A cinquant’anni dal libro di don Lorenzo Milani il principale problema della scuola italiana è ancora rappresentato da chi lascia fuori. Nonostante qualche progresso permangono alti tassi di abbandono scolastico e una forte concentrazione di povertà educativa. In questa situazione già critica si è aggiunta la crisi aperta dall’emergenza sanitaria che con l’utilizzo della didattica a distanza ha colpito proprio le carriere scolastiche più fragili. Mai come adesso è stato evidente quanto sia importante avere accesso all’istruzione e quanto si amplifichino le diseguaglianze quando la scuola non c’è o si comprime la sua azione.
Non è una novità, la tensione verso l’istruzione per tutti ha segnato la nostra storia recente: il Novecento è stato anche il secolo dell’aumento medio dei livelli di scolarizzazione e dell’ampliamento dell’accesso all’istruzione. Una traiettoria che per lungo tempo è sembrata inarrestabile e necessaria, ma che ha subìto negli ultimi decenni una brusca interruzione.
Lo si può rintracciare in alcune evidenze empiriche: dal calo di studenti che si iscrivono all’università che ha segnato, pur con andamento alterno, gli ultimi anni; alla riduzione, di fatto, dell’obbligo scolastico (la possibilità di assolvere l’obbligo in apprendistato ha precisamente questo effetto); alle promesse tradite sulla scuola da 0 a 6 anni che doveva essere il nuovo traguardo verso una maggiore democrazia nell’accesso all’istruzione.
Lo si evince, inoltre, dal senso comune prodotto da una campagna contro la scuola e l’università di massa molto vivace nell’ultimo decennio. Messaggi in particolare sintonia con le politiche di definanziamento dell’istruzione e di inoculazione di meccanismi di gestione privatistica.
Ne è emerso un sistema coerente: il definanziamento ha colpito la capacità inclusiva e la qualità delle istituzioni dell’istruzione (ne sono esempio l’aumento del numero degli alunni per classe o i corsi di laurea e di dottorato chiusi a seguito dei tagli post 2008); sono allora stati invocati il mercato o i sistemi di gestione privatistica che hanno reso tali istituzioni ancora più escludenti e diseguali (quote premiali all’università; contributi «volontari» nelle scuole); contemporaneamente si sono alimentate le retoriche contro la scuola e l’università di massa.
