Jacobin Italia

La via cinese al capitalismo

6 Giugno 2019

«Consolidare la forza» è il mantra che arriva dritto dalla tradizione e che ancora oggi descrive quanto avviene nell’era Xi Jinping, con il potere politico ed economico centralizzato nel partito e nel suo leader

Secondo Wang Hui, intellettuale cinese appartenente alla cosiddetta «nuova sinistra», il 1989 e la repressione delle proteste – non solo a Pechino – contribuirono a sancire una transizione definitiva nella storia recente della Cina. Ovvero, come scrive la sinologa Edoarda Masi nella prefazione a Nuovo ordine cinese (manifestolibri, 2006) – il passaggio a un concetto di stato «esplicitamente e pienamente promotore-gestore del liberismo capitalistico». In questa trasformazione gioca un ruolo fondamentale, naturalmente, l’evoluzione del Partito comunista nel periodo che va dalla fine della Rivoluzione culturale (1976) all’arrivo alla segreteria dell’ex sindaco di Shanghai Jiang Zemin, nominato al vertice del partito attraverso passaggi incostituzionali nei concitati giorni del giugno 1989 e ufficialmente numero uno dal 24 giugno dello stesso anno.

Non è un caso che dopo la repressione delle proteste del 1989 la Cina abbia intrapreso una nuova svolta all’interno del proprio processo di riforme. È la fase che Naomi Klein inserisce tra le terapie neoliberiste nel suo Shock Economy (Rizzoli, 2008). Le proteste del 1989 – precedute dalle prime manifestazioni tra il 1986 e il 1987 – arrivarono al termine di dieci anni di riforme che avevano trasformato in modo prepotente lo stato cinese. Significava anche dieci anni trascorsi dalla devastazione sociale comportata dalla Rivoluzione Culturale, o meglio dai suoi strascichi, considerando che per il Partito comunista, ufficialmente, la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria era terminata già nel 1969. 

C’era da ricostruire tutto. Dopo la morte di Mao, Deng Xiaoping aveva riconquistato il potere all’interno del partito e via via sancito nuove regole. Nel 1982 venne cambiata la Costituzione che imponeva un limite di due mandati alla presidenza della Repubblica popolare proprio con l’obiettivo di porre fine a eccessi come quelli avvenuti in epoca maoista. Del resto il giudizio del partito era arrivato forte e chiaro con la «Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazione della Repubblica popolare cinese», approvata dal comitato centrale del Pcc il 27 giugno 1981 e nella quale si definì «decennio perduto» il periodo che va dal 1966 al 1976.

Il partito aveva bisogno di una condanna inappellabile, considerando il fatto che la sua dirigenza era stata falcidiata da quel periodo: così Deng salvò «il pensiero di Mao Zedong» (ancora oggi tra i principi del Partito comunista) annullando allo stesso tempo gli effetti economici e gli eccessi (Deng in una celebre intervista con Oriana Fallaci definì l’operato di Mao positivo al 70 per cento, negativo per il restante 30 per cento), attraverso le Riforme e l’apertura del paese al mercato globale: si trattava di alleviare il paese dalla fame, dalle difficoltà economiche e distrarlo da un periodo devastante da un punto di vista sociale. Quelli della Rivoluzione Culturale erano stati anni di luan, caos, disordine, confusione; un sentimento che è rimasto insito in ogni cinese e che ogni cinese – ancora oggi – vuole evitare. Il Partito comunista conosce bene questo sentimento popolare. 

Dopo la Rivoluzione culturale, l’obiettivo era tenere ben saldo il partito al centro del processo economico che stava trasformando la Cina. Naturalmente questo cambiamento ebbe un impatto non da poco sui funzionari cinesi che fino a poco tempo prima basavano la propria sopravvivenza politica e non solo sulle posizioni totalmente prone a quanto veniva detto da Mao Zedong e che improvvisamente si ritrovarono a dover gestire montagne di soldi e a essere valutati sulla base della crescita economica delle proprie aree di competenza. Si aprì così un varco enorme per la corruzione, la crescita economica portò a nuove richieste da parte degli studenti e lo spettro della Rivoluzione culturale si riaffacciò nelle stanze segrete del partito comunista. Il Pcc arrivò al 1989 completamente in difficoltà: benché fornito di un comitato permanente guidato dal riformista Zhao Ziyang, che aveva sostituito un altro riformista, Hu Yaobang, «purgato» non senza problemi da Deng e la cui morte nel maggio 1989 darà l’avvio alle proteste che culmineranno nell’occupazione di piazza Tiananmen, era in realtà guidato dai cosiddetti Otto Immortali anziani funzionari sopravvissuti alla Rivoluzione culturale e tendenzialmente conservatori, ovvero scettici verso le aperture che il paese andava sancendo di giorno in giorno. Con l’editoriale del Renmin Ribao del 26 aprile nel quale si definivano «disordini» le manifestazioni studentesche, il partito ruppe ogni indugio: da lì in avanti arrivarono la destituzione di Zhao Ziyang – la cui visita agli studenti in piazza, con la famosa frase «siamo arrivati tardi» costituì un’altra miccia per le proteste – la proclamazione della legge marziale e infine la repressione. 

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