Jacobin Italia

L’assalto al cielo fu anche linguistico

23 Marzo 2022

Gramsci aveva capito che la «questione della lingua» aveva a che fare con la formazione della classe dirigente. Per questo motivo, agire in questo campo significa decidersi a sfidare la «lava» della battaglia politica

Tradotto da poco più di un mese nel carcere di San Vittore, Antonio Gramsci scrive il 26 marzo 1927 alla sorella Teresina. Aveva ricevuto una foto del nuovo nato, un nipote di nome Franco, e se ne congratulava. Soprattutto, dalla foto il piccolo doveva sembrare, al carcerato, piuttosto vispo: «penso che parli già correntemente». La curiosità dello zio si concentra sull’aspetto del piccolo (che rassomiglia poco alla famiglia) e sulla lingua. «Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito», consiglia lo zio, che si rammarica di non aver fatto lo stesso con la figlia del fratello Gennaro, Edmea, con la quale intratteneva un rapporto quasi filiale: «Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia». L’errore non era da ripetere, per evitare il rischio di un italiano appreso male a casa e un sardo imparato altrettanto male con altri bambini: «Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro». 

L’apprensione familiare di uno zio incerto del proprio destino carcerario apre uno squarcio tutt’altro che banale sulle convinzioni di uno studioso che per lungo tempo si è interrogato sulle questioni del linguaggio. Due mesi dopo, scrivendo alla cognata Tania Schucht, Gramsci afferma addirittura che vorrebbe fare dello studio delle lingue la sua «occupazione predominante»; lamenta, infatti, che gli è molto difficile farsi un piano di studio complessivo, che pure aveva accarezzato da subito – e che invece riuscirà a portare avanti, elaborandolo in quell’opera-mondo che furono i Quaderni del carcere – ed è per questo, anche per combattere gli sbalzi d’umore e la noia della carcerazione, che vuole studiare «dopo il tedesco e il russo, l’inglese lo spagnolo e il portoghese», di cui sapeva qualcosa, e infine il rumeno. 

Questa sensibilità spiccata per le virtù del plurilinguismo, nonché questo interesse specifico per lo studio concreto delle lingue, è fortemente presente in questa fase, quando il dirigente comunista è ancora a San Vittore, e viene ribadito in più lettere. Ma da un certo punto di vista, esso può sorprendere. Gramsci viene spesso arruolato tra i sostenitori di un certo tipo di giacobinismo linguistico, convinto dell’esigenza di un’unificazione nazionale a scapito dei dialetti, inevitabili portatori di un punto di vista ristretto e provinciale sul mondo; una visione, questa, che fa il paio con la convinzione gramsciana che lo studio sia «un mestiere, e molto faticoso» o ancora, che sia «un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza» (Quaderno 12, § 2). Da qui a considerarlo un antesignano di chi si batte contro l’impoverimento della scuola, che sarebbe dovuto all’onda lunga del Sessantotto e delle sue derive pedagogiche, il passo è breve: lo hanno fatto linguisti e studiosi di letteratura, che, allineando un piccolo gruppo di citazioni gramsciane, hanno cercato di presentare la battaglia per un’educazione linguistica tradizionale, che difendesse il fortino dell’ortografia e della correttezza grammaticale, come una battaglia di sinistra. Le cose, in verità, sono un poco più complicate.

Il materialismo di Gramsci di fronte alla lingua

La riflessione gramsciana sul linguaggio è materia incandescente: lo è, innanzitutto, per i suoi lettori, che difatti a questo tema hanno dedicato una discussione lunga e aperta. A guardarla da lontano, oggi che è l’epoca del «nazismo grammaticale» dei social network e dei meme che ridicolizzano l’uso di «qual è» con l’apostrofo, sembra difficile capire quanto dovesse essere d’attualità riflettere sulle pagine del dirigente comunista all’ombra della messa sotto accusa della scuola autoritaria da parte di Lorenzo Milani. Le idee di Gramsci erano diventate un fondamentale armamentario per la battaglia linguistica democratica, portata avanti da Tullio De Mauro, che nel 1963 pubblicava la Storia linguistica dell’Italia unita. In quel libro, la «questione della lingua» che si era aperta all’epoca dell’unificazione veniva messa alla prova dell’analisi sociologica e diventava argomento di discussione pubblica: solo Gramsci aveva visto e chiarito, nei Quaderni del carcere, che in Italia, quando si parla di «quistione della lingua» si stanno aprendo una serie di altri problemi: «la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale» (Quaderni 29, § 3). All’indomani della pubblicazione «critica» dei Quaderni nel 1975 (che sostituiva l’edizione «antologica» curata da Palmiro Togliatti), Franco Lo Piparo pubblicava un saggio celebre (Lingua intellettuali egemonia in Gramsci, Laterza, 1979) in cui si ipotizzava che una delle categorie-chiave del pensiero politico gramsciano, «l’egemonia», era stata definita a partire da concetti che provenivano dal dibattito linguistico, e più precisamente dalle discussioni pubbliche di stampo risorgimentale – quando l’unificazione politica mancava anche di unità linguistica – e dal dibattito scientifico, che aveva da tempo messo al centro il problema del mutamento. La biografia gramsciana sembrava orientare decisamente verso questa soluzione: prima di diventare un dirigente comunista e di abbandonare gli studi universitari, Antonio, studente all’Università di Torino, si era fatto notare soprattutto nel corso di glottologia tenuto da Matteo Bartoli. L’impegno nella linguistica storica fu concreto: nel 1912-1913 gli Appunti del corso di Bartoli vennero stampati a partire proprio dalle note prese a lezione da Gramsci; e d’altronde, lo stesso Bartoli si rammaricò che lo studente abbandonasse la carriera universitaria per dedicarsi esclusivamente al giornalismo e soprattutto alla politica.

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