Gabriel Boric è il nuovo presidente del Cile. L’ex leader studentesco, candidato della coalizione di centrosinistra Apruebo Dignidad ha vinto il ballottaggio di domenica 19 dicembre con un ampio margine contro il rivale José Antonio Kast, rappresentante dell’estrema destra, il quale è stato il primo a riconoscere la propria sconfitta, a poco più di un’ora dalla chiusura dei seggi.
Secondo i dati ufficiali forniti dal Servizio elettorale del Cile (Servel), l’affluenza è stata record, superiore al 55%, equivalente a 8 milioni e mezzo di voti, in un paese abituato all’astensionismo. Un aumento della partecipazione dovuto principalmente alla paura di un’eventuale vittoria di un candidato autoritario, razzista e apertamente pinochetista. Con quasi il 56% delle preferenze, il trentacinquenne Boric sarà, dall’11 marzo 2022, il presidente più giovane della storia cilena. Boric ha vinto facilmente nella capitale Santiago, soprattutto nella vasta periferia sud, che ospita i quartieri bastioni della resistenza contro la dittatura militare (1973-1989), come Villa Francia, La Victoria e La Legua. Il centrosinistra si è imposto, inoltre, nella zona costiera del porto di Valparaíso e nella maggior parte delle città del nord, tra le quali Antofagasta, una regione dove al primo turno aveva prevalso il Partido De La Gente di Franco Parisi, con un programma anti-partitocrazia. Nonostante l’espresso appoggio dell’ex candidato Parisi a Kast, i voti sono confluiti alla coalizione di Boric, dimostrando che la logica del voto castigo all’outsider di turno perde forza quando si tratta di un ballottaggio. I buoni risultati dell’estrema destra nel sud del paese non sono bastati al candidato pinochetista. Kast infatti, con il suo discorso di repressione contro i popoli indigeni, ha raccolto più del 60% dei voti nell’Araucania, una regione dove il popolo mapuche porta avanti una politica di rivendicazione per la restituzione delle terre ancestrali, occupate da grandi multinazionali dell’energia, del mercato ittico e del legname.
La giornata elettorale è trascorsa pacificamente ma è stata marcata da forti polemiche contro Gloria Hutt, ministra dei trasporti del governo uscente di Sebastián Piñera, per la insufficienza e la pessima frequenza del sistema di trasporto nelle grandi città, in particolare nelle periferie e nei quartieri operai, dove risiede un elettorato storicamente di sinistra. Di fronte a questa situazione, aggravata dalle alte temperature che hanno raggiunto massime di quasi 35 gradi, la coordinatrice della campagna elettorale di Boric, Izkia Siches, ha denunciato un sabotaggio da parte del governo per limitare l’affluenza alle urne dei settori popolari e si è rivolta alla cittadinanza per organizzare un sistema di trasporto di emergenza. Il deputato nazionale Giorgio Jackson, uno dei fondatori del Frente Amplio e braccio destro del futuro presidente, è sceso in strada con il suo veicolo personale ad accompagnare gruppi di pensionati ai rispettivi centri di votazione e dare così l’esempio.
Alle dieci di sera circa, poche ore dopo un rapidissimo e impeccabile conteggio dei voti, Boric arrivava al centro della capitale, accompagnato dalla fidanzata, la politologa e militante femminista Irina Karamanos, per pronunciare il suo primo discorso come presidente eletto e ringraziare le decine di migliaia di simpatizzanti che riempivano la Alameda all’altura della Biblioteca Nazionale, tra il Palazzo della Moneda e l’emblematica Plaza Dignidad. Tra gli applausi e i fuochi d’artificio, Boric ha esordito con un saluto in mapudungun, la lingua dei mapuche, e ha promesso che le priorità dei suoi quattro anni di governo saranno garantire il diritto allo studio e alla sanità, in un paese privo di un sistema sanitario e scolastico gratuito e riformare il regime pensionistico privato, creato dal fratello dell’attuale presidente Piñera in piena dittatura, che non prevede il diritto a una pensione minima universale. Boric si è riferito anche alla difesa dei diritti umani e dell’ambiente, dicendo esplicitamente che durante la sua gestione non si procederà con il controverso progetto minerario Dominga, destinato all’estrazione di ferro e rame in una zona di pescatori artigianali contigua all’arcipelago di Humboldt, che ospita una razza di pinguini in via d’estinzione.
