Jacobin Italia

La tecnologia come razionalità politica

16 Giugno 2023

Per comprendere il senso delle trasformazioni digitali bisogna coglierne la dimensione produttiva. E capire che sono sempre appropriabili dalle pratiche collettive

Il filosofo americano Hubert Dreyfus in un suo celebre saggio sulle abilità delle macchine programmabili, vale a dire i computer, cercava di ridimensionare il trionfalismo degli addetti ai lavori e della stampa attraverso il noto argomento dell’uomo sull’albero e la Luna. L’argomento suona più o meno così: un uomo che sale su un albero non è affatto più vicino allo sbarco sulla luna di quanto lo sia il suo  compagno meno ingegnoso, , benché sia matematicamente più vicino al romantico satellite e nonostante l’evidenza che per farlo abbia dovuto sfruttare un’abilità tecnica. 

L’annullamento dello spazio per mezzo del tempo

L’argomento dell’uomo sull’albero e la luna, come si vede, è invecchiato male. Era pensato per spernacchiare i trionfalismi hype delle aziende e degli scienziati dell’epoca, secondo i quali una macchina che gioca a scacchi potenzialmente è capace di intelligenza umana; non era pensato per confrontarsi con un’abilità sovrumana come quella mostrata dalle velocissime macchine moderne. Ed è invecchiato male perché nelle società a taylorismo diffuso, l’ottimizzazione ha trasformato i metri che separano l’uomo ingegnoso dal suolo in un evento. Gli eventi hanno questa particolarità che li distingue dai fatti: non possono essere descritti per mezzo di una semplice misurazione. L’evento al contrario trasforma il quantitativo in qualitativo, vale a dire le differenze di misura diventano differenze essenziali. Letteralmente gli eventi fanno la differenza. 

È sotto gli occhi di tutti, ad esempio, come gli scambi finanziari ad altissima frequenza siano processi di ottimizzazione algoritmica del tempo nei quali una differenza infinitesimale genera l’evento del profitto. Marx aveva intuito in tempi non sospetti che la finanziarizzazione dell’economia avrebbe avuto bisogno del mondo intero come punto di caduta per completare il suo sviluppo. E, sempre in Marx, questo processo si affianca all’altro movimento parallelo e complementare, quell’«annullamento dello spazio per mezzo del tempo» scoperto profeticamente nei Grundrisse ed esposto scientificamente nel terzo libro del Capitale. Ora, l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo è, come la caduta del saggio di profitto, un concetto limite capace di costruire un terreno di analisi circoscritto, non un ideale regolativo o uno stato da raggiungere. L’abolizione dello spazio attraverso il tempo è, esattamente come il socialismo del quale in effetti costituisce il calco, un processo sociale di trasformazione. Tuttavia l’aggettivo sociale – in questo caso – non è da intendersi solo come un eufemismo marxista che sta per «collettivo», ma come tecnologico in senso ampio. 

Vediamo meglio questa che pare una gran stranezza, non meno esoterica dei tavoli che iniziano a ballare di cui si narra nel primo libro del Capitale quando Marx intende rendere sensibile il contenuto insensibile del feticismo di ogni merce. Eppure qualche affinità c’è: qui come lì si assiste a un vero e proprio svuotamento del corpo sociale fino a renderlo letteralmente irriconoscibile, come un uomo di cui osservassimo solo la pelle svuotata. Esattamente come lì, nell’accelerazione temporale capitalistica si fatica a rintracciare la fisionomia del valore compresso all’interno di un punto tendente allo zero dalla pressione del tempo che vorrebbe farsi contemporaneità: e come è chiaro a chiunque, la contemporaneità è sinonimo di ubiquità, e l’ubiquità è il collasso dello spazio ottenuto per mezzo del tempo. 

Gli algoritmi che gestiscono le transazioni finanziarie ad alta frequenza sono reattivi al millesimo di secondo, su scala umana di fatto una velocità insignificante perché infinita. Ora, nel feticismo delle merci, ciò che è in ballo per Marx e per noi, non è tanto l’articolazione descrittiva in valore, valore d’uso e valore di scambio, come chiunque abbia frequentato un liceo in Italia ha imparato e vieppiù dimenticato. Ciò che conta per Marx è la loro esistenza, o meglio la loro genesi all’interno di un rapporto sociale che nel capitalismo si propone integralmente come rapporto produttivo. Allo stesso modo oggi il problema degli algoritmi di apprendimento automatico, così come degli enormi database su cui si riterritorializza la geografia schiacciata dall’accelerazione temporale, risucchiata dalla raccolta elefantiaca dei dati sul web e infine risputata in un’infinità di parametri leggibili solo alle macchine, non è tanto l’adattamento umano alle macchine, o al loro linguaggio, ma quella sorta di stregoneria che nasconde i rapporti sociali sui quali le elaborazioni si fondano. 

