Taciuta e dimenticata. Sono aggettivi apparentemente simili ma indicativi di un approccio differente sia da parte delle protagoniste che di chi racconta. La resistenza taciuta è il titolo di una delle prime ricerche sulla resistenza femminile compiuta da Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina nel 1976. Dopo quasi mezzo secolo, nel 2023, Gianni Rivolta e Carlo Picozza pubblicano invece La resistenza dimenticata (Media&Books Editore).
Le ragioni del silenzio
Nel secondo dopoguerra si tendeva a oltrepassare i conflitti e a «normalizzare» comportamenti che potessero mettere in discussione la gerarchia tra uomini e donne. La presenza delle donne nelle bande armate come nelle fila della resistenza civile ha rappresentato un processo di politicizzazione democratica femminile che metteva in crisi relazioni sociali condivise sia dal fronte progressita che da quello conservatore. Non a caso alle partigiane è stato attribuito il termine di «staffette», un diminutivo che tende a sottolinearne il ruolo ancillare. Gli stessi criteri per l’attribuzione della qualifica di partigiana erano decisamente penalizzanti per le donne. Occorreva dimostrare di aver portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata e aver compiuto tre azioni di guerra o sabotaggio. Tutte condizioni difficili da certificare vista l’attività delle donne peculiarmente mobile sul territorio (le partigiane in bicicletta) nel trasporto di armi, documenti e cibo, compiti che erano stati loro affidati con l’illusione che potessero destare minori sospetti tra i nazifascisti.
Secondo alcune stime le partigiane combattenti sono state 37 mila e 80 mila quelle impegnate nella guerra civile, ma solo poche di loro ricevettero il giusto riconoscimento in vita. È famoso l’episodio in cui incorse una partigiana appartenente alle brigate Garibaldi il 25 aprile del 1944: contravvenne alla proibizione di sfilare a Milano con gli uomini suoi compagni e fu coperta da insulti sessisti. In questo clima il silenzio da parte delle protagoniste era una scelta quasi obbligata.
La resistenza armata è stata l’oggetto privilegiato di studio, almeno sino agli anni Ottanta. Soltanto dopo il cinquantenario il «militarismo» e l’appartenenza ai partiti del Cnl non sono stati più gli unici parametri interpretativi e, anche grazie alle storiche donne, sono emerse altre categorie capaci di comprendere la pluralità dei comportamenti resistenziali. Basta pensare alle decine di migliaia di giovani soldati che dopo l’8 settembre vagavano sbandati nel territorio o ai soldati alleati fuggiti dai campi di concentramento che poterono sopravvivere grazie ai vestiti civili, al cibo e a un nascondiglio forniti loro principalmente da donne. Come ha notato giustamente Anna Bravo, per spiegare questo comportamento di massa non basta richiamarsi alla solidarietà e alla pietas: occorre aver ripudiato l’ordine costituito e saperne immaginare uno diverso e più giusto.
