Jacobin Italia

La premier nel bosco

14 Marzo 2026

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Giorgia Meloni resta nell'eremo identitario: appunti sui primi fattori di crisi, ancora parziale, della narrazione della destra

Non sappiamo ancora, mentre scriviamo, come andrà a finire il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. La partita è aperta, più di quanto dicano i sondaggi. Questa, tuttavia, è già una notizia non da poco: disegna uno scenario solo poche settimane fa impensabile, quello di una destra costretta a inseguire, di Giorgia Meloni per la prima volta in difficoltà, di una macchina mediatica e narrativa potente e a tratti egemonica che da diversi giorni pare girare a vuoto. Ecco perché già da adesso, e indipendentemente dall’esito del voto del 22 e 23 marzo prossimi, è utile ragionare sulle cause di questi primi segnali di vera crisi nel rapporto tra la maggioranza parlamentare e la maggioranza del paese. 

Possiamo dire che il meccanismo di Giorgia Meloni si è inceppato. Abbiamo alcuni indizi, persino delle prove e diversi spunti per ricostruire il complesso di cause che ha determinato lo smarrimento della presidente del consiglio nel bosco del referendum. Tutte hanno un rapporto relativo con l’azione delle opposizioni in parlamento. Queste hanno, a tratti, ritrovato la voce, ma si tratta dell’esito di un processo pregresso. Prima viene un campo di forze ampio e plurale, impossibile da ricondurre a unità ma deciso – con diversi linguaggi, pratiche e culture – a difendere l’umanità e tenere il punto di fronte alla barbarie, che sembrava farsi senso comune, «dei buttiamo la chiave», dei «portateli a casa vostra», dei «se sei povero è colpa tua», della proprietà come diritto assoluto che viene prima dei diritti fondamentali.

La prima causa di questa rottura dell’incantesimo meloniano è la guerra. Quello stesso regime di guerra che da anni favorisce le destre in tutto il mondo e alimenta il ciclo sovranista globale, questa volta ha messo alle strette Meloni. La cui legittimazione al governo era stata determinata proprio dal contesto internazionale. 

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A ben vedere, si è trattato di un processo inverso a quello che ha caratterizzato il ventennio di Silvio Berlusconi, all’interno del quale è maturata la presa del potere della destra postfascista. L’uomo di Arcore ha goduto di una solida egemonia nel paese, frutto della grande intuizione (inedita in Italia) di portare gli strumenti del marketing in politica e la narrazione pop nel dibattito pubblico. Ma, appunto, era oggetto dello stillicidio della scarsa credibilità internazionale: bastava andare oltre i confini per trovare risate di sufficienza ai summit, imbarazzo sul conflitto di interessi, strali dai grandi giornali. 

Meloni è andata a Palazzo Chigi con un successo molto relativo approfittando di contingenze elettorali e dell’incomprensibile divisione tra M5S e Pd alle politiche del 2023. Tradisce insicurezza perché percepisce che non controlla tutto sul piano interno ma ha saputo infilarsi nelle pieghe della guerra alle porte orientali dell’Europa, schierandosi con gli Stati uniti e al tempo stesso appoggiandosi sulle difficoltà dell’Unione europea ostaggio dei veti nazionalisti e del ritorno sovranista. Il ritorno di Donald Trump al potere rappresenta in questo senso un’opportunità, perché alzare l’asticella del regime nella più grande liberaldemocrazia del mondo significa sdoganare e relativizzare torsioni autoritarie anche da questa parte dell’Oceano. Ma finisce per presentare dei rischi. Il concetto stesso di internazionale sovranista è un ossimoro, si sa che prima o poi i diversi interessi finiscono per confliggere: nel capitalismo della finitudine le forze in campo si battono per accaparrarsi risorse scarse. La presidente del consiglio doveva esserne consapevole quando si è presentata a Washington per esporre la sua idea sul nazionalismo occidentale, concetto-ombrello efficace nella logica immediata dei talk show ma spericolato. Perché tenta di tenere insieme, in nome del suprematismo, le alleanze in chiave globale e i nazionalismi. Dunque, la guerra di Trump precipita nella politica italiana, nell’opinione pubblica, nei traballanti fondamentali economici e nei rapporti con gli altri paesi Ue. 

