Jacobin Italia

La via indonesiana

27 Maggio 2025

Sessant'anni fa una delegazione di dirigenti del Pci incontrò quella del Partito comunista d'Indonesia. Li univa la ricerca di una strada autonoma e nazionale al socialismo

Le delegazioni dei due più grandi partiti comunisti al mondo al di fuori del campo socialista si incontrarono il 13 maggio 1965 a Giacarta. Quella del Pci, composta da Pajetta, Natoli, Colajanni e Occhetto, incontrò la leadership del Partito comunista indonesiano (Pki), formata da un gruppo di quarantenni cresciuti nella guerriglia anti-olandese. 

Era il curioso incontro tra due partiti appartenenti a campi separati, uno legato a Mosca e l’altro sempre più a Pechino, ma allo stesso tempo due organizzazioni gelose della propria autonomia e alla ricerca di vie nuove che impedissero uno scontro sempre più lacerante tra le due famiglie del socialismo internazionale. Nessuno dei due partiti replicava pedissequamente le parole d’ordine sovietiche e cinesi: il Pci si appellava alla democrazia parlamentare, il Pki al nazionalismo e al dialogo con la borghesia antimperialista. Italiani e indonesiani cercavano un varco in una situazione interna bloccata che rendeva difficile la replica delle esperienze dei propri referenti internazionali. Agli occhi degli italiani il Pki in quel maggio 1965 sembrava davvero sul punto di conquistare le redini del potere: le piazze di Giava erano colme di mobilitazioni comuniste, i contadini erano tornati alla lotta di classe, il Presidente del paese, il nazionalista Sukarno, sembrava essere intenzionato a dare al Pki le leve del governo. Pajetta e gli altri italiani quando salutarono all’aeroporto di Giacarta il capo di quel partito, D.N. Aidit, non potevano immaginare che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro, che i dirigenti incontrati sarebbero stati presto uccisi e che l’intero Pki sarebbe stato distrutto senza lasciare quasi più traccia.

Sono trascorsi sessant’anni dal genocidio anticomunista indonesiano, quando l’esercito (con la partecipazione statunitense) assassinò più di mezzo milione di membri e simpatizzanti del Pki. Mentre da qualche anno libri e film stanno un po’ alla volta raccontando la storia di questo massacro, ancora poco si sa della storia e della strategia del Partito comunista indonesiano, una forza che ha avuto un ruolo centrale nella storia politica dell’arcipelago e i cui dilemmi su patria e democrazia sono attuali ancora oggi. 

Un partito nella nazione

Nel 1951 il Pki era un partito con non più di 5.000 iscritti e che aveva sofferto già due terribili purghe nonché l’esilio e la galera di tutti i suoi principali dirigenti. Nel 1926-27, disobbedendo al Comintern aveva dato vita a una disastrosa insurrezione armata repressa dai coloni neerlandesi, che praticamente disintegrò per anni tutta la struttura del partito. Dopo anni di assenza il PKI lavorò clandestinamente durante l’occupazione giapponese per poi scontrarsi drammaticamente con il nuovo esercito indonesiano, che nel 1948 represse nuovamente nel sangue una rivolta armata di soldati vicini al Pki. 

La nuova e giovane leadership che prese in mano il partito nel 1951 ritenne che in entrambe le occasioni il Pki avesse pagato il prezzo dell’isolamento e di rapporti di forza sfavorevoli. Al contrario della Cina, l’Indonesia non possedeva le condizioni geografiche adatte a una guerra di lunga durata: mancava di catene montuose e foreste sufficienti a offrire rifugio a un esercito di liberazione e non aveva confini con un paese socialista che potesse garantire un retroterra sicuro. Inoltre, riteneva Aidit, l’Indonesia era in uno stato di semi-colonia, che pur avendo ottenuto l’indipendenza dai Paesi Bassi era ancora controllata dall’imperialismo in combutta con la borghesia «compradora» e i proprietari terrieri. A fronte di tale situazione la linea politica adottata dal Pki fu quella del «fronte unito», un’alleanza con la parte più progressista della borghesia con la finalità di opporsi al neocolonialismo sia neerlandese che degli Stati uniti d’America. 

Questo primato della battaglia anticoloniale fece sì che il partito da un lato raffreddasse il conflitto di classe – esploso in maniera intensa nei primi mesi del decennio – e dall’altro che sposasse in maniera totalizzante il nazionalismo propugnato dal Presidente della Repubblica e autentico padre della patria, Sukarno, al punto di fare proprie idee discutibili come quella in favore dell’annessione di Papua Occidentale, ancora occupata dagli olandesi ma abitata da una popolazione che reclamava un diritto all’autodeterminazione.

