Jacobin Italia

La vertenza letteraria

12 Marzo 2025

-

Esiste una relazione tra sciopero e letteratura? Dagli scrittori borghesi alla letteratura working class, con la missione di trovare una forma di bilinguismo che saccheggi l’immaginario e ricongiunga scrittura e lotte

Sciopero e letteratura: due termini che faticano a trovare una congiunzione, due rette parallele che non si incontrano mai. O quasi. A meno che la lotta non forzi la mano a chi tiene le parole dalla parte del manico. Nel marzo del 1970, a pochi mesi dall’autunno caldo del 1969, nell’epicentro della stagione italiana di conquiste operaie più importante del Novecento, la rivista Quaderni di Rassegna Sindacale proponeva un numero monografico sul tema dello sciopero, che conteneva un articolo sullo sciopero nella letteratura, poi ripubblicato come opuscolo dall’Editrice sindacale italiana, vicina alla Cgil. I curatori dell’opuscolo erano Alberto Asor Rosa e Bianca Saletti, che selezionarono alcuni brani, preceduti da una prefazione.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Acqua sempre più torbida, che ha avvelenato i pozzi in cui si nutrono le lotte e l’immaginario della classe operaia. Ci ritroviamo oggi in un momento di regresso delle lotte sociali, in una bonaccia del realismo capitalista che viene periodizzata, in Europa, a partire dalla sconfitta di due grandi scioperi operai: quello del 1980 alla Fiat e quello dei minatori britannici del 1984. Eppure proprio oggi,  abbiamo davanti la lotta più lunga del movimento operaio europeo, ossia quella del Collettivo di fabbrica della ex Gkn. E non solo. Si registra una nuova onda di scritture operaie, nel mondo anglosassone, nell’Europa del Nord, in Asia, che rendono ancora più interessante il caso italiano: compare da noi una letteratura working class proprio quando la classe operaia viene predicata come svanita, con una convergenza culturale con la mobilitazione Gkn che ha portato la letteratura dentro la lotta di classe, e la lotta di classe dentro la letteratura.

Gli scrittori e il popolo

Partiamo dal passato, dall’antologia di Asor Rosa e Saletti. Nella loro ipotesi di lavoro, la selezione dei brani e degli autori va letta non come una rappresentazione letteraria dello sciopero, ma come un punto di vista sullo sciopero di alcuni letterati. Lo scrittore attraverso il racconto esprime la sua postura ideologica sullo sciopero: «il modo di rappresentare (cioè d’intendere […]) lo sciopero – scrivono Asor Rosa e Saletti – è la cartina al tornasole dell’intellettuale borghese messo di fronte all’insorgenza massiccia della classe, se non avversa, certo diversa da lui che la vede e descrive». Pertanto il racconto dello sciopero ci parla non tanto della classe operaia, ma degli intellettuali borghesi. Del loro essere moderati, o reazionari, o progressisti, o populisti, a seconda che il loro punto di vista coincida o meno con quello della classe operaia. Nell’antologia infatti ci sono anche autori che camuffano, ma alla fine tradiscono, un atteggiamento reazionario, con una certa ambiguità, quando nella narrazione si insinua «sottilmente il dubbio che il frutto della lotta non valga mai le pene e il dolore che valsero combatterla», arrivando anche ad accusare «i marxisti fomentatori professionali del disordine». È il caso del gallese Richard Llewelleyn e, nonostante il suo radicalismo americano, in parte anche di John Steinbeck o di André Malraux, in cui l’attenzione verso i lavoratori ha origine solo da «un estetico amore per la forza e la violenza, le cui conclusioni sono del tutto indipendenti dalle ragioni autenticamente operaie della lotta di classe».

Più interessante è il caso di quegli scrittori che sembrano partecipare alle lotte operaie condividendone lo spirito. Qui ci si muove in uno spettro che va «dal socialistico ‘culto dei sentimenti’ gorkijano, alla schietta sensibilità proletaria di un O’Casey, al marxismo di un Brecht, all’umanitarismo melodrammatico di un Pratolini». 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere