Jacobin Italia

La techno e il suono della fine di Detroit

12 Giugno 2024

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Mentre l’automazione distruggeva la città-fabbrica, alcuni musicisti afroamericani fusero essere umano e macchina in un nuovo genere. Nella Città dei motori nasceva una nuova forma di autorganizzazione della working class

La Techno di Detroit ebbe origine proprio quando la Città dei motori iniziò a morire. Fu a quell’epoca, negli anni Ottanta, che tre adolescenti neri provenienti dai sobborghi di Belleville – Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson – decisero di creare qualcosa di totalmente nuovo: una musica capace di fondere l’essere umano con la macchina. 

Più ambiziosa a livello concettuale di altri stili allora emergenti, come l’hip-hop, la house o la garage, sul finire degli anni Ottanta la techno avrebbe trovato un pubblico appassionato in Europa, rendendo i Belleville Three, così come la seconda ondata di artisti provenienti da Detroit, dei veri e propri fenomeni internazionali. 

Gli inventori di questa musica, ballabile ma all’avanguardia, riuscirono a trovarle una dimora non tanto in Michigan, ma a Berlino. Ancora oggi è più probabile che la «techno» faccia pensare ai disc jockey che troveremmo nei festival europei da impasticcati, piuttosto che a innovatori neri operativi nel cuore del collasso industriale. Come il maggior artista della città, Eminem, ebbe a dire nel 2002 con la sua Without Me: «Nessuno ascolta la techno!».  

Per l’artista e produttore musicale DeForrest Brown Jr, «una ricostruzione onesta della storia della techno seguirebbe un percorso tematico fatto di capitalismo estrattivo bianco, white flight, ri-urbanizzazione e appropriazione culturale». Il suo libro del 2022, Assembling a Black Counter Culture, approfondisce tutto questo. È una raccolta di materiali sorprendentemente ambiziosa – interviste, liste di libri, discografie, concetti. Ciò che se ne ricava è associabile proprio al mix di un dj, dove la semplice giustapposizione fornisce le basi per esplorare risonanze nascoste. Già le pagine d’apertura rendono chiaro quale sia l’intento di Brown: recidere il nesso associativo che lega la techno ai club europei per ricollocarla a parte integrante della lotta politico-culturale afroamericana – «una forma tecnologicamente ottimizzata di soul music». 

È un progetto avvincente, ma adottare una posizione del genere esige una semplificazione di quel complicato intreccio di razza e classe che starebbe al cuore della nascita della techno. Nel 1972 la Motown Records abbandonò la Città dei motori, lasciando un vuoto che sarebbe stato riempito da un approccio fortemente eclettico alla musica ispirato da dj decisamente visionari. Alla radio Jeff Mills ed Electrifying Mojo forgiavano scenari fantascientifici, dove le sperimentazioni avanguardiste generate al sintetizzatore da Giorgio Moroder o da gruppi come i Parliament e i Tangerine Dream venivano assemblate fra loro nella prospettiva di espandere la propria mente. In questa prima e particolarissima scena, nei club dove suonavano Atkins, May e Saunderson, ad andare per la maggiore erano la futuristica new wave britannica e la disco robotica italiana. Questa musica europea era sinonimo di una sofisticazione di alto livello, capace di attrarre i rappresentanti di una classe media nera sempre più precaria. Quest’ultima, secondo Atkins, cercava di «prendere le distanze dai ragazzini che crescevano nei quartieri popolari, nel ghetto» di East Detroit. In origine la techno non era soltanto musica nera, ma il prodotto musicale di una classe media spiccatamente afroamericana.

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