«Mi porto via da qui un senso di speranza e di comunità». «Sono stati tre giorni faticosi però mi hanno dato spunti, emozioni e possibilità di conoscere persone incredibili». «Mi mancava una comunità come questa e avevo bisogno di avere questa comprensione più profonda delle cose». «Mi sarebbe piaciuto che la Scuola durasse più a lungo…».
Questi alcuni degli interventi degli iscritti e iscritte nell’assemblea conclusiva della quinta Scuola Giacobina, al termine di tre giorni, dal 18 al 20 settembre, in cui si sono susseguite 21 lezioni, un workshop di lettura collettiva dell’ultimo numero di Jacobin Italia, 2 assemblee plenarie, un monologo di Bebo Guidetti della band Lo Stato sociale su come funziona il moderno Capitale musicale e il concerto dei Carpineta. Con discussioni appassionate e ricche di proposte alternative allo stato di cose presenti, tra 32 relatori e relatrici e 150 iscritte e iscritti.






Quest’edizione della Scuola ha visto le donne in netta maggioranza, con gli uomini a rappresentare il 39% degli iscritti e complessivamente il 61,9% dei e delle partecipanti con un’età inferiore ai 35 anni. La provenienza geografica è stata più variegata degli altri anni, seppur sempre maggiormente concentrata nel centro-nord (solo il 20% da regioni a sud del Lazio) e il 28% proveniente dalla Toscana. Alta rappresentanza del mondo della formazione (24% studenti, 14% ricercatori e 13% insegnanti), molti anche gli impiegati (25%).
Un terzo dei presenti ha dichiarato di non aver avuto nessun impegno politico attivo da almeno tre anni, il resto ha avuto esperienze di attivismo molto diverse tra loro: il 24% in associazioni di volontariato, il 23% in centri sociali, il 21% nei movimenti ProPal, il 19% in movimenti ambientalisti, il 18% in partiti politici, il 14% in collettivi femministi, l’11% in collettivi studenteschi e il 10% in organizzazioni sindacali.
Una delle novità di quest’anno è stato il momento laboratoriale di lettura collettiva dell’ultimo numero di Jacobin Italia, che ha permesso uno scambio e una conoscenza più intensa tra iscritte e iscritti che si sono divisi in tre gruppi, hanno scelto nei momenti conviviali quale articolo leggere insieme e poi lo hanno discusso collettivamente. Un’esperienza che ha raccolto molti feedback entusiasti nell’assemblea finale. I tre articoli scelti, che hanno suscitato un’appassionata discussione, sono stati: La Gen Z contesa, che analizza perché la destra sembra aver capito maggiormente la fluidità politica delle nuove generazioni; Il bersaglio marginale, che analizza l’invenzione della categoria del «maranza»; e Il sesso al tempo dello smartphone, sulla prima generazione ad attraversare fin dall’adolescenza le reti digitali come infrastruttura di intimità.






Tra le lezioni più partecipate segnaliamo quella di Francesca Ciuffi sull’organizzazione delle lotte delle lavoratrici e lavoratori invisibili, che ha analizzato le caratteristiche di alcune delle vertenze più significative del Sudd Cobas nel distretto pratese; quella di Salvatore Cannavò sui temi del suo libro appena uscito, Rivoluzione e libertà, che riscopre la tradizione nascosta dell’associazionismo operaio; e quella di Michele Arena e Danilo Corradi sulla scuola anticlassista, molto partecipata da insegnanti e genitori, rivelatasi anche il momento più toccante della Scuola: «Siamo passati dagli approfondimenti alle emozioni e io, da genitore, ho finito per piangere per tutta la lezione. Non mi sarei mai aspettata di venire a piangere alla Scuola Giacobina», ha detto un’iscritta nell’assemblea finale.
Dei sei filoni tematici previsti, quello partecipato in modo più continuativo è stato quello sulle #Alternative, in particolare le lezioni di Donatella Gasparro sulla possibilità della decrescita; quella sulle politiche economiche alternative tenuta da Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti a seguito del ricco dibattito che ha attraversato negli scorsi mesi il nostro sito; e infine la lezione di Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica ex Gkn sulle esperienze di lavoro cooperativo in Argentina e Brasile che ispirano l’inizio della loro reindustrializzazione dal basso attraverso l’azionariato popolare.
La ricostruzione delle idee deve infatti andare a braccetto con la ricostruzione di pratiche in grado di ridare speranza, e un piccolo esempio della Scuola di quest’anno è stato proprio il mutuo aiuto con il Collettivo di fabbrica ex Gkn, che ha gestito – utilizzando molti prodotti della rete Fuorimercato – i pasti, le colazioni e il bar della Scuola sperimentando per la prima volta l’attività della Brigata alimentare della nuova cooperativa Gff (Gkn For Future) che sarà una delle direttrici che rimetterà al lavoro una parte degli operai.
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Un’uscita giacobina dal ciclo reazionario
Venerdì sera invece, sul palco del giardino di Casa Caciolle, si è svolto il dibattito sulla convergenza globale antifascista, per costruire un’uscita giacobina dal ciclo reazionario che stiamo vivendo. Tema che, come ha anticipato Luca Casarotti della redazione di Jacobin Italia nell’introduzione, sarà al centro del nostro prossimo numero in uscita a dicembre. Il dibattito ha visto gli interventi dell’europarlamentare Ilaria Salis, del giornalista esperto delle fantasie di complotto di estrema destra Leonardo Bianchi e dall’attivista tedesca della Fondazione Rosa Luxemburg Anika Taschke.
«Senza dubbio praticare l’antifascismo significa contrastare le organizzazioni neofasicste – ha esordito Ilaria Salis – ma serve anche un antifascismo di matrice socialista, capace di affrontare le radici materiali che rendono possibile questa egemonia di estrema destra a livello globale. Un frontismo antifascista che si limiti a difendere lo status quo proponendo di votare il meno peggio è insufficiente. L’antifascismo non deve proporsi come la difesa dell’esistente ma come un agente di trasformazione sociale complessiva che lotta per tassare i ricchi e ridurre le disuguaglianze, togliendo il terreno sotto i piedi di chi prova a far ricadere l’assenza di welfare sull’eccessiva presenza di migranti».







