Si torna in questo periodo a parlare di privatizzazioni e della vendita di quote di Poste e di Eni, ma sono solo saldi di fine stagione per mettere un poco di fieno nella cascina della nuova austerità. Il tornante decisivo è stato invece quello che ha coinciso con la fine dell’Unione sovietica e la nascita dell’Unione europea, che per l’Italia si è materializzato nel «decreto Amato» del luglio del 1992. Questo, con un tratto di penna, ha trasformato in società per azioni gli enti pubblici. Nel luglio del 1992, nel pieno della crisi politica e finanziaria della Prima Repubblica, allo Stato imprenditore e all’economia mista è subentrato lo Stato azionista, aiutante di campo per il pieno dispiegamento dell’economia neoliberale.
Le privatizzazioni più rilevanti del mondo
Nel 1991, 12 delle 20 più grandi società per fatturato e un terzo delle prime 50 società italiane erano totalmente in mano pubblica. Le banche pubbliche assorbivano il 70% dei depositi. La maggior parte di queste società erano in pancia alle holding Iri, Eni ed Efim. Poi c’erano enti pubblici come Enel o Ferrovie. L’economia pubblica italiana era la più grande fra quelle dell’Unione europea. Le 93 operazioni di dismissione a partire dal ‘92 garantirono introiti per 119 miliardi di euro. L’Italia è stata al secondo posto mondiale per proventi dietro il Giappone. In relazione al Pil, le privatizzazioni italiane furono le più importanti nel mondo non comunista.
Enel ed Eni, i due fiori all’occhiello della stagione delle privatizzazioni, aziende nelle quali lo Stato ha mantenuto una quota di controllo e che rimangono le due più importanti società italiane, sono oggi animali molto diversi dagli enti pubblici che le hanno partorite.
Enel è la maggiore azienda italiana per fatturato, altamente internazionalizzata. Eppure nel 1993, quando era ancora totalmente pubblica, era la prima società al mondo per numero di clienti e la terza per elettricità prodotta. In appena trent’anni a partire dalla sua creazione nel 1963 aveva triplicato l’energia prodotta per dipendente, offrendo ai cittadini italiani elettricità ai prezzi più bassi d’Europa. Dieci anni dopo la vendita della prima tranches di azioni nel 1999, il prezzo medio dell’elettricità in Italia era del 35% più alto rispetto alla media europea.
