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La sfida dei referendum

Lorenzo Zamponi 3 Giugno 2025

Sulla scheda elettorale, domenica e lunedì, ci sarà scritto sostanzialmente per cinque volte: «Vuoi che la classe lavoratrice sia più forte e più libera domani di quanto non lo sia oggi?»

Cinque referendum per libertà, potere e dignità della classe lavoratrice. Questo è il tema su cui si vota domenica e lunedì 8 e 9 giugno: una sfida che sta indicando, in queste settimane, una strada alla sinistra, e che speriamo continui a farlo a lungo, a prescindere dal risultato.

Licenziamenti, indennizzo, precarietà, sicurezza sul lavoro, cittadinanza: i quesiti sono cinque, di cui quattro proposti dalla Cgil e il quinto da un eterogeneo fronte guidato dai Radicali, ma c’è un filo rosso che li lega. Il conflitto tra capitale e lavoro si gioca su un campo le cui regole negli ultimi trent’anni sono state rese sempre più squilibrate a favore del capitale: è ora di riconquistare un terreno più favorevole. Di liberare le persone che hanno bisogno di lavorare da almeno alcuni dei ricatti che subiscono. Di restituire loro pezzi di potere, di protezione, e quindi di libertà. Il messaggio è chiaro: se i salari italiani sono al palo, se le vertenze raramente ottengono l’esito voluto, se è difficile ottenere mobilitazioni delle dimensioni e dell’intensità necessarie a incidere davvero, è anche e soprattutto perché milioni di lavoratori e lavoratrici vivono sotto ricatto. 

Sulla scheda elettorale, domenica e lunedì, ci sarà scritto sostanzialmente per cinque volte: «Vuoi che la classe lavoratrice sia più forte e più libera domani di quanto non lo sia oggi?». Non una banalità, dopo decenni passati al massimo a difendere, spesso invano, le tutele esistenti e mai invece, come in questo caso, ad alzare l’asticella della dignità. Basterà per il quorum? È molto difficile, ma i voti si contano alla fine. E, siano o no i votanti 27 milioni, saranno con ogni probabilità molti di più di quelli che la sinistra ha raccolto in questi anni. L’impressione è che l’onda lunga della crisi del 2008 abbia sedimentato qualcosa, nella coscienza diffusa di una parte della società italiana, che la questione di classe non sia unanimemente riconosciuta come chiusa, che il fallimento della promessa del neoliberismo sia un dato acquisito da porzioni non irrilevanti del nostro paese. Grandi battaglie unitarie su questi temi, capaci di indicare una via di emancipazione collettiva, sono tra le chiavi di ogni possibile cambiamento sociale e di ogni possibile ricostruzione politica.

I cinque referendum sul lavoro

I quattro quesiti presentati dalla Cgil toccano quattro temi fondamentali nell’attuale legislazione sul lavoro. 

Il primo sono i licenziamenti, con l’abolizione delle porzioni del Jobs Act pianificato da Renzi nel 2015 dedicate alla fine dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, e quindi alla sostituzione del reintegro nel posto di lavoro con un indennizzo economico nel caso di licenziamento ingiustificato da imprese con oltre 15 dipendenti. L’articolo 18 non tornerebbe, ahimè, nella versione originale del 1970, ma in quella già indebolita dalla riforma Fornero nel 2012. Il quesito da questo punto di vista è molto prudente perché una precedente versione, nel 2017, fu bocciata dalla Corte costituzionale. È innegabile, in ogni caso, che la vittoria del Sì porterebbe a un significativo ritorno del reintegro nel posto di lavoro come esito di una sentenza che dichiari ingiustificato il licenziamento. Licenziare senza motivi sufficienti tornerebbe a essere un comportamento molto rischioso e difficilmente inseribile tra i costi-opportunità di un’azienda. 

Il secondo si occupa ancora dei licenziamenti, ma stavolta nelle piccole imprese, cancellando il limite massimo all’indennizzo che il giudice può riconoscere al lavoratore ingiustamente licenziato. 

Il terzo torna sul Jobs Act, proponendo di ripristinare l’obbligo di giustificare con precise causali l’utilizzo del contratto a tempo determinato. 

Il quarto, in caso di  infortunio in un lavoro in appalto, estende la responsabilità all’impresa appaltante.