La scelta che però consentì più di tutte la crescita del Pki fu quella organizzativa. Mentre la leadership precedente al 1951 lavorava spesso nell’ombra e addirittura attraverso l’infiltrazione in altri partiti, quella di Aidit decise di aprirsi completamente alla società, direttamente o attraverso associazioni settoriali, e rappresentando per milioni di persone il primo fenomeno di socializzazione politica. In un paese che in epoca coloniale era stato governato da un dispotismo centralizzato da un lato e dai leader locali collaborazionisti dall’altro – poteri fondati sulla forza, la religione e la tradizione – il Partito comunista forniva a contadini analfabeti, donne e giovani strumenti che parlavano un’uguaglianza formale e sostanziale. Per gli operai e i contadini, il Pki rappresentava una speranza di emancipazione economica; per i più umili, la prima occasione di alfabetizzazione; per le donne, un’opportunità di liberazione nella famiglia e nella società; per gli intellettuali e gli artisti, un punto di riferimento culturale che sfidava l’egemonia delle élite tradizionali; per i braccianti e i più poveri una sorta di difesa contro i proprietari terrieri, i capi villaggio o funzionari governativi. Nell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta il Pki non era semplicemente un partito da votare ma piuttosto il fulcro delle relazioni sociali per milioni di persone.

In quel contesto le elezioni generali del 1955 e 1957 rappresentarono un successo per il Pki, che fu la quarta formazione più votata a livello statale ma nettamente la più forte nelle zone centrale e orientale di Giava. I risultati facevano sperare Aidit che finalmente i comunisti sarebbero potuti entrare in un governo di coalizione ma ancora una volta le altre formazioni (nazionalisti e conservatori religiosi) si opposero a questa prospettiva. Settori dell’esercito sostenuti segretamente dagli Stati uniti diedero allora vita, presso Sumatra e Sulawesi, a una rivolta secessionista contro Sukarno, accusato di aver lasciato troppo spazio ai comunisti. Nell’esercito si generò una frattura, con una parte propensa al colpo di stato mentre un’altra, maggioritaria, ostile al Pki ma non disposta a tollerare una rivolta. Proprio mentre il Pki cresceva, la democrazia indonesiana  sprofondò: la rivolta dei militari golpisti fallì ma sia Sukarno che l’esercito spinsero per un superamento della democrazia parlamentare. Il Presidente, che acquisì sempre più le caratteristiche di un Sultano nazionalista, giustificava la scelta affermando che il caos dei partiti politici non era consono alla tradizione consensuale indonesiana e che quindi andava costituita una «Democrazia Guidata». Il Pki invece si trovò dinanzi a un vero bivio.

Per un decennio i comunisti avevano lottato per democratizzare lo Stato e la società e cercato in ogni modo di evitare l’isolamento. Adesso gli si ponevano davanti due possibilità: o accettare un sistema dominato dai militari e dal nazionalista di sinistra Sukarno – il quale prometteva protezione e legittimità al Pki – o lottare, al fianco delle forze anticomuniste e golpiste, per il mantenimento della democrazia parlamentare. La scelta adottata fu la prima, cercando di garantire sicurezza a una leadership spaventata da una nuova ondata repressiva e con la fiducia che con il passare del tempo avrebbe potuto riacquisire nuovo spazio politico nella nuova situazione.

La fine della democrazia parlamentare

La Democrazia Guidata era un regime dominato da Sukarno (Presidente a vita) e dai militari, presenti in ogni ambito della vita politica e economica. Il Parlamento divenne una camera nominale e priva di veri poteri, gli scioperi erano vietati e i giornali censurati. Ciò che era ancora possibile fare era mobilitarsi in sostegno del Grande Leader della Rivoluzione e della patria cosicché il Pki, costituito da uomini che avevano attivamente combattuto contro gli eserciti olandese, giapponese e britannico, fecero del nazionalismo antimperialista il pilastro del loro attivismo. La «liberazione» di Papua, lo scontro con la Malesia e, soprattutto, un sempre più accesso antiamericanismo consentirono al Pki di riconquistare le piazze e di dettare l’agenda politica, seppur sempre fuori dal Governo. Tra i comunisti e Sukarno -– che assicurava l’incolumità dei dirigenti – si rafforzò una sempre più stretta alleanza.

Tuttavia verso la metà degli anni Sessanta il Pki si ritrovò nuovamente dinanzi a un bivio. L’economia era allo sbando ma gli scioperi erano proibiti. La cosiddetta borghesia «nazionale» di fatto non esisteva, preferendo vivere di rendita terriera o gestendo in maniera inefficiente le imprese confiscate agli olandesi. I militari si erano rafforzati enormemente grazie alle campagne militari a Papua e contro la Malesia. Dinanzi alla paura di un colpo di stato e sentendosi nuovamente isolati, Aidit decise di reagire non attraverso una mobilitazione popolare, ma con una mossa «dall’alto», ispirata ai golpe di militari progressisti in Iraq del 1958 e in Algeria nel maggio 1965. Ciò che Aidit organizzò, tenendo all’oscuro l’intero partito, fu una sommossa degli ufficiali di medio rango vicini al Pki con la finalità di ottenere da parte di Sukarno la rimozione della cupola reazionaria dell’esercito e di consentire l’entrata nel governo ai comunisti. Fu un autentico disastro. Il 1º ottobre 1965 sei generali vennero assassinati e la ribellione si concluse dopo poche ore. L’esercito guidato dal generale Suharto prese di fatto il potere nella serata di quella giornata e diede inizio al massacro di migliaia di comunisti in tutto il paese, accusati di aver tramato contro la repubblica. D.N. Aidit fuggì nei villaggi di Giava Centro ma sarebbe stato arrestato e poi ucciso a metà novembre. Il Pki venne distrutto completamente, senza reagire, mentre Sukarno sarebbe stato rimosso l’anno successivo. Alla loro caduta seguì il regime trentennale di Suharto mentre la sinistra indonesiana non sarebbe mai più sostanzialmente risorta.