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Di fronte a questi sconvolgimenti, Meloni continua a pensare che ci si possa isolare in una casetta di proprietà alla ricerca di una forma di vita ideologica e inquietante perché avulsa dall’esistenza concreta delle persone. Per convincere i suoi a farlo, come nella trama di un film mediocre di M. Night Shyamalan, deve agitare minacce, identificare nemici, convincerli che là fuori il mondo è un posto orribile. E che per questo si debba restare nel bosco. Ma la platea sembra satura. Le ricette di odio hanno raggiunto il limite, quelli che si eccitano di fronte alla crudeltà ostentata sono già dalla sua parte. La guerra culturale come palliativo identitario e rassicurante sul terreno di razza, genere e classe che sostituisce la possibilità di cambiare in meglio le condizioni di vita delle persone non può funzionare per sempre. Questa volta il paese ha bisogno che la leader faccia capire quale strada intende percorrere. Nella misura in cui la premier aggira questa necessità i suoi discorsi girano a vuoto. Stanno finendo i fondi del Pnrr, la procedura d’infrazione per il mancato rispetto delle direttive europee resterà, i vincoli di bilancio peseranno e l’Italia del lavoro sottopagato, della totale assenza di politiche pubbliche mostra il freno. 

La premier ha paura, dicevamo, perché percepisce un clima ostile in larghi pezzi di società, sa che da sola, senza una classe politica adeguata, può vincere le elezioni ma non può prendere il potere. Per reazione pavloviana ha provato a generalizzare questa paura, dichiarando guerra alla società e alla sua vivace complessità in nome della sicurezza. La mossa di ritirarsi nel bosco della repressione pur di non confrontarsi con il mondo e le sue contraddizioni per qualche tempo ha persino pagato.

Tutto ciò ha a che fare con il referendum sulla giustizia? Per capirlo bisogna evitare i tecnicismi: non è possibile considerare questa riforma, imposta al parlamento dal governo senza possibilità di dibattito, senza contestualizzarla nel disegno più generale anti-repubblicano dei post-fascisti. Epure, il messaggio della destra in queste settimane è andato letteralmente in cortocircuito. Sappiamo che ai tempi della propaganda digitale e delle bolle social un discorso per essere efficace non ha bisogno di coerenza logica, può contraddirsi per essere diversamente declinato alla bisogna e a seconda della nicchia di pubblico da stuzzicare. Ma con la riforma della giustizia, e con le difficoltà che essa evoca, i paradossi divengono quasi insanabili.

Chi dice No al nuovo Consiglio superiore della magistratura può farlo con diverse argomentazioni, si va dai giustizialisti reduci dall’antiberlusconismo ai garantisti di sinistra: per opporsi alla riforma, ed essere maggioranza, questa volta non servono sintesi politiche. Dall’altra parte, invece, è diverso: chi sostiene la nuova legge vuole più carcere o meno carcere? Vuole far lavorare meglio i giudici o ne vuole ridurre l’influenza in nome del predominio della politica? Nel bosco di Meloni queste alternative diventano empasse. Fino alla contraddizione tattica più clamorosa: la premier fa fatica a entrare in una battaglia che aveva giurato di non voler «politicizzare».

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Comunque finisca, questa storia fa capire quali sono i punti deboli di una destra che pareva imbattibile. Non sono fattori immediatamente spendibili nelle urne, investono una composizione sociale e politica che nessuno può illudersi di limitarsi a impacchettare a uso elettorale. Cominciamo a tracciare alcune mappe. Le piste da seguire per uscire dal bosco, piccola patria dell’autoritarismo proprietario, partono dall’opposizione alla guerra e ai suoi scenari ibridi, irriducibili a logiche campiste perché attraversano lo spettro sociale e i confini dati. Fino alla presa d’atto della latitanza del governo sul terreno della crisi economica e della difesa della possibilità di organizzarsi e battersi per i diritti.

*Giuliano Santoro, giornalista, lavora al manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (Castelvecchi, 2012 e 2014) e Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo, 2015).