Quattro temi diversi, ma appunto uniti dall’idea di rafforzare la posizione di lavoratori e lavoratrici all’interno dei propri luoghi di lavoro: licenziamenti più difficili, meno precarietà, più sicurezza. Il tema, come si è detto, è trasversalmente quello di sottrarre dai ricatti e ridare libertà e potere. E quindi, in ultima istanza, maggiore capacità di mobilitarsi e di conseguenza di portare a casa migliori condizioni per tutti e tutte.

Lo stesso ragionamento si può facilmente estendere al quinto quesito, quello che propone di abbassare da 10 a 5 anni il tempo di residenza necessario per fare domanda, a parità di altri requisiti, per la cittadinanza italiana. Sebbene il quesito sia nato da un ambiente ben diverso da quello sindacale, si trova comunque, alla fin fine, a parlare di lavoro. Un po’ perché la grande maggioranza dei cittadini stranieri abitanti in Italia è composta da lavoratori e lavoratrici. E un po’ perché, grazie all’obbrobrio tuttora in vigore della legge Bossi-Fini, i permessi di soggiorno, in Italia, sono legati al lavoro. E quindi l’assenza di cittadinanza rende strutturalmente più subalterni sul posto di lavoro, perché il ricatto occupazionale non si limita, nel caso dei migranti, al salario, ma si estende allo status giuridico, al diritto di stare in Italia senza finire nella clandestinità.

È curioso che chi, anche a sinistra, ha ripetuto per anni che l’immigrazione andasse combattuta perché i migranti, in quanto più ricattabili, si mobilitano meno e abbassano quindi le richieste di tutti, non si attivi poi quando si può agire su una delle leve fondamentali di questo ricatto. La stessa logica che porta molti di quelli che hanno, talvolta anche giustamente, criticato la sinistra perché disattenta rispetto alle questioni di classe, a ignorare proprio la campagna referendaria che dei temi del lavoro si occupa. Evidentemente il punto non era, per alcuni, sottrarsi alle guerre culturali della destra trovando nuovi terreni di espansione; era, invece, combattere quelle guerre, da destra.

Al di là delle guerre culturali buone per social e propaganda di partito, il punto è davvero quasi esclusivamente di classe. A chi interessa che persone che hanno già pienamente maturato i requisiti economici e culturali per la cittadinanza restino 5 anni in più vincolati al permesso di soggiorno? Solo ed esclusivamente alle aziende che li impiegano. A nessun altro, nel mondo reale, cambierebbe nulla in negativo, se una parte di classe lavoratrice, separata dal resto dal recinto della cittadinanza, riuscisse ad abbattere quel recinto. Anzi: è un passo in più, esattamente come i primi quattro quesiti, verso una classe lavoratrice più libera e più forte.

Alzare l’asticella

Il raggruppamento referendario è quanto mai composito: sul fronte sindacale, oltre ovviamente alla Cgil, c’è in parte la Uil e, in maniera diversa, buona parte del sindacalismo di base; sul piano associativo e di movimento, ciò che non ha mosso il lavoro è stato svegliato dalla cittadinanza, ma in generale ci sono tutti; tra i partiti, si sono dichiarati per i cinque sì Alleanza Verdi Sinistra, Partito democratico (seppur con significative defezioni a destra), Rifondazione comunista e Potere al Popolo. Molto vicina anche la posizione del Movimento 5 Stelle, che ha dato indicazioni di votare Sì ai quattro quesiti sul lavoro lasciando «libertà di coscienza» sul quesito sulla cittadinanza, che però è stato pubblicamente sostenuto dal leader pentastellato Giuseppe Conte. Un mix di Sì e No caratterizza il centrismo di Renzi e Calenda, mentre la minoranza di destra del Pd ha dato indicazione di astenersi da almeno tre referendum su cinque, boicottando significativamente il quorum. La stessa linea, del resto, è stata seguita dalla destra, con il governo Meloni che ha sistematicamente rifiutato qualsiasi presa di posizione e conflitto pubblico sui temi referendari, puntando sulla discrasia tra il quorum alto previsto dalla Costituzione e l’affluenza bassa che caratterizza quest’epoca per provare a far fallire i referendum senza prendersi la responsabilità di assumere posizioni oggi impopolari. Il governo ha scelto la strategia del silenzio, con la presidente del consiglio che si è dedicata esclusivamente alla politica estera per l’intera campagna elettorale, pur di evitare di prendere posizione su un tema che a lei non può portare nulla di buono, fino all’assurda uscita di ieri, quando Meloni ha annunciato che «andrà a votare ma non ritirerà le schede», cioè andrà a votare ma non voterà, cioè, di fatto, non andrà a votare.

