servite della politica delle identità neoliberista per compromettere solidarietà più ampie, dividere la sinistra e proporre politiche utili solo per gli interessi dell’un per cento più ricco della popolazione. Poiché razzismo e sessismo rimangono problemi reali, d’altra parte, molti onesti progressisti ci cascano ogni volta.
Per una serie di ragioni, tuttavia, questo modo di fare politica ha esaurito la sua spinta. Persino con una candidata presidente capace di evocare tante identità così importanti dal punto di vista storico, sia i Democratici sia i media sembrano aver capito che queste priorità non sono abbastanza per vincere le elezioni. Durante la campagna elettorale il New York Times ha fatto notare come Kamala Harris non parlasse poi così tanto della sua identità nera e indiana. E i liberal sono sembrati entusiasti di Kamala quanto del suo candidato vicepresidente bianco, Tim Waltz, un politico che è stato capace di rendere gratuito il pranzo nelle mense scolastiche del Minnesota e di sostenere concetti come: «Il socialismo di una persona è il buon vicinato di un’altra».
