Jacobin Italia

La prigione non è un gioco da ragazzi

4 Dicembre 2024

Dal mito fondativo della cattiveria infantile del Franti di «Cuore» all’istituto penitenziario della fiction di successo «Mare fuori»: la detenzione minorile sedimenta stereotipi e pregiudizi sul carcere e la sua funzione

Nessuno nasce con in testa l’idea del carcere. Da bambini, tra cinema e Tv, ci viene inculcata un’immagine vaga e terrificante, un chiaroscuro dove le persone cattive spiccano, facilmente riconoscibili come sbarre nere sullo sfondo di mura altissime, necessarie per nasconderci alla vista del male, o meglio per nascondere quest’ultimo ai nostri occhi, bisognosi di protezione. 

Eppure l’istinto ci suggerisce immediatamente la realtà delle cose, aldilà della narrazione paradigmatica della punizione necessaria per mantenere ordine nel mondo. La prigione – quello è il nome dell’infanzia – è un luogo cattivo più che il posto giusto per i cattivi. A guardie e ladri chi gioca con la maglia della sorveglianza ha di sicuro perso la conta, paga pegno controvoglia. 

Nonostante sia facile schierarsi con Lucky Luke, siamo tutti un po’ fratelli Dalton, con un piano di evasione sempre in testa e una divisa a righe che non riusciamo ad appendere al chiodo. Perché, fin dalla più tenera età, ci scava dentro, come un tunnel inciso nella nuda terra a colpi di cucchiaio, il tarlo che i cattivi che non riusciamo a odiare nemmeno sul piccolo schermo, alla fine, potremmo essere noi. 

Il cuore oscuro dell’istituzione penitenziaria per minori

La prigione dunque non è un gioco da ragazzi. Eppure in un momento imprecisato abbiamo imparato che se l’adolescenza è l’inferno in terra esiste un luogo in grado di superarne la capacità d’offesa. 

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