Se Meloni è obbligata a queste contorsioni, è perché sa benissimo che opporsi alla regolazione dei licenziamenti o alla limitazione della precarietà è impopolare anche nel suo elettorato. Il punto politico è proprio questo: l’assenza pressoché totale di una campagna per il No o l’astensione nel merito delle questioni segnala il consenso enorme che i temi sollevati dai referendum riscuotono nell’Italia del 2025. Se gli argomenti contro il Sì sono «quelle leggi le ha fatte il Pd» e «Landini vuole entrare in politica», significa che quasi nessuno, nel nostro paese, è disposto non solo a votare, ma neanche a stare a casa, per licenziamenti più semplici, indennizzi più bassi, maggiore precarietà e minore protezione dagli infortuni. In questo il quinto quesito in parte si differenzia, perché è innegabile che esista un sentimento anti-migratorio, seppure tangenziale alla questione della cittadinanza. 

Sarebbe stato così dieci anni fa? L’impressione è che l’esaurimento della proposta politica del neoliberismo progressista, in questo caso, faccia la differenza. L’argomento «più licenziamenti, più assunzioni», a dieci anni dal Jobs Act, non convince sostanzialmente più nessuno a sinistra.

Troppo poco e troppo tardi? Può essere. Può darsi che il declino della rilevanza della questione di classe all’interno della società italiana sia troppo avanzato, il quorum troppo alto, il silenzio mediatico troppo forte, la Cgil troppo poco credibile, il centrosinistra troppo spaccato. In molti hanno segnalato che tradizionalmente si prova a dettare nuove leggi al termine di un ciclo di lotte, che invece su questi temi non c’è stato. Hanno fatto notare che dire «il voto è la nostra rivolta», come ha fatto la campagna della Cgil, è fuorviante, perché serve, invece, proprio una rivolta. L’impressione però è che la realtà sia più complessa della facile dicotomia tra voto e lotte, e che sfruttare l’attenzione e l’interesse per la politica che solo una campagna elettorale, in questo paese, produce, sia una strategia non alternativa alla mobilitazione, ma anzi utile anche a future mobilitazioni.

Il tema, a sinistra, è questo, a prescindere dal quorum: cosa succederà, dal 10 giugno, al ritorno della questione di classe al centro dell’agenda della sinistra? Ci sarà il coraggio, sul piano sindacale, di dare corpo a un nuovo ciclo di lotte, provando a trasformare il consenso elettorale in spinta militante? E si accetterà, sul piano politico, di fare del messaggio centrale dei cinque referendum (libertà dal ricatto, protezione dal rischio, potere della classe lavoratrice da esercitare dentro e fuori dai luoghi di lavoro) un punto fondamentale dell’agenda politica della sinistra? 

Non sono questioni banali. Dalla risposta a queste domande passa anche una parte significativa delle speranze di resistenza alla trasformazione autoritaria che il governo Meloni sembra voler imprimere alla società italiana: checché ne dica chi crede che le destre reazionarie si battano con le piazze degli scrittori e le bandiere dell’Ue, non esistono maggiori anticorpi di resistenza, in una società, che lavoratori e lavoratrici con libertà, potere, capacità di attivarsi e mobilitarsi.

Tanto, delle risposte a queste domande, dipenderà dall’esito numerico, anche al di là del quorum in senso stretto, delle urne. Dentro la Cgil c’è sicuramente chi intende utilizzare un’eventuale sconfitta per una restaurazione interna, magari in vista di una ricomposizione con la Cisl che ha fatto della rinuncia a conflitto e mobilitazione politica, a vantaggio di un nuovo collateralismo con governo e imprese, un modello sindacale ben preciso. Così come nel campo politico e mediatico c’è chi aspetta con ansia un esito negativo dei referendum per poter liquidare come velleitaria la linea, oggi dominante nel centrosinistra, di sostegno alle battaglie del lavoro. 

Andare a votare, domenica e lunedì, serve anche a questo: ad affermare che la classe lavoratrice, i suoi interessi, la sua libertà, devono essere al centro di qualsiasi proposta sociale e politica. E che la difesa di libertà e democrazia di fronte al rischio di «orbanizzazione» della società italiana passa anche e soprattutto dalla libertà di lavoratori e lavoratrici di mobilitarsi liberi da ricatti.


*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).

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