Jacobin Italia

La sinistra riparta da…

10 Giugno 2025

Una battaglia giusta si può e si deve fare anche se si è coscienti che con ogni probabilità nell’immediato sarà sconfitta. Ma bisognerebbe avere un’idea del passo successivo

«Il nostro obiettivo era il quorum per cambiare delle leggi balorde: non l’abbiamo raggiunto». Il segretario della Cgil Maurizio Landini, a differenza dei vari leader del Centrosinistra, è stato netto nell’ammettere la sconfitta dei referendum promossi dalla sua organizzazione. Sconfitta peraltro limpida vista la distanza di ben venti punti percentuali dal raggiungimento del quorum, per cui sarebbero servite almeno altre dieci milioni di persone alle urne. 

Per il resto abbiamo sentito la destra interpretare il 70% di astensione come un proprio trionfo, e i partiti di Centrosinistra intestarsi i 15 milioni di votanti, segnalando che sono di più dei 12 milioni e 300 mila che nel 2022 hanno votato la destra permettendo a Giorgia Meloni di governare. Tralasciando tra l’altro che 15 milioni sono stati i votanti ma i «Sì» ai referendum sono stati 13 milioni per quelli sul lavoro, e circa 9 milioni per quello sulla cittadinanza.

Nella realtà, viviamo un’epoca che dimostra come i rapporti tra elettori, governi e forze politiche siano estremamente instabili, con un’opinione pubblica sempre in bilico tra il riflusso e la protesta. Per questo nessuno può dormire sonni tranquilli, tantomeno pensare di aver ottenuto consensi consolidati.

Il gioco truccato dei referendum

Intendiamoci, contare i voti in termini assoluti e non percentuali non è solo un esercizio consolatorio per chi ha perso: in una fase ormai lunga di crescente astensione è il modo corretto per analizzare i dati elettorali e «pesare» il significato politico del voto. Sarà interessante anche capire le caratteristiche sociali di chi ha votato, e quanto del voto ai referendum provenga da chi si è astenuto alle ultime politiche o anche da chi ha votato a destra. La sconfitta però rimane, seppur in un gioco truccato. 

Negli ultimi trent’anni, cioè dai referendum del 1995 sulle Tv di Berlusconi, solo in una tornata referendaria su dieci si è raggiunto il quorum, per il referendum sull’acqua pubblica del 2011 per cui votò il 54% degli aventi diritto. Nove fallimenti referendari su dieci segnalano quanto lo strumento principale di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione sia diventata una competizione elettorale quasi impossibile. 

Dalle elezioni politiche del 1996 alle ultime del 2022, la partecipazione al voto nei momenti elettorali più importanti è crollata di venti punti percentuali, dall’82,5% al 63,9%, segnalando una fragilità democratica e una crisi di consenso che sembra non avere fine. Proprio questa crescente diminuzione della partecipazione al voto ha permesso a chi è contrario ai quesiti proposti di sottrarsi dalla battaglia politica sui temi, limitandosi ad accompagnare l’ormai duratura tendenza al non voto per far fallire i referendum. Una modalità che, nonostante le  polemiche innescate dall’invito a non votare da parte di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, non è stata coniata dall’attuale destra antidemocratica al governo. Anzi è stata più volte utilizzata anche dal Centrosinistra, basti ricordare lo «ciaone» della campagna astensionista del Pd di Renzi sul referendum sulle trivelle del 2016. 

Si tratta di un vero e proprio scippo del principale strumento di democrazia diretta, proprio mentre la democrazia rappresentativa è sempre più in crisi. Per ridare efficacia democratica al referendum servirebbe una battaglia per riformare la soglia del quorum, ad esempio riparametrandolo sull’affluenza alle ultime elezioni politiche, visto che il 50% + 1 previsto dalla Costituzione era stato pensato quando alle politiche votavano più del 90% degli aventi diritto. 

A questo va aggiunto che l’unica volta che il referendum ha raggiunto il quorum, per l’acqua pubblica, il risultato è stato completamente disatteso da tutti gli schieramenti nei  quindici anni successivi, rafforzando l’idea che votare non serva a nulla. Anche per questo gli sfoghi sui social network contro le singole persone che non sono andate a votare non sono solo inefficaci ma anche lunari: perché individualizzano – con la modalità moralistica tipica dei social – una questione politica profonda.

La flessibilità del lavoro non la difende più nessuno

Nonostante la sconfitta, questa tornata referendaria ha mostrato però un dato eclatante: nessuno, se non il sempre arrogante Matteo Renzi e qualche editorialista del Corriere della sera, sembra avere più il coraggio di rivendicare come proprie le politiche di flessibilità del mercato del lavoro. Sulla cittadinanza, come segnalano anche i risultati di quel quesito, la questione è sicuramente più difficile, ma la propaganda sulla flessibilità del lavoro sembra aver esaurito gli argomenti.  

La destra si è sottratta completamente alla discussione sul merito, e in effetti anche nei Comuni dove si svolgevano i ballottaggi e gli elettori di destra hanno votato, i Sì hanno comunque prevalso nettamente. I partiti di Centrosinistra hanno provato a trasformare una campagna referendaria su una legge varata dal Pd (il Jobs act) in un’elezione contro Giorgia Meloni, evitando così un’analisi e un dibattito vero sulla propria stessa proposta politica sul lavoro degli ultimi decenni.

