Nel linguaggio comune il termine «luddismo» viene solitamente usato per designare una forma di ostilità estrema e irrazionale nei confronti della tecnologia. Il termine è quindi entrato nel nostro vocabolario per evocare un’avversione nei confronti dello sviluppo tecnologico che ha in sé qualcosa di patologico. Si tratterebbe di un grumo residuo di ancestrali superstizioni che è in qualche modo sopravvissuto all’interno delle moderne società industriali. In questo senso, l’utilizzo del termine «luddismo» sembra avere quasi la funzione terapeutica di richiamare un’importante lezione della storia in grado, con la sua semplice morale, di dimostrare la vacuità di forme irrazionali di tecnofobia, che vedono le nuove tecnologie distruggere posti di lavoro senza alcun effetto compensativo.
In realtà, la lezione della storia associata all’uso comune del termine luddismo, che vede i seguaci del generale Ludd impegnati nella distruzione dei moderni macchinari industriali senza comprenderne gli effetti in termini di crescita della produttività e, ultimamente, di benessere generale, è semplicemente falsa.
La resistenza operaia all’introduzione delle nuove tecnologie durante la prima fase della rivoluzione industriale non fu affatto una manifestazione di irrazionale vandalismo, ma, al contrario, una reazione consapevole, basata su una visione articolata e sufficientemente coerente del nesso tra nuove tecnologie e benessere sociale.
In modo paradossale, rievocare quindi le gesta del generale Ludd può forse aiutarci, in questa fase storica caratterizzata dalla formazione e consolidamento dell’Intelligenza artificiale e da nuove tecnologie dell’automazione, a liberarci da una serie di pregiudizi sul cambiamento tecnologico e le sue conseguenze economiche e sociali.

