Jacobin Italia

«La proprietà Gkn non cerchi pretesti, serve l’intervento pubblico»

25 Marzo 2024

L'ex ministro del lavoro Andrea Orlando prosegue la discussione iniziata da Jacobin con Pasquale Tridico su crisi industriale, ruolo dello Stato e protagonismo di lavoratori e lavoratrici

Andrea Orlando, ex Ministro del lavoro, deputato e dirigente di primo piano del Pd, non ha cominciato a fare politica sui temi del lavoro. Ma ormai questa dimensione lo riguarda direttamente e non a caso è uno dei pochissimi in quel partito a essersi dedicato al caso della Gkn e delle crisi industriali in generale. Lo abbiamo intervistato non solo a proposito della vertenza che dura ormai dal luglio 2021, ma anche per discutere con lui dell’importanza di un intervento pubblico nell’economia, proprio in casi di crisi acuta come quella di Campi Bisenzio. Su questo tema, del resto, abbiamo avviato una serie di conservazioni, prima con Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica e poi con Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps. E la vicenda ha preso una nuova polarizzazione dopo che la Qf, attuale proprietaria dello stabilimento, ha annunciato di non volersi presentare al tavolo con Governo e Regione convocato per martedi 26 marzo. Il motivo, l’organizzazione del Festival di letteratura working class dal 5 al 7 aprile e la denuncia contro le attività politiche e culturali dentro la fabbrica. 

Prima di entrare in temi più generali, cosa pensa di questo annuncio da parte della Qf che intende disertare il tavolo di confronto?

Mi pare una posizione totalmente pretestuosa. L’impressione è che a fronte delle inadempienze di Qf si cerchino degli appigli peraltro abbastanza ridicoli. Come può essere che le attività svolte oggi in una fabbrica ferma ostacolino la reindustrializzazione? Peraltro la questione viene sollevata oggi ma le attività che impedirebbero la trattativa si svolgono sin dalla prima chiusura di Gkn a opera del fondo Melrose. Anche i tempi sono molto sospetti.

Nella vertenza della ex Gkn viene costantemente richiamata la norma, conosciuta come Orlando-Todde, che fu inserita nella legge di Bilancio del 2021 con i commi da 224 a 234. Che valore aveva quella norma e derivò dalla vertenza aperta nel luglio del 2021?

Il valore di quella legge è legato a una serie di episodi di chiusure repentine, spesso riguardanti il settore dell’automotive, in cui, al di là della formalità, le comunicazioni ai dipendenti (via email o via whatsapp) avvenivano a fatto compiuto. E si trattava di aziende con bilanci positivi, non certo in perdita, ma che per ragioni di riorganizzazione a livello dei gruppi, spesso multinazionali, venivano chiuse lasciando a casa i lavoratori. Siamo partiti da una legge che esisteva già in Francia, discendente dalle vicende del gruppo Arcelor Mittal, e si trattava di una legge, pensata insieme ad Alessandra Todde allora viceministra allo Sviluppo economico [e oggi eletta presidente della Regione Sardegna, Ndr], che punta a dare alle aziende in difficoltà il tempo adeguato a presentare alternative fino alla possibilità di una vera reindustrializzazione. Il dibattito fu salutato dall’allora presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, con una definizione lapidaria della normativa definita la  «legge contro le imprese», accompagnata dalla battuta spiritosa: «Mi ha chiamato il mio omologo spagnolo, mi ha detto di ringraziare il Ministro del lavoro perché ‘se passa quella legge vengono tutti in Spagna’». 

Ci fu una faticosa mediazione nell’allora governo Draghi [in cui figuravano anche Lega e Forza Italia, Ndr] con una forte opposizione della destra al governo, ma la versione definitiva allunga ulteriormente i tempi per gestire la transizione e aggrava gli oneri per chi chiude l’impresa. Quella versione fu «facilitata» dalla vertenza triestina della Wärtsilä, impresa del Friuli su cui decise di intervenire il presidente della regione, Massimiliano Fedriga, che fece pressione sul ministro leghista Giancarlo Giorgetti pervenendo a questa ultima versione, che peraltro la magistratura ha già applicato. La critica che si fece all’epoca è che la legge prevede oneri per le imprese ma senza strumenti per la reindustrializzazione. Un rilievo giusto, che però non poteva essere risolto da quel governo o solo tramite delle procedure. Sarebbe stato giusto affrontarlo con strumenti di politica industriale che il nostro paese non ha, anzi non ha più.

