Jacobin Italia

Le atrocità psicopolitiche

5 Giugno 2019

-

È nel 1960, quando si trasferisce a Shepperton, che James G. Ballard comincia a guardare tutti i giorni il prato. In quel minuscolo sobborgo piccoloborghese a sudovest di Londra, da cui non se andrà mai, percepisce come l’umanità sia distanziata da sé stessa, imprigionata nell’eterna attesa di un’apocalisse imminente. I protagonisti dei suoi romanzi non

È nel 1960, quando si trasferisce a Shepperton, che James G. Ballard comincia a guardare tutti i giorni il prato. In quel minuscolo sobborgo piccoloborghese a sudovest di Londra, da cui non se andrà mai, percepisce come l’umanità sia distanziata da sé stessa, imprigionata nell’eterna attesa di un’apocalisse imminente. I protagonisti dei suoi romanzi non hanno ricordi del passato o aspettative per il futuro, non storicizzano. Vivono in un eterno presente, sempre sul punto di esplodere, di deflagrare in qualcosa che non è più umano. Ballard diventa il profeta degli effetti nefasti del tardo-capitalismo negli anni in cui le teorie di Hayek e Friedman cominciano a diffondersi. Prima che Ronald Reagan – cui dedica alcune delle pagine più sfolgoranti in La Mostra delle Atrocità (1970), un finto esperimento sociale sul rapporto tra comunicazione politica ed eccitazione sessuale, anticipandone di tre lustri l’elezione – e Margaret Thatcher le traducano in politica. Quando a Chicago stabiliscono che l’uomo deve liberarsi di ogni vincolo sociale, a Shepperton lui sta già raccontando un’umanità di individui isolati, priva di coesione, in preda a paranoie securitarie e deliri antropofagi. I suoi protagonisti sono architetti o psichiatri. I primi hanno costruito la città come gabbia, prigione da cui è impossibile evadere. I secondi agiscono la sopravvivenza dell’animale braccato, fatta di fuga, violenza, sopraffazione, pornografia. Nella Tetralogia della Catastrofe – Il vento dal nulla (1961), Deserto d’acqua (1962), Terra bruciata (1964), Foresta di cristallo (1966) – l’uomo non lotta contro la natura, ma contro un inconscio politico esterno che lo domina e annichilisce. Un sistema che non è più disciplinare ma psicopolitico: invade affettività, emozioni e desideri, le costruisce a sua immagine e somiglianza. In Crash (1970) emerge come il conflitto tra tecnica al servizio della velocità e vita incapace di adattarvisi trovi sfogo solo nell’incidente come punto di rottura e liberazione degli istinti (sessuali) repressi.In Condominium (1975) la lotta di classe non è più tra proletariato e borghesia e nemmeno tra alto e basso, ma dell’uomo che si è fatto imprenditore di sé stesso contro il sé sfruttato. La dialettica negativa è interiorizzata, pronta a esplodere nella Tetralogia dell’Apocalisse – Cocaine Nights (1996), Super-Cannes (2000), Millennium People (2003), Regno a venire (2006). Come tante piccole Shepperton, sobborghi della mente, nelle gated communities ballardiane il sistema sociale si dispiega sulle macerie della fabbrica: noia, alienazione e inquietudine sono i crogioli della violenza cieca, che non libera ma imprigiona. «Il MetroCentre è una cattedrale, un luogo di culto. Il consumismo può sembrare una cosa pagana, in realtà è l’ultimo rifugio dell’istinto religioso. Nel giro di pochi giorni vedrà una congregazione che si radunerà ad adorare le lavatrici», scrive Ballard ne Il Regno a Venire, ambientato in un centro commerciale, individuando nei wahabiti dello shopping i terroristi della contemporaneità. Questa nuova ragione del mondo trova le sue radici nella prima fase del capitalismo trasformato nel campo di concentramento dove passa la sua infanzia – L’impero del sole (1984) – e si trasforma in quelle che Saskia Sassen chiama rivoluzioni con la