Algoritmi e cinghie, catene di montaggio e big data sono espressioni di modi di produzione all’altezza dei tempi e delle esigenze sociali, o meglio sono storie diverse della stessa espressione. È a quest’univocità che Marx ha dato il nome di tecnologia. 

La tecnologia per Marx

La tecnologia in Marx non riguarda solo lo sviluppo tecnico ma la razionalità complessiva del capitale nell’orientare i rapporti di produzione. La tecnologia, secondo Marx, è orientata sin dalla sua prima applicazione al superamento dei limiti imposti al capitale dagli esseri umani, ossia dal lavoro vivo. Tuttavia fare fuori i lavoratori, significa, per il capitale, fare fuori sé stesso perché eliminerebbe la capacità di creare plusvalore. Compare sin da subito allora la capacità della tecnologia di presentarsi come fenomeno esorbitante, capace di superare i rapporti produttivi esistenti e di guidarli. Tanto più, lo si dica en passant, Marx recepisce il lemma tecnologia non dall’uso antico legato alla retorica, ma nel rinnovato uso che ne fece il cameralismo tedesco, vale a dire la scienza piena del coordinamento tecnico che ogni funzionario statale di alto livello dovrebbe possedere al fine di indirizzare i processi di decisione e progresso. Ecco, Marx prende il termine Technologie/tecnologia proprio da lì e ne fa un pezzo decisivo della sua analisi. E proprio in quella collocazione, la tecnologia non indica affatto l’insieme dei vecchi e nuovi esiti del progresso. La tecnologia non riguarda un insieme di cose, ma una tecnica di governo per l’uso di quelle cose e lo sviluppo di nuove macchine. 

La tecnologia è quel concetto-grimaldello che permette a Marx di scoprire cose straordinarie come la sussunzione formale del lavoro da parte del sistema capitalistico. La tecnologia cioè è quella razionalità intrinseca nell’adattamento tecnico e produttivo che permette agli opifici artigianali di entrare in rete e costituire il primo nucleo della produzione capitalistica, senza che vi sia alcuna modificazione tecnica sostanziale nel processo produttivo. È quindi proprio la tecnologia a fornire quella ratio unificatrice di cui Marx ha bisogno per riconoscere il capitale come un rapporto sociale di produzione orientato all’ottimizzazione tecnica della produzione e di conseguenza del profitto. 

Vale la pena citare le parole dello stesso Marx da uno dei passi più saccheggiati del primo libro del Capitale: «Nella sfera dell’agricoltura l’effetto più rivoluzionario della grande industria sta nell’abbattere il baluardo della vecchia società, il ‘contadino’, e nell’inserire al suo posto l’operaio salariato. I bisogni sociali di rivolgimento e gli antagonismi sociali della campagna vengono in tal modo resi eguali a quelli della città. Al posto della conduzione più pigramente ligia alla consuetudine e più irrazionale subentra l’applicazione cosciente, tecnologica della scienza». Con una mossa delle tre carte Marx ci dice almeno tre, come le carte, cose fondamentali: la tecnologia non è assimilabile alla scienza; la scienza può al contrario farsi strumento tecnologico di ottimizzazione sotto la guida della tecnologia; infine si chiama tecnologia quella razionalità capace di integrare sotto una sola legge i sistemi produttivi. In Marx la tecnologia svolge la funzione della politica che il mondo occidentale ha conosciuto da Platone in poi, ossia una funzione di raccordo e indirizzo dei mezzi e delle intenzioni. 

Gli algoritmi generano il futuro

Marx distingue razionalità tecnologica e sviluppo tecnico mentre continuamente vediamo oggi assimilare tecnologia e informatica in senso ampio. L’uno e altra non essendo altro che tecniche di ottimizzazione rappresentano in realtà la punta più avanzata, o forse solo più Hype, della razionalità capitalistica. L’idea è sempre quella di addomesticare lo spazio attraverso il tempo, con una differenza sostanziale questa volta: non si tratta più di estendere i confini della produzione attraverso l’automazione e la logistica avanzata, non si tratta solo di questo; si tratta invece di creare il futuro stesso attraverso tecniche di calcolo e analisi dei dati. 

