Come dicono i contadini, il cibo, come i semi da cui nascono le piante per produrlo, ci riguarda tutte e tutti, per questo l’analisi dei sistemi e dell’organizzazione della produzione agro-alimentare evidenzia le asimmetrie di potere e la natura politica della questione.
Sono i sociologi Harriet Friedmann e Philip McMichael negli anni Ottanta a mettere a sistema questa intuizione coniando la teoria dei food regime che spiega il ruolo fondamentale dell’agricoltura nello sviluppo del capitalismo. Secondo questa teoria ogni epoca costruisce un proprio regime alimentare e il come, il dove, il chi e per chi si produca cibo sono domande dalle quali si ricostruiscono la geografia e gerarchia politica dei luoghi e delle narrazioni a queste funzionali.
A partire dal XIX secolo si è imposto il modello di modernizzazione produttivista, sinonimo di crescita industriale, dal quale deriva una visione dicotomica dei luoghi in cui si concentra l’agricoltura: non è un caso che il rapporto tra città e campagna, per usare due termini tutti da specificare, si sviluppi in modo gerarchico anche quando la seconda sembra valorizzata in un’ottica di mercato, con uno sguardo urbano che depreda il cibo di qualità o il bel paesaggio di cui godere per un evento spot. È nel solco del processo di modernizzazione che nasce il concetto di «sicurezza alimentare», a cui la Via Campesina contrappose nel 1996 il concetto di «sovranità alimentare» durante il forum delle organizzazioni della società civile di Roma, considerandolo un orizzonte di resistenza al neoliberismo e uno spazio per costruire sistemi di alimentazione e di economie democratiche e un futuro giusto e sostenibile.
In Europa attorno al modo di produzione del cibo si sono sviluppate l’idea di modernità, il suo contrario e le sue sfumature: dalla metafora della polpa e l’osso dell’economista Manlio Rossi Doria, alla sua rivisitazione con la «rivincita dell’osso» per indicare una svolta post-fordista anche di modernizzazione qualitativa, fino all’idea di modernità multiple a cui fa riferimento la storica Marta Petrusewicz quando analizza come, già nell’Ottocento, le élite agrarie del Sud avessero tentato una modernizzazione alternativa incentrata sulla terra.
Ed è dalla crisi del modello fordista e dal recupero della «rivincita dell’osso» che nasce il concetto di sviluppo rurale con il Libro Verde della Commissione europea nel 1985 come risposta politica, normativa e scientifica alla crisi della modernizzazione produttivista che aveva dominato l’agricoltura a partire dal secondo dopoguerra. Poi, con Agenda 2000, lo sviluppo rurale viene definitivamente consacrato come il «secondo pilastro» della Politica agricola comune (Pac).
