Le restaurazioni migliori spesso hanno il volto del rinnovamento. E il socialismo europeo sta per vivere esattamente un fenomeno del genere con i due processi, paralleli anche se non sincronizzati, che riguardano il Labour party inglese e il Partito socialista francese.
Il primo, sotto la salda leadership di Keir Starmer, si avvia, secondo tutti i sondaggi, a vincere in modo schiacciante le elezioni politiche interne che il premier conservatore Rishi Sunak ha appena convocato per il 4 luglio. Il secondo, affidato per il momento al volto europeista di Ralph Glucksmann, sta puntando all’obiettivo fondamentale delle prossime Europee dell’8 e 9 giugno in Francia: vincere la competizione interna alle forze di sinistra, che si presentano al voto in 4-5 liste diverse, e poter così dire alla Francia intera «siamo tornati».
Starmer e Glucksmann, in modo differente ma analogo, rappresentano il ritorno delle tendenze più liberali della sinistra europea, ma la loro originalità sta nel fatto che non si presentano semplicemente come il ripristino di un «usato sicuro» ma come il «nuovo che avanza».
Il nuovo vecchio Labour di Starmer
Le cronache giornalistiche sanno con certezza che nella tolda di comando della campagna laburista, che si appresta a prendere le leve del potere, siedono diversi personaggi che hanno difeso e rappresentato il laburismo come il coordinatore della campagna Pat MacFadden oppure Peter Hyman , ex preside ed esperto di istruzione, assistente politico per Tony Blair o ancora Matthew Doyle, direttore esecutivo delle comunicazioni di Starmer e consigliere speciale a Downing Street con Blair di cui è stato direttore dopo l’uscita di questi da Downing Street. Non mancano ovviamente le discontinuità, in parte rappresentate dal direttore e testa pensante della campagna politica di Starmer Morgan McSweeney di cui si racconta la difesa di una strategia di rinnovamento del Labour, quando questo era diretto da Jeremy Corbyn, contro le tendenze dell’ala blairiana di produrre una scissione per formare, sulla scia dei successi di Emmanuel Macron, una forza di centro liberale.
Ma Starmer non sta semplicemente dicendo, come farebbe un Matteo Renzi qualsiasi, «torniamo ai tempi d’oro della Terza via». Anzi, si propone con un volto sociale e popolare come ha fatto recentemente nel discorso tenuto a Lancing, nel West Sussex, discorso di cui, non a caso, il Foglio ha pubblicato un ampio stralcio. «La mia storia è una testimonianza [degli anni difficili del paese pagati a caro prezzo dai lavoratori, ndr]. Per noi non è stato facile. Mio padre faceva utensili, lavorava in una fabbrica e mia madre era un’infermiera […] Erano gli anni Settanta, tempi duri. So cosa significa un’inflazione fuori controllo, come l’aumento del costo della vita possa farti temere persino l’arrivo del postino».
Il discorso è davvero abile perché sbandierando le umili origini operaie, il fatto di essere stato il primo della propria famiglia a poter accedere all’università – «so il valore dell’istruzione» – viene messo al servizio del più tradizionale leitmotiv britannico contro i governi laburisti degli anni Settanta, quelli traballanti di Harold Wilson e James Callaghan associati proprio all’alta inflazione e a politiche economiche da rimettere in ordine. Come fece Margareth Thatcher che nel 1979 sconfisse la sinistra del Labour e inaugurò la fase neoliberista a livello mondiale nella quale, nonostante l’emergenza Covid e la crisi del 2007-2008, siamo ancora immersi.
Lo slogan principale di Starmer in questa campagna elettorale è «stabilità economica» per la quale occorrerà fare «anche dei sacrifici». E accanto a questo ci sarà una «forte difesa nazionale», nel senso di un esercito più forte che è stato invece «svuotato» da 14 anni di politiche conservatrici e che oggi è «il più piccolo da quando ha combattuto contro Napoleone». E, in chiave anti-migranti, «confini più sicuri» con tanto di «Unità per i rimpatri composta da 1.000 persone per garantire che i richiedenti asilo respinti e quelli che non hanno il diritto di essere qui vengano allontanati». Questo è il Labour che ritornerà al potere e che, guarda caso, beneficia di un appello, apparso sul conservatore Times, in cui più di 120 dirigenti di azienda invitano a votare per lui:
«Noi, in qualità di leader e investitori nel mondo degli affari britannici, crediamo che sia giunto il momento di cambiare – scrivono gli amministratori delegati e presidenti della crema industriale e finanziaria britannica – Il Regno Unito ha il potenziale per diventare una delle economie più forti del mondo. La mancanza di stabilità politica e l’assenza di una strategia economica coerente lo hanno frenato». E poi: «Il Partito laburista ha dimostrato di essere cambiato e di voler collaborare con le imprese per raggiungere il pieno potenziale economico del Regno Unito. Ora dovremmo dargli la possibilità di cambiare il paese e guidare la Gran Bretagna verso il futuro». L’appello è rimasto on line per permettere a chi lo desidera di poterlo firmare ancora.
La direzione di marcia è dunque chiara così come è chiaro che la sera del 4 luglio, se i sondaggi che danno il Labour 20 punti avanti rispetto ai Tories si manterranno, inizierà la danza delle dichiarazioni politiche che dichiarerà conclusa la fase estremista della sinistra europea (senza che si capisca quando questa fase sia iniziata e con quali provvedimenti) e che l’unica prospettiva che consentirà di tornare a vincere è quella rassicurante, stabilizzante e modernizzatrice, in altre parole pienamente capitalistica, di Keir Starmer.
Il ritorno del Partito socialista francese
Ma forse questa retorica comincerà anche prima, la sera del 9 giugno quando si analizzeranno i risultati delle elezioni europee e, se i sondaggi verranno confermati, la sinistra francese assisterà al ritorno del Partito socialista. La lista guidata da Glucksmann è destinata a distanziare di molto la France Insumis (FI) di Jean Luc Mélenchon che ormai è fortemente accerchiata dall’intero establishment politico e mediatico: l’ultimo episodio di un clima politico crescente di avversione verso la FI è l’espulsione di un deputato dall’Assemblea nazionale per aver sventolato in aula la bandiera palestinese.
Glucksmann sta diventando il beniamino di una sinistra francese definita in passato come bo-bo, «bourgeois bohemian», l’equivalente del radical chic che piace tanto alla destra ma che in questo caso è abbastanza calzante. Lo slogan chiave della campagna Réveiller l’Europe, che vede insieme il Ps e il movimento di Glucksmann, Place publique, è «difendere l’Europa dall’imperialismo russo aumentando massicciamente il sostegno all’Ucraina». Ora, per quanto l’autodeterminazione dei popoli sia un valore importante e comunque nel cuore della politica francese, questa esortazione equivale a portare l’Unione europea in guerra, soprattutto dopo le recenti posizioni di Francia e Germania sulla necessità di interventi diretti sul suolo da parte della Nato o sulla necessità di colpire il suolo russo. Il secondo punto, conseguentemente, è «Riarmare il nostro continente istituendo un fondo di 100 miliardi da investire nelle nostre industrie della difesa» a cui seguono la necessità di una «sovranità energetica» e la «protezione dei nostri prodotti» nel quadro di un’Europa verde e sociale. L’ispirazione sociale, quindi, viene mescolata a una visione imperiale dell’Europa che sposta verso l’alto, a livello sovranazionale, una pulsione sovranista rimproverata invece a livello nazionale alla destra di Marine Le Pen, sicura vincitrice delle prossime elezioni europee.
In una intervista a Repubblica, in cui assicura che la prossima maggioranza europea vedrà senz’altro i Conservatori di Giorgia Meloni fuori da alleanze partecipate dai socialisti – ma l’attuale Commissione di Ursula von der Leyer, sostenuta fortemente dal gruppo S&D è nata grazie al via libera del PiS polacco, solido alleato di Fratelli d’Italia – alla domanda sulle proprie differenze con Macron ,Glucksmann risponde: «Penso che lui, e chi lo circonda, siano comunicatori vuoti. In Ucraina, Macron parla di inviare truppe, mentre tutti sanno che non lo farà mai, e intanto la Francia non è capace di consegnare più armi a Kiev. E la candidata della maggioranza non è nemmeno in grado di dire se gli ucraini possano usare le nostre armi per colpire il territorio russo contro le batterie missilistiche o i campi di aviazione che stanno portando all’annientamento dell’Ucraina».
I socialisti si sono affidati a questo abile comunicatore, figlio del filosofo André e che lasciando il Ps aveva fondato il proprio movimento con l’obiettivo di regolare i conti nella sinistra. Fino alle ultime presidenziali, in cui Melenchon è arrivato terzo, di un soffio dietro a Marine Le Pen, la France Insumis è stata il partito guida delle forze di sinistra che si sono poi unite nella Nouvelle union populaire, écologique et sociale. Ma l’alleanza per le europee è saltata e al voto si presenteranno divisi tutti i contraenti del patto della Nupes: Ps, Fi, Pcf ed Ecologisti. Chi arriva primo – gli ultimi sondaggi danno il Ps al 14%, Fi all’8% e poi dietro Verdi al 5% e Pcf tra il 2 e il 3% – si presenterà come il candidato meglio piazzato per sfidare la destra e lo stesso Macron. Una situazione che, secondo le inchieste del quotidiano Mediapart, sta producendo una reazione negativa da parte dell’elettorato di sinistra che si ritiene «perso», «arrabbiato», «deluso» e «depresso». Come afferma una militante del Collettivo di lotta Intraospedaliero: «Che la sinistra francese ed europea si trovi in questo stato è estremamente triste. Abbiamo l’impressione che questa sia l’ultima svolta prima della morte».
Frustrazione e disorientamento, quindi, per la divisione e poi anche per i temi: la nitida solidarietà alla Palestina da parte del partito di Mélenchon è generalmente molto apprezzata anche se non sembra possa spostare più di tanto gli orientamenti per il voto.
Il freno tirato di Elly Schlein
A questo andamento fa da contraltare solo la Spagna dove la sinistra si è unita al governo, tranne l’eccezione di Podemos che tra l’altro presentandosi in solitudine alle europee dovrà testare la propria capacità di resistenza, i dati economici al momento sembrano favorire Pedro Sanchez e il governo si è spinto fino a riconoscere lo Stato di Palestina in parte grazie alla pressione della sinistra di Sumar guidata da Yolanda Dìaz. Ma non basterà la Spagna a bloccare la retorica liberale che, da sempre a presidio degli equilibri del capitalismo globale, non può concedere alla sinistra altra strada che non sia quella del quieto vivere.
In questo contesto ancora una volta il Pd italiano sembra muoversi con il freno tirato, in apnea e perennemente spaventato di poter dispiacere i settori di sinistra liberale al suo interno. I quali però non fanno sconti. Da tempo vengono fatte circolare nei quotidiani le veline circa i desideri di protagonismo politico nazionale di Paolo Gentiloni che dopo le europee vedrà cessare il mandato di Commissario Ue. Elly Schlein dovrà contare molto bene i voti la sera del 9 giugno perché i suoi oppositori fisseranno l’asticella per lo meno al punto raggiunto alle elezioni del 2019, il 22,7%, al momento non raggiunto in nessun sondaggio, nemmeno quelli più favorevoli al Pd. Ma, soprattutto, dovrà tenere d’occhio questo vento di restaurazione che proviene da oltre le Alpi, dai paesi europei che stanno conoscendo il recupero di quella sinistra tanto decantata dal pensiero mainstream e che, in generale, dalla Francia alla Germania alla Gran Bretagna, è tra le principali responsabili delle politiche di austerity, di taglio ai servizi sociali e di compressione dei diritti della working class che ci sta opprimendo da almeno trent’anni. Sembra quasi scontato dover dire che l’unico modo per opporsi a questo ritorno, se non lo si giudica utile e necessario, è quello di presentare proposte e politiche, attivare mobilitazioni e quindi organizzare campagne dal chiaro profilo sociale, alternativo ai dogmi dominanti. Finora la campagna elettorale, salvo che per la proposta di eleggere Ilaria Salis, è stata contraddistinta dalla polemica sui dibattiti politici da Bruno Vespa, da slogan puerili della destra e dalle abilità comunicative della presidente del Consiglio (che in genere mascherano l’inconsistenza e i danni delle sue scelte politiche). Un po’ poco per fronteggiare la restaurazione.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme).