Arriviamo tra poco al tema degli strumenti: sulla vertenza Gkn, però, vorrei ancora chiederle un parere sul fatto che a norma del comma 228 lettera c) la realizzazione di un piano, obbligatorio per l’azienda, può avvenire anche «mediante cessione dell’azienda, o di suoi rami, ai lavoratori o a  cooperative da essi costituite». Il Collettivo di fabbrica ha avanzato chiaramente l’intenzione di rilevare la fabbrica tramite cooperativa.

Ma infatti quella era un’intenzione che si coordinava con un intervento previsto nella riforma degli ammortizzatori sociali in direzione del workers buyout, la rilevazione dell’impresa da parte dei lavoratori stessi, con strumenti e incentivi a loro favore e quindi in un disegno più generale. Ho visto nell’intervista che ha concesso a Jacobin Italia che Pasquale Tridico ha già notato come spesso sia stato più costoso il mantenimento, a lungo termine e senza sbocco produttivo, degli ammortizzatori sociali che un nuovo finanziamento industriale. 

L’azienda finora ha fatto finta di niente, pensa che ci siano inadempienze amministrative oppure mancano strumenti operativi per implementare quel dettato? 

Il limite è quello di essere ancora confinati in una strategia molto difensiva. Il cuore della reazione alla crisi industriale restano gli ammortizzatori sociali, oggi accompagnati da oneri in capo all’impresa che decide di chiudere. Non basta. Il problema è che non ci sono Agenzie che supportino i processi di reindustrializzazione e tanto meno soggetti pubblici in grado di partecipare a un intervento. Questa è una deriva che viene da lontano: l’intervento pubblico è guardato prevalentemente in termini finanziari, non di partecipazione diretta all’impresa. Sia la Cassa Depositi e Prestiti che Invitalia, soggetti pubblici dedicati allo sviluppo industriale, svolgono un ruolo anche importante, ma a fronte di interventi che hanno sempre un carattere privato. Quando l’intervento non è privato non c’è nulla che induca a una partecipazione, anche manageriale, del tipo di quella che caratterizzò il vecchio Istituto per la ricostruzione industriale (Iri). Lo vediamo all’Ilva: quando gli indiani di Mittal se ne vanno il manager in grado di intervenire fattivamente è quello [Giuseppe Cavalli, nominato Direttore generale dell’Ilva commissariata, Ndr] che lavorava nelle vecchie Partecipazioni statali. Non esiste più il manager pubblico che svolga sia pure una funzione di supplenza. Questo rinvia alla demonizzazione delle Partecipazioni statali che è stata portata avanti in maniera per nulla disinteressata. Ma attiene anche alla normativa europea sugli aiuti di Stato e ai Trattati europei che vincolano fortemente l’intervento pubblico. Concepiti all’interno di una temperie fortemente neoliberale stanno però producendo una conseguenza negativa perché mentre altri paesi gli aiuti di Stato li prevedono, o addirittura adottano politiche protezionistiche e riscoprono l’intervento pubblico, noi restiamo fermi.

Prima di sviluppare il ragionamento sugli strumenti e sul bilancio delle sbornie passate, ancora una precisazione sulla vertenza Gkn: la Regione Toscana, governata dal Pd, ha fatto tutto quello che poteva fare?

Credo che la Regione abbia seguito la vicenda in modo diligente. Il problema sono gli strumenti tecnici che mancano. La Regione può cercare gli acquirenti, ma non è in grado di svolgere un’azione diretta.

Parliamo allora degli strumenti. Abbiamo citato l’Iri, il grande organismo pubblico in vigore fino all’inizio degli anni Novanta e che ha gestito direttamente buona parte dell’industria italiana. Il modello resta quello?

