Jacobin Italia

La stampa ci specula

6 Giugno 2019

I media inglesi ignorano la vita e le sofferenze della working class, dei senzatetto, dei licenziati, degli sfrattati, di quelli che non ce la fanno. Storie quotidiane cancellate perché poco glamour

Per anni nel circuito mediatico inglese è circolata una battuta sui giornalisti che si occupano di questioni abitative: sanno scrivere solo due storie, una intitolata «Il prezzo delle case scende», e l’altra «Il prezzo delle case sale». Più che fare tristezza, fa riflettere: da sempre la casa è molto più che una semplice merce, anche se per decenni la stampa si è rifiutata di riconoscerlo. Dalle vette toccate negli anni di Thatcher e fino quando la crisi abitativa non ha raggiunto anche i liberi professionisti, la proprietà immobiliare è stata raccontata dai media come mero strumento per far soldi. Il concetto di abitazione inteso filosoficamente, la casa come diritto umano, gli sfratti e la gentrificazione non meritavano che un semplice cenno.

Il Right to Buy, lo schema thatcheriano per il quale gli affittuari delle case popolari potevano comprare la loro abitazione con un grosso sconto, ha spianato la strada alla decimazione delle case popolari in tutto il Regno unito. Mentre i giornali spiegavano ai lettori come investire nelle zone «promettenti», e la televisione giornalmente era piena di programmi su come ristrutturare le abitazioni (e aumentarne il valore), la crisi abitativa inglese prendeva lentamente forma.

Mentre il Right to Buy divorava case su case, svendendo l’edilizia popolare al mercato privato, in pochi riportavano che, sempre più spesso, le famiglie che le avevano comprate le rivendevano rapidamente, per ricavarne un guadagno immediato o perché avevano sovrastimato il mutuo. Le autorità locali tendevano a essere più tolleranti con gli abitanti di quanto non lo fossero le banche, permettendo alle persone di mettersi in pari con gli arretrati anziché cacciarle immediatamente dalla proprietà. Si tratta di case che spesso sono diventate appartamenti da affittare. Io stessa scrivo da uno di questi appartamenti, e anche la maggior parte dei miei amici – giovani professionisti londinesi – vive in proprietà un tempo pubbliche, pagando somme esorbitanti a locatori privati. 

Un altro aspetto largamente ignorato della crisi imminente riguardava l’incapacità del New Labour di affrontare il problema. Una delle ragioni per cui i politici hanno fatto così poco per risolvere la questione abitativa nel Regno unito è che il possesso della prima casa è visto come un’aspirazione, e l’idea che comprare una casa sia un investimento vantaggioso è radicata nella psicologia inglese. Quando i nostri salari aumentavano altrettanto rapidamente dei prezzi delle case, effettivamente era così. Ma siamo in stagnazione sin dalla crisi finanziaria, mentre i prezzi delle case continuano a crescere nelle aree dove si concentra l’offerta di lavoro.

Uno schema pensato per appellarsi a quella «aspirazione» è stato l’insidioso programma laburista Housing Market Renewal Pathfinders, che lo scrittore Owen Hatherley ha descritto come «il via libera agli slum senza il socialismo». Quando le aree attorno a Londra sono entrate in boom economico e i prezzi delle case sono saliti, i laburisti hanno provato a stimolare una simile crescita del mercato immobiliare in altre zone. Per far ciò, il governo ha demolito i complessi abitativi popolari, promettendo di ricostruirli: in molti casi non l’ha fatto, o ha sfrattato le persone e poi ha lasciato le loro case a marcire. Quando ha effettivamente ricostruito le case, l’ha fatto per i giovani professionisti, non per le assai più ampie comunità working class che aveva sradicato. 

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