Perché il Pki venne distrutto?

Come è stato possibile che una formazione con 20 milioni di iscritti e simpatizzanti sia stata distrutta senza combattere? A distanza di sessant’anni non vi sono risposte soddisfacenti. Poco o nulla si sa di ciò che fece Aidit nella foresta di Yogyakarta mentre i militanti del suo partito venivano massacrati a migliaia. Gli unici appelli lanciati dal Pki dopo il 1º ottobre furono inviti alla calma, a non cadere alle provocazioni, a seguire le indicazioni di Sukarno, convinti che ancora una volta avrebbe messo le cose a posto mentre non venne mai organizzata alcuna resistenza. Per capire le ragioni di una sconfitta così grande bisogna forse riferirsi alle scelte strategiche del partito e dell’esercito.

Per uscire dall’isolamento in cui cadde nel 1948, D.N. Aidit sviluppò una teoria originale e flessibile, che si allontanava sia dal modello cinese che da quello sovietico. Alla rivoluzione armata, infatti, il Pki preferì una «guerra di posizione» (non troppo dissimile proprio a quella del PCci) ovvero una lotta graduale e non violenta per raggiungere la leadership nelle istituzioni della società civile e dello Stato. Per far ciò il Pki fondò la sua azione su due pilastri: da un lato, come spiegato, il nazionalismo, dall’altra la teoria dello «Stato duale» elaborata dallo stesso Aidit. Il nazionalismo era il campo, il significante, che permetteva al Pki di mobilitarsi e riconquistare le piazze da cui era stata esclusa per via della repressione dell’esercito, e attraverso cui poteva lanciare slogan antimperialisti e antiamericani. Lo «Stato duale» invece significava che lo Stato conteneva sia aspetti «popolari» che «antipopolari». L’obiettivo del Pki era quello di occupare o influenzare settori dello Stato affinché realizzassero politiche affini alle proprie. Ed è per questo motivo che cercò di farsi un varco tra gli ufficiali dell’esercito non impregnati di anticomunismo. In questo senso anche il rapporto sempre più stretto del Pki con la Cina Popolare non fu mai orientato ad applicare nell’arcipelago le politiche maoiste ma piuttosto uno strumento per tenere alta la tensione con gli Stati uniti, mentre invece veniva rifiutata in toto la «coesistenza pacifica» krusheviana dell’Urss. La nascita del movimento degli Stati «non allineati» a Bandung nel 1955 andava nella direzione auspicata dai comunisti indonesiani.

Queste scelte permisero al Pki di guadagnare terreno in patria ma quando nel 1964 il partito, per reagire alla disastrosa situazione economica, provò a mobilitarsi nelle campagne, subì una parziale sconfitta. Le milizie anticomuniste, sostenute da gruppi religiosi e proprietari terrieri, furono capaci di reagire alle occupazioni dei terreni e spesso di colpire violentemente i comunisti anche nelle zone in cui questi erano più forti. Dopo tre lustri di movimenti tattici per conquistare influenza tra le élite, il Pki era di nuovo isolato: le classi borghesi non sembravano interessate a un programma di sviluppo industriale, l’anticomunismo aveva preso piede ovunque e i comunisti non erano più capaci di praticare la lotta di classe. Inoltre il sostegno permanente alle campagne militari per la «liberazione» di Papua occidentale e contro la Malesia diedero all’esercito un potere straordinario a livello regionale che venne usato quando decise che era giunta l’ora di schiacciare il Pki.

La storia del Partito comunista indonesiano, della sua ascesa e caduta, continua a generare interrogativi sul rapporto tra lotta di classe, questione nazionale e democrazia, e sul prezzo da pagare per rinunciare a quest’ultima. Gli interrogativi restano senza risposte perché il Pki venne distrutto sia quando adottò una linea più radicale (1927 e 1948) che quando assunse una politica di alleanza interclassista. D’altronde nel resto dell’Asia sono poche le esperienze in cui i comunisti sono rimasti a galla al di fuori degli Stati socialisti. 

Ciò che si può fare, comunque, è ricordare, oltre all’atto criminale in sé commesso dall’esercito con piena partecipazione occidentale, ciò che ha significato il comunismo in Indonesia per un quarantennio: la lotta contro i coloni olandesi, la resistenza contro il fascismo giapponese, la creazione di un’organizzazione di massa che per milioni di persone rappresentò la via dell’emancipazione e dell’alfabetizzazione politica. E forse fu proprio questo che, al di là delle differenze ideologiche e di percorso, rese possibile l’incontro tra comunisti italiani e indonesiani in quel maggio di sessant’anni fa: la convinzione che al socialismo si potesse giungere attraverso una via autonoma, popolare e nazionale.

*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.