Negli ultimi anni l’industria della carne in Germania è stata interessata da importanti trasformazioni. A lungo associata ai bassi salari, alle dure condizioni di lavoro, allo sfruttamento differenziale del lavoro migrante tramite appalti, agenzie di somministrazione o lavoro in distacco, durante la pandemia è stata al centro dell’attenzione mediatica per i numerosi casi di contagio tra i suoi lavoratori (esito dell’organizzazione della produzione, ma anche delle situazioni di sovraffollamento abitativo in cui erano costretti molti operai migranti). Ciò ha determinato un’opportunità affinché le campagne sindacali che andavano avanti da tempo potessero ottenere un risultato non da poco: l’approvazione, da parte del Bundestag, di una legge che proibisce il subappalto nel settore, limita la possibilità di ricorrere al lavoro somministrato e rende obbligatoria la registrazione elettronica delle ore lavorate.
Lo scorso anno questa industria, o meglio un suo segmento peculiare, quello della produzione di carne da kebab, è tornata a far parlare di sé. Un lungo sciopero, trainato dal protagonismo di una classe lavoratrice migrante e plurale, ha infatti scosso l’ormai storico stabilimento Birtat, situato a Murr (trenta chilometri a nord di Stoccarda). Di questo significativo conflitto operaio abbiamo parlato con Peter Schadt, segretario sindacale della Dgb nella capitale del Baden-Württemberg.
Com’è iniziata la lotta nello stabilimento Birtat di Murr? Quali sono state le ragioni di fondo e qual’è stata la scintilla che ha fatto esplodere tutto?
Dalla prima conversazione con Ngg [sindacato che rappresenta i lavoratori del settore alimentare e dell’hospitality, affiliato a Dgb, NdA] nel dicembre 2023 al contratto collettivo stipulato nell’agosto 2025 non sono passati nemmeno due anni. Nel complesso, quindi, si è trattato di un periodo relativamente breve. Prima della pausa invernale del 2023, i primi lavoratori della Birtat si sono rivolti a Ngg. Segnalavano mancanza di partecipazione nelle decisioni e disparità salariale a parità di mansioni. Le donne venivano pagate meno degli uomini, i lavoratori romeni e bulgari a loro volta meno rispetto ad altri gruppi etnici, e così via.
A questo si aggiungeva una forza lavoro molto eterogenea dal punto di vista culturale e linguistico: in un’azienda con circa 120 dipendenti lavorano insieme colleghi turchi, curdi, rumeni, bulgari e anche afghani. Non esiste praticamente una lingua comune: molti riescono a comunicare solo all’interno delle rispettive comunità. Di conseguenza, la nostra valutazione iniziale sulle prospettive di organizzazione sindacale era piuttosto prudente. La mia collega Magda ha chiarito ai lavoratori che si trattava di una lotta dall’esito incerto e che avrebbero dovuto riflettere bene se intraprenderla davvero.

