Jacobin Italia

La Seconda Repubblica si è mangiata la sinistra

18 Marzo 2024

Dall’Ulivo mondiale alla vocazione maggioritaria, passando per la «Terza via», la fascinazione per il neoliberismo e la trappola dell’antiberlusconismo: trent’anni di miti che hanno condotto la sinistra italiana all’anno zero

La sinistra italiana è stata schiacciata dalla Seconda Repubblica. Letteralmente. Scompaginata, indebolita, forse addirittura scomparsa se per sinistra si intende un’appartenenza di classe, la difesa di interessi definiti nell’ambito delle società capitalistiche, una vocazione internazionalista.

Le coordinate attorno cui si è consumata questa deriva progressiva, imboccata già all’inizio degli anni Novanta, sono ben sintetizzate da ciò che l’analista Antonio Floridia ha definito i «miti» del Partito democratico: la «vocazione maggioritaria» e il «partito della nazione». Due categorie che hanno consentito di realizzare un progetto politico individuato a cavallo del crollo del Muro di Berlino, e consistente nell’adeguamento al capitalismo nelle sue mutevoli trasformazioni con la pretesa, tutta illuminista, di governarne le contraddizioni e financo le crisi.

Dal comunismo al liberalismo

Questo percorso comincia con la decisione di cambiare nome al Pci e quindi con la «svolta» di Achille Occhetto. Oggi l’ultimo segretario comunista tende a offrire di quel passaggio storico la lettura di una svolta a sinistra mancata, ma è una lettura che non regge i fatti storici. La tesi di Occhetto è che le premesse della sua svolta fossero quelle di approfondire «il dialogo politico e intellettuale con le nuove elaborazioni della socialdemocrazia europea» sottolineando la natura «socialdemocratica» del cambio di nome. Ma è già nel 18° congresso del Pci, nel 1988, che si afferma che «la democrazia economica rappresenta una nuova frontiera della democrazia politica e la sua espansione nella sfera dei poteri sociali. Essa deve investire diversi campi: riforma dello stato sociale; democratizzazione dell’impresa; redistribuzione dei redditi, della ricchezza e della proprietà; creazione di nuove forme di imprenditorialità». Uno dei pochi oppositori alla linea di maggioranza di quel congresso, Armando Cossutta, tra i fondatori del Partito della Rifondazione comunista, sarà l’unico a denunciare l’avvio del partito «verso derive liberaldemocratiche». Un dettaglio rivelatore lo offre, in quel dibattito del Pci antecedente la svolta, un personaggio che avrà poi un ruolo preminente, Piero Fassino quando sosterrà la necessità di passare da un «partito dell’emancipazione a un partito della cittadinanza». E Occhetto nel proprio discorso alla direzione del Pci del 14 novembre 1989, due giorni dopo la svolta della Bolognina, dirà: «Esiste la possibilità di raccogliere energie nuove […] Ciò che ci deve guidare è una grande visione, la visione di una forza democratica che risponde alle esigenze della nazione […] assolvendo anche a una funzione più generale di ricomposizione della sinistra».

L’obiettivo sarà dunque, fin dagli albori, quello di un partito democratico «della nazione». Occhetto dice probabilmente la verità quando sostiene che il progetto era quello di un approdo socialdemocratico e che proprio l’indisponibilità del Psi di Bettino Craxi ad avviare un confronto politico ha creato l’impasse. Ma nel compiere il salto identitario gli ex comunisti non si accorsero che la socialdemocrazia europea si stava preparando a una nuova identità liberale, soprattutto negli anni Novanta, quelli dell’affermazione dell’Ulivo, quando la sinistra mondiale compie un vero déplacement, abbandonando i residui legami con la corrente «socialdemocratica».

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