Per essere un uomo che vede la sua eredità presidenziale andare in pezzi, Barack Obama sembra sorprendentemente tranquillo. Tra l’espansione del suo accordo con Netflix e gli sforzi per smentire le voci su un affair con una star di Hollywood, Obama ha trovato il tempo di tornare sui titoli dei giornali a gennaio, quando è stato visto ridacchiare e chiacchierare amabilmente con il presidente eletto Donald Trump al funerale di Jimmy Carter. La scena ha sollevato qualche critica, non solo perché solo sei mesi prima aveva definito Trump troppo «pericoloso» per diventare presidente.
L’attuale presidente è stato il politico che più di tutti si è impegnato a smantellare le conquiste delle due presidenze Obama: l’accordo sul clima, il riavvicinamento con gli avversari storici degli Stati uniti, la riforma di Wall Street e le norme per la protezione dell’ambiente. Ma la cosa peggiore è che, nonostante ancora oggi il nome di Obama sia associato alla promessa di un’America più civile, tollerante, ottimista e unita, da quando ha lasciato l’incarico il paese è andato in una direzione molto lontana da quei valori, principalmente a causa dell’effetto di trascinamento del trumpismo, e risentire citati oggi gli slogan hope e change suscita un effetto di cupo sarcasmo.
Il progresso secondo Obama
Le radici dello stato di malessere crescente che caratterizza l’America di oggi sono state a ragione fatte risalire alla stessa presidenza di Obama. Un peccato originale c’è stato, in effetti: la decisione di non perseguire i banchieri truffatori che hanno fatto crollare l’economia nel 2008 e di varare un programma di stimoli inadeguato, cosa che ha ritardato la ripresa economica dalla Grande recessione per milioni di lavoratori americani. Le ricadute di quella scelta si sono riverberate sugli anni successivi in maniere imprevedibili. Per fare un esempio, Trump nel 2016 ha avuto un exploit di voti proprio nelle contee con i tassi più alti di proprietari di case insolventi. La maggior parte dei rivoltosi del 6 gennaio aveva alle spalle una storia di pignoramenti, bancarotte, debiti e altri problemi finanziari.
È in chiaroscuro anche il risultato più celebrato e più duraturo dell’agenda di Obama, l’Affordable Care Act, ovvero quel mosaico di norme, tasse e modifiche tecniche che si è tradotto nella riforma più ampia del disfunzionale sistema sanitario statunitense mai portata avanti in generazioni. Questo progetto è di fatto la summa di tutto quello che ha disilluso gli americani che avevano votato per lui: la delusione nel vedere un piano nato per essere alternativo al sistema delle polizze mediche private trasformarsi in un altro regalo alle grandi compagnie assicurative; l’intesa sotto banco con l’industria farmaceutica statunitense; il «mandato individuale» che ha costretto la gente ad acquistare piani assicurativi privati sotto la minaccia di nuove tasse; l’obbligo indotto per tutti gli americani di imparare a navigare tra le diverse opzioni assicurative offerte dal governo.