Il film che mi vedo proposto da Netflix o il libro suggeritomi da Amazon modellano di fatto il futuro, suggerendomi cose che non avrei avuto nessuna intenzione di acquistare. A differenza della pubblicità ordinaria di origine novecentesca o della statistica tradizionale, gli algoritmi non si occupano dell’interpretazione del presente, non devono cercare di capire come è strutturata la società. Le previsioni algoritmiche non si fondano su ipotesi da verificare, ed è per questa ragione che sembrerebbero non avere bisogno della teoria. Gli algoritmi sono oracoli che si occupano del futuro, ma di un futuro che non nasce da alcun passato. Proviamo a rendere meno esoterica questa frase ad effetto. Proprio come gli oracoli delle tragedie antiche gli algoritmi predittivi generano sia il passato che il futuro utilizzando il presente in funzione operativa, come un grande ingranaggio numerico. I modelli del passato utilizzati dagli algoritmi non sono altro che dati e ogni dato, se non altro perché altrimenti non sarebbe riconoscibile, risente necessariamente del posizionamento sociale a partire dal quale è stato raccolto. Il dato è chiaramente una metafora della passività assoluta, ciò che sta lì solo per essere raccolto. La passività del dato si impone a noi con una certa arroganza dell’evidenza e al tempo stesso con l’innocenza di ciò che è stato disposto da altri. Chi? 

Ora, anche senza peregrinare troppo intorno alle questioni filosofiche riguardo alla costituzione essenziale della realtà, è abbastanza evidente che i dati raccontano un passato che esiste solo in funzione della modellizzazione del futuro che la macchina algoritmica ci restituisce. Io non sapevo di volere proprio quel libro fino a quando Amazon me lo ha proposto. L’errore sarebbe qui vedere all’opera una sorta di inconscio sociale che la macchina conosce permettendole alla fine di conoscerci meglio di quanto noi non possiamo mai. Ma a questa altezza credo che si debba fare un passaggio ulteriore. Le predizioni degli algoritmi assomigliano molto alle predizioni oracolari delle antiche tragedie greche, nel senso che sono infallibili. E sono infallibili non perché dicono la verità, ma perché la creano. 

Non confondere cause e conseguenze

Queste assimilazioni concentriche – tecnica/tecnologia e passato/futuro – confondendo le cause con le conseguenze, le razionalità con gli artefatti, i dati con la realtà e gli utenti con i produttori rappresentano l’esempio più puro mai rintracciabile nella storia dell’umanità della correttezza della categoria marxiana di ideologia come offuscamento dei rapporti sociali e fisici di causalità. In questo senso, la trasformazione dell’intera realtà in una grande raccolta di dati, la cosiddetta datificazione digitale, rappresenta il grande sogno proibito del capitalismo vale a dire la sussunzione reale all’interno di un eterno presente dell’ultimo grande elemento pre-moderno che ancora sopravvive all’interno del capitalismo: il mercato. 

Per quanto possa sembrare assurdo, il mercato non è una condizione né necessaria né sufficiente per la vita del capitalismo. Il mercato infatti ha avuto una sua vita prima dal capitalismo e potrebbe potenzialmente averne una fuori, in questo i cinesi non sbagliano. Un capitalismo senza mercato, ad esempio, è un capitalismo nel quale le proposte commerciali sono totalmente personalizzate da annullare la possibilità di scelta: non esiste nulla che possa volere e valere di più per me. Sostanzialmente gli algoritmi tendono a produrre risultati molto circoscritti attraverso i quali siamo personalizzati o ripersonalizzati all’interno di un’ottimizzazione infinita che altro non è che una personalizzazione di massa. A differenza del mondo moderno delle macchine a vapore in cui la produzione di massa ha portato alla sacralizzazione dell’originale e dell’originalità, nel mondo dell’elaborazione digitale, parlare di originale non ha senso perché ogni risultato o artefatto è tendenzialmente orientato alla soddisfazione di un solo bisogno individuale, anche nel caso coinvolga milioni di persone. Pensiamo ad esempio alle risposte del bot Chat Gpt che – estraendo statisticamente l’ordine delle parole e dalle parole l’ordine statistico delle espressioni a partire da un corpus potenzialmente infinito – sono, di fatto, risposte di massa personalizzate. 

E quindi che si fa? Stacchiamo le prese di tutti i server del mondo? Direi proprio di no. I due caratteri, paralleli e risibili, della fobia tecnologica e della sua esaltazione, sono il necessario correlato dell’incomprensione della tecnologia come razionalità politica, cioè produttiva. Ovviamente nessuno dovrebbe pensare che sia sufficiente cambiare il segno di codesta razionalità per avviarci finalmente a ranghi serrati verso il socialismo o anche solo verso una società più libera e giusta, se volete. O anche solo meno opprimente. Si tratta invece di comprendere che solo la tecnologia in quanto razionalità è sempre appropriabile dalle pratiche collettive, mai le sue espressioni. Si tratta di comprendere che miriamo troppo male e troppo in basso quando miriamo alla presa del pc, ma che bisognerebbe cominciare a domandarsi perché abbiamo cominciato a desiderarlo. 

*Luca Gori è dottore di ricerca in filosofia e insegnante. Attualmente svolge attività di ricerca presso l’Università di Tor Vergata di Roma.