Il discorso inaugurale si è concluso con una frase di ottimismo verso il futuro: «Oggi è il giorno in cui la speranza ha vinto contro la paura». Si è chiusa così una settimana di campagna elettorale frenetica segnata anche dal decesso, a 99 anni, della vedova del dittatore Augusto Pinochet, María Lucía Hiriart. La notizia della morte è stata accolta con canti, balli e brindisi nelle principali piazze di tutto il Cile. Doña Lucía non è stata infatti una semplice prima dama presidenziale, bensì un’attiva consigliera politica del dittatore. Dopo il colpo di stato contro Salvador Allende (11 settembre 1973), Pinochet la nominò responsabile della Fundación Cema, un’istituzione benefica creata negli anni Cinquanta per aiutare le donne dei quartieri postergati. La signora Pinochet trasformò ben presto la fondazione in una macchina di riciclaggio di denaro, vendendo immobili che riceveva dallo Stato (cioè da suo marito) in forma gratuita. Nel 2007 fu processata per frode ma ne uscì assolta, approfittando della rete di complicità nel potere giudiziario sulla quale possono contare gli ex funzionari della dittatura, nonostante siano passati più di trent’anni dal ritorno della democrazia.
Ricevuta la notizia, Boric ha dichiarato che la vedova di Pinochet rappresentava uno scandaloso esempio di impunità. Kast, da parte sua, ha manifestato le sue condoglianze, affermando di non avere nessuna relazione personale con la famiglia della defunta. Passate le elezioni, Boric si prepara ora per ricevere, il prossimo 11 marzo, la fascia presidenziale di uno dei paesi più diseguali e privatizzati del mondo.
Bisognerà attendere qualche settimana, quando inizieranno a emergere i nomi dei possibili ministri, per capire se siamo di fronte a un tentativo di cambio strutturale del modello economico o se si porterà avanti un’agenda moderatamente riformista. Nel frattempo non ci sono dubbi sul fatto che la vittoria del Frente Amplio rappresenta una buona notizia per il processo costituente in corso. Una vittoria di José Antonio Kast avrebbe generato una situazione paradossale: da una parte 155 costituenti, eletti appena sette mesi fa, con il compito di redigere una nuova Carta Magna e dall’altra un governo presieduto da uno strenue difensore della Costituzione pinochetista in vigore dal 1980. Non è un caso che fra i primi a congratularsi con il neoeletto Boric vi sia stato il vicepresidente dell’Assemblea costituente, l’avvocato Jaime Bassa, manifestando la sua soddisfazione con i risultati dello scrutinio.
Tirano un sospiro di sollievo anche i movimenti femministi e Lgbtq+ che stanno portando avanti da anni una campagna per la legalizzazione dell’aborto e il riconoscimento delle unioni civili tra le persone dello stesso sesso. In caso di vittoria dell’estrema destra, si sarebbero trovati a fare i conti con un Presidente orgogliosamente omofobo e misogino. Per quanto riguarda la politica estera, con la vittoria di Boric c’è da aspettarsi un avvicinamento ai paesi della regione che stanno provando timidamente a rilanciare l’agenda dell’integrazione e della cooperazione latinoamericana come l’Argentina di Alberto Fernández, il Messico di Andrés Manuel López Obrador e la Bolivia del Movimiento al Socialismo di Luis Arce ed Evo Morales. Il prossimo governo cileno potrà contare con la collaborazione del Grupo de Puebla, uno spazio di discussione politica, fondato dal senatore centrista cileno Marco Enríquez Ominami, integrato da varie personalità, fra cui spicca Lula Da Silva, una delle figure più importanti dell’attuale scenario della sinistra sudamericana. I dubbi e le principali domande sorgono invece riguardo la linea politica interna del neo eletto Boric. Da una parte dovrà trovare delle risposte, seppur parziali, alle rivendicazioni e ai desideri di cambiamento della moltitudine protagonista delle manifestazioni degli ultimi due anni, dall’altra dovrà fare i conti con l’establishment dell’ex Concertación, la coalizione dei partiti socialdemocratici che hanno governato il paese dalla transizione democratica del 1989 fino al 2010, fra cui il Partido socialista dell’ex presidenta Michelle Bachelet e la Democracia cristiana dell’ex senatrice e candidata presidenziale Yasna Provoste. Entrambe hanno endorsato la candidatura di Boric al ballottaggio, organizzando la campagna anti Kast in varie regioni del paese, un appoggio fondamentale che si tradurrà inevitabilmente in un forte peso politico nel prossimo gabinetto.
Boric dovrà dunque sfoggiare le sue migliori doti di equilibrista per presentarsi come il Presidente del cambio e, allo stesso tempo, governare in coalizione con i partiti tradizionali del passato, considerati dai movimenti sociali e dai protagonisti dell’«ottobre cileno» come una parte del problema e non della soluzione. Il tutto in un contesto di crisi economica aggravata dalla pandemia, senza una maggioranza chiara in parlamento, con un processo di redazione di una nuova Costituzione in corso e con una destra che ha deciso di smettere di occultare la sua profonda nostalgia della dittatura militare di Augusto Pinochet.
*Alberto Pesapane è avvocato in Argentina e studente del master in studi latinoamericani presso l’Universidad Nacional de San Martín della provincia di Buenos Aires.