Eppure, dagli anni Novanta fino ai tempi recenti, ci hanno raccontato in modo bipartisan che lottare contro i licenziamenti senza giusta causa era come voler «mettere i gettoni nell’i-phone», che con l’innovazione tecnologica il posto fisso non esiste più, che la mobilità del lavoro crea ricchezza, e che cambiare spesso lavoro in fondo è divertente. Narrazione che aveva visto proprio gli eredi dell’ex Pci convertiti al liberalismo tra i più zelanti ed entusiasti interpreti. 

Oggi tutti sembrano coscienti della crisi di consenso delle politiche di flessibilità nel mercato del lavoro, per questo anche di fronte ai referendum hanno provato a parlare d’altro. Il problema è che nessuno sembra avere la forza di cambiarle.

È giusto fare una battaglia sapendo di perderla?

La forza non l’ha avuta nemmeno la Cgil, che oggi anzi si trova a dover maneggiare il rischio di un’ulteriore demoralizzazione. Del resto, come abbiamo analizzato nel numero 26 di Jacobin Italia, pur essendo in un paese con alti tassi di sindacalizzazione, e contando la Cgil su 5 milioni di iscritte e iscritti, siamo l’unico paese europeo in cui i salari reali sono scesi negli ultimi trent’anni. Il problema della forza sta dunque anche nel come si fa sindacato. 

Dentro la stessa Cgil c’era stata una discussione se fosse giusto o meno fare una battaglia referendaria sapendo che il raggiungimento del quorum sarebbe stato quasi impossibile, ancora di più dopo che la Corte costituzionale ha bocciato il referendum sull’Autonomia differenziata che avrebbe sicuramente trainato la partecipazione al voto. Ma ha prevalso l’idea di gettare il cuore oltre l’ostacolo per provare a smuovere le acque delle lotte sul lavoro.

Ma come si esce da un’ennesima sconfitta? I partiti di Centrosinistra e la stessa Cgil invitano a ripartire dai 13 milioni di voti raccolti sul Sì. Una petizione che ricorda quella di Fausto Bertinotti dopo il referendum del 2003 sull’articolo 18 con un’affluenza di circa il 26%: non andò bene, anzi quel referendum segnò prima la fine del biennio di lotte apertosi con il G8 di Genova e poi la stessa fine della sinistra radicale, uscita dal Parlamento nel 2008 dopo la disastrosa partecipazione al secondo Governo Prodi e da allora sempre più marginale nella società. 

C’è però una differenza: se allora la proposta referendaria intendeva mettere insieme i movimenti sociali dei due anni precedenti e sfidare da sinistra lo stesso Centrosinistra (Cgil compresa), questa volta l’idea del referendum è nata proprio dalla ricerca di una mossa per reagire all’immobilismo dei movimenti, e per radicare a sinistra le forze del Centrosinistra. Un tentativo, quest’ultimo, che in parte sembra in effetti riuscito. 

Per ripartire davvero dai quei 13 milioni di voti dovrebbe esserci una qualche strategia di rilancio della loro mobilitazione, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle piazze e nei quartieri. Ma quanti comitati nelle città e nei luoghi di lavoro ha sedimentato la campagna referendaria? 

La battaglia  sull’acqua fu il frutto di una mobilitazione nata già alcuni anni prima e che trovò il suo culmine nei due anni di raccolta firme e poi di campagna per il voto, sedimentando centinaia di comitati in tutto il paese e una struttura organizzata nazionale, anche se non in grado di reggere a lungo negli anni successivi.

La campagna referendaria dell’8 e 9 giugno è stata sicuramente capace di creare consenso e mobilitazione, ma questa sembra essersi giocata prevalentemente sui social network, con modalità meno costose in termini di impegno, più individualiste e molto più a breve termine rispetto alla costruzione di strutture collettive organizzate. Sono del resto le modalità tipiche di questa fase che Anton Jäger definisce Iperpolitica, in cui la società sembra ripoliticizzarsi rispetto alla fase post-politica del «pensiero unico» liberista degli anni Novanta e anche rispetto alla fase anti-politica degli anni Dieci di questo millennio. Ma è una ripoliticizzazione che avviene in una società che rimane disorganizzata. Che si è ripoliticizzata ma non si è risocializzata.

Se le battaglie non sedimentano forza organizzata capace di agire dal giorno successivo non si creano strumenti nuovi per cambiare i rapporti di forza. Una battaglia giusta si può e si deve fare anche se si è coscienti che con ogni probabilità nell’immediato sarà sconfitta. Ma bisogna avere un’idea del passo successivo. E a parte il richiamo politicista di Elly Schlein alle prossime elezioni politiche, le idee sul passo successivo sembrano ancora troppo vaghe.

La difficoltà più grossa di quest’epoca politica, che nessuno riesce ad affrontare fino in fondo, è il distacco tra le esplosioni di mobilitazioni elettorali o di piazza e l’accumulazione di forza organizzata. Un distacco che vediamo a livello internazionale, ma che nel nostro paese appare ancora più grave e profondo. È un nodo che non viene ancora completamente riconosciuto nemmeno nelle aree della sinistra radicale, dove continua a prevalere l’illusione della scorciatoia: che una singola mossa possa invertire la rotta. Da cui il famoso motto de «la sinistra riparta da…». 

L’iperpolitica del resto – scrive Jäger – è come «un paziente depresso che salta fuori dal suo torpore per cadere nell’ipercinesi, senza mai prendere sul serio i sintomi precedenti». Si può ripartire da quei 13 milioni di Sì per provare a cambiare i rapporti di forza, ma solo se si tengono sempre ben presenti i sintomi precedenti.

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.