Intanto servono politiche industriali caratterizzate da maggiore selettività. Oggi vengono finanziati interventi che non sempre vanno verso la sostenibilità ambientale e sociale o che abbiano carattere strategico. Industria 4.0, presentata spesso come un esempio virtuoso e un modello da ripetere, era caratterizzata certamente dalla velocità di esecuzione per via di un meccanismo automatico, ma non garantiva alcuna selettività. Ha permesso quindi scelte indiscriminate senza selezione. E questo per due ragioni: una di carattere ideologico, che è evidente, l’altra derivante dal fatto che «l’occhio industriale» pubblico, cioè la capacità di disegnare un piano di impresa a carattere pubblico, è stato chiuso. La capacità di leggere la dimensione industriale degli investimenti, la strategicità di questi e non solo gli aspetti finanziari, si sono indebolite. Esistevano persone che dentro lo Stato sapevano invece fare questo. E poi è stato rimosso totalmente, nel senso di eliminato dal campo, il tema della possibilità dell’intervento diretto. Non si tratta di costituire un nuovo soggetto – come è stato ad esempio l’Iri –  ma di dare ai soggetti esistenti la capacità e l’autorità di entrare nel capitale delle imprese, in un modo che non riguardi solo la partecipazione ai capitali. E quindi l’intervento pubblico dovrebbe avere una managerialità pubblica che oggi non esiste più. A me non farebbe scandalo se si pensasse a forme di intervento pubblico che ripercorrano la stagione migliore delle Partecipazioni statali. Si dimentica spesso che quelle partecipazioni hanno rappresentato una delle componenti che ha garantito il miracolo economico degli anni Sessanta.

Lei ha giustamente parlato di una demonizzazione dell’intervento pubblico che ha avuto il suo culmine negli anni Novanta. Paradossalmente, uno dei principali dirigenti dell’Iri, Romano Prodi, ha poi guidato governi di centrosinistra che si sono posizionati in prima fila a favore delle privatizzazioni. C’è dunque bisogno di un’autocritica da parte delle forze di sinistra, del Pd in particolare?

Autocritica assolutamente sì. In quella fase si sono venduti asset strategici e le privatizzazioni sono state realizzate in modi diversi. Mantenendo partecipazioni di successo in alcuni casi dove la presenza pubblica è stata importante mentre altre privatizzazioni hanno portato solo a disastri. Telecom è chiaramente un caso di scuola. In questo quadro occorre guardare criticamente a quella vicenda magari per ripensare a strumenti di intervento in settori in cui il mercato non è in grado di intervenire. Penso alla sovranità digitale e alle tecnologie legate a quest’ambito, in cui tra l’altro l’Europa anche per la mancanza di campioni nazionali è tagliata fuori dalla competizione globale.

È stato Ministro del lavoro, tema che dovrebbe essere centrale per un partito di sinistra: a parte il salario minimo cosa sta facendo il Pd? Una volta si convocavano anche le Conferenze del lavoro, non si fa più?

In realtà stiamo organizzando proprio una conferenza sulle politiche industriali, prevista a maggio, che sarà preceduta da tre momenti di approfondimento: sul digitale e le telecomunicazioni, sull’automotive e l’acciaio e infine sulla logistica. Quello che ci interessa è mettere a tema due questioni che sono intrecciate tra loro e delineano quindi un possibile programma. La prima riguarda le cause reali del lavoro povero e del part-time involontario, domandandosi quali modifiche ha avuto il capitalismo italiano per produrre una situazione simile. Il dibattito sul salario minimo si inscrive qui dentro. Da qui discende una battaglia, che credo occorra fare, per una riforma della governance del capitalismo italiano. Mentre la Francia ha una forte presenza pubblica e la Germania ha il modello duale, in Italia le privatizzazioni hanno accentuato l’aspetto relazionale e familistico. Credo che dal modello tedesco possano venire spunti utili alla situazione italiana, non tanto nella partecipazione dei lavoratori ai consigli di amministrazione, che potrebbe indebolire il loro potere contrattuale, quanto alla separazione della proprietà dal controllo seguendo l’esempio dei consigli di sorveglianza separati dai consigli di amministrazione. Sembra ingegneria giuridica, ma non è un caso che in Italia i fondi speculativi possono avere mano libera nella gestione delle imprese più facilmente che altrove.


* Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme).