Poche profezie sono invecchiate così male quanto quelle sul potere emancipatorio di internet. Fiori di editoriali sui giornali per osannare le varie «rivoluzioni di Twitter» in Medio oriente, i software open-source che avrebbero distrutto la proprietà privata tradizionale e i «corsi online aperti e di massa» destinati a sostituire gli obsoleti sistemi formativi in tutto il mondo.
Oggi quell’epoca è finita. Nessuno vorrebbe più Mark Zuckerberg candidato alla presidenza degli Stati uniti. Ormai è difficile trovare qualcuno in disaccordo con l’idea che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui internet funziona attualmente nella nostra società. Al di là dello specifico della critica, di solito la tesi di fondo può essere ricondotta all’esistenza di uno dei colossi tecnologici che dominano il mercato: Facebook, Amazon, Google e Twitter.
La soluzione che va di moda in questi ultimi tempi va sotto la sigla di «web3». Chi usa questo termine sostiene che il futuro di internet, dopo l’evoluzione dal «web 1.0» e al «web 2.0», sia basato sulle criptovalute.
Il web 1.0 è l’epoca precedente ai motori di ricerca, quando i siti web erano codificati manualmente, avevano un’interattività limitata e per mettere online qualcosa servivano conoscenze tecniche elaborate. A metà degli anni 2000, piattaforme come Google, Facebook e Amazon hanno portato su internet la fruibilità, l’accessibilità e un nuovo lato «sociale», consentendo a chiunque di produrre contenuti anche senza conoscere i codici di programmazione. Ma con la fruibilità è arrivata anche la concentrazione di internet in mano a grandi aziende che, alla fine degli anni Dieci di questo secolo sembravano dei monoliti la cui ragion d’essere era arricchire la nuova élite di miliardari della tecnologia.
Proprio mentre il monopolio di Big Tech si consolidava, la crisi finanziaria globale creava le condizioni economiche per la popolarità del web3. Pubblicato appena sei settimane dopo il crollo di Lehman Brothers nel 2008, da un autore nascosto dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, il Bitcoin white paper innestava la diffusa sfiducia nel sistema bancario con critiche libertarie alle banche centrali e al controllo statale sul denaro.
