Da sempre territorio di conquista conteso fra est e ovest, la terra dilaniata di Ucraina – dalla radice slava kraj, «confine»: un nome, un destino – si trova a essere oggi teatro di una sanguinolenta riscrittura della coppia Occidente-Oriente, sotto le insegne di una guerra guerreggiata fra due forme di regime politico cui noi occidentali diamo il nome di «democrazia» e «autocrazia». Così, almeno, la crosta; sotto la quale il conflitto più sostanziale che si gioca è quello fra (crisi della) globalizzazione e volontà di potenza nazionaliste e imperiali, con molte carte coperte che riguardano la produzione e la circolazione delle risorse primarie e delle merci. Ma stiamo alla crosta, cioè alla rappresentazione, che non è mai pura propaganda né pura ideologia bensì messa in scena performativa, carica di effetti politici e culturali realissimi.
Su quel teatro dunque si confrontano tre narrative della guerra, quella russa, quella occidentale, quella ucraina, specchio e copertura di problemi preesistenti e preludio e incubazione di nuovi. In tutte e tre agisce un intreccio fra presenza fantasmatica del passato remoto e rimozione del passato recente, che facilita il differimento all’infinito della posta in gioco principale di questa guerra, che non è il Donbass bensì la ridefinizione dell’ordine mondiale nato dalla fine della Guerra fredda.
La storia mitologica di Putin
Soprattutto nella narrativa russa la mobilitazione dell’immaginario del passato è decisiva per la mobilitazione bellica del presente. Fin dal discorso con cui il 23 febbraio scorso annunciò la sua «operazione militare speciale», Putin ha usato esplicitamente la storia per sollecitare l’orgoglio nazionale, inscrivendo la «denazificazione» dell’Ucraina nella scia della «guerra patriottica» russa contro il nazifascismo e inserendo il proprio disegno politico e geopolitico nella long durée dell’impero russo, di un’Unione sovietica «depurata» dal leninismo e di una ritrovata alleanza con la chiesa ortodossa e i suoi valori tradizionalisti. In questa prospettiva, «l’Occidente» – termine che nella lingua di Putin è sinonimo di Stati uniti, o dell’egemonia statunitense sull’intero campo transatlantico – è imputato non soltanto dell’allargamento a est della Nato perseguito dagli anni Novanta in poi, ma più radicalmente di aver imposto dopo l’89 un ordine mondiale unipolare, basato su valori individualistici e decadenti.
Si tratta di una prospettiva del tutto coerente con la diagnosi putiniana – peraltro non priva di ragioni – del crollo dell’Urss come «catastrofe geopolitica epocale», ma del tutto priva di autocritica sulle dinamiche interne alla Russia che le hanno fatto perdere la scommessa di una modernizzazione sostenibile e di un’evoluzione positiva del sistema politico. Né la plutocrazia oligarchica, né la resa a un capitalismo globale predatorio, né il rigurgito dei nazionalismi, né l’impianto illiberale e dispotico della cosiddetta «democrazia sovrana» putiniana entrano mai nel conto della perdita di potenza e attrattività del modello russo subentrato alla «catastrofe geopolitica» del ’91; le responsabilità vengono proiettate solo sul nemico occidentale, con le note conseguenze vittimiste e revanchiste. Si dirà che un sistema autocratico come quello di Putin non può legittimarsi in altro modo che glorificandosi ed espungendo da sé ogni autocritica; ma come vedremo subito questo non è un vizio esclusivo degli autocrati.