Ha poi preso la parola Anika Taschke soffermandosi sulla stretta attualità dei trionfi elettorali dell’AfD, «il partito più a destra in Europa, che oggi è in grado di governare alcune zone della Germania, cosa che a un partito fascista non succedeva dal 1945. I media mainstream e i partiti centristi liberali hanno di fatto contribuito a questo sfondamento elettorale, amplificando la loro agenda politica. Le loro parole d’ordine sono state normalizzate, come ad esempio quella sulla remigrazione, e in questo modo si è spostato tutto l’asse politico tedesco, con alcune loro proposte già trasformate in leggi dal governo Merz». Una dinamica che ricorda da vicino quanto successo in Italia con Giorgia Meloni prima e con Roberto Vanacci adesso. «Il voto per AfD è percepito come un voto anti establishment – ha proseguito Anika – Noi invece subiamo la criminalizzazione globale dell’antifascismo. Dobbiamo uscire da questa trappola rimettendo al centro la lotta contro il neoliberismo». Due giorni dopo il nostro dibattito una speranza in controtendenza è arrivata dalle elezioni a Berlino, con il successo dell’estrema sinistra della Linke e la probabile elezione a sindaco di Elif Eralp, con una campagna elettorale ispirata da quella di Mamdani a New York.
Serve però anche una narrazione alternativa, ha sottolineato Leonardo Bianchi, perché l’onda nera avanza insieme alla narrazione complottista. «Dall’11 settembre 2001 in poi le fantasie di complotto hanno radicalizzato il Partito repubblicano statunitense, incorporando il metodo di attaccare i nemici con l’idea che ci sia sempre dietro un’altra verità rispetto alle versioni ‘ufficiali’. La moderna industria del complottismo ha creato un nuovo modo di fare politica attraverso realtà parallele. Pensate alla fantasia di complotto che ha fatto da trampolino di lancio per la carriera politica di Trump: la narrazione secondo cui Obama non sarebbe in realtà nato negli Stati uniti. La stessa attuale criminalizzazione degli Antifa, sfociata anche nel caso Autistici/Inventati, è basata sulla fantasia di complotto secondo cui l’omicidio di Charlie Kirk sarebbe stato organizzato dalla sinistra radicale. Nella costruzione fantasmatica del nemico i fatti non contano ma le conseguenze sono reali. La stessa proposta della remigrazione è figlia della fantasia di complotto della sostituzione etnica. A livello di immaginario – ha detto in chiusura Leonardo – abbiamo bisogno di scardinare questa straordinaria macchina mitologica che sposta il conflitto sul piano orizzontale invece che verticale. Il debunking di queste teorie funziona fino a un certo punto, abbiamo bisogno di offrire un immaginario basato su un’altra idea di futuro che manca da troppo tempo».
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Coltivare e praticare la speranza
L’anno scorso uscimmo dalla Scuola il 21 settembre con grande entusiasmo, alla vigilia dello sciopero del 22 settembre che fu in grado di bloccare il paese. Una semplice pratica umanitaria come quella promossa dalla Global Sumud Flotilla è stata capace di rompere il senso di impotenza e ridare speranza, innescando a sua volta movimenti più grandi ed efficaci per bloccare tutto e cambiare i rapporti di forza.
Quel movimento è durato purtroppo troppo poco anche per errori che continuano a ripetersi sempre nello stesso modo nella sinistra radicale italiana. Ha mostrato però chiaramente che i conflitti inaspettati possono esplodere all’improvviso e cambiare anche gli scenari più oscuri. Sta a noi però imparare da quelle esperienze per provare almeno a sbagliare in un modo diverso e non sempre allo stesso modo.







Viviamo in un’epoca di atomizzazione sociale, dove anche le esplosioni di movimento non garantiscono il radicamento organizzativo nei luoghi sociali. La battaglia delle idee della nostra rivista dimostra però qui la sua utilità nel coltivare un’area, per contribuire a costruire «un ecosistema organizzativo» plurale, per usare un concetto del libro di Rodrigo Nunes.
Il 75% delle persone iscritte quest’anno partecipava alla Scuola per la prima volta, ma c’è ormai un consistente zoccolo duro che la considera un appuntamento annuale importante e generativo. «Se pensiamo a questi 5 anni di Scuola Giacobina – ha detto nella plenaria conclusiva Tommaso Chiti del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana nato proprio in questi anni – si percepisce quest’anno l’evoluzione in senso peggiorativo del periodo storico che viviamo. Questa Scuola è però a maggior ragione una finestra di opportunità per coltivare le analisi alternative e rigenerare le energie, discutendo di teoria politica con tante persone con cui condividiamo esperienze pratiche durante l’anno e trovando persone nuove da tutta Italia». «Sono qui per il terzo anno consecutivo – ha detto infine un altro iscritto – e sappiate che questa Scuola crea dipendenza. Ci vediamo l’anno prossimo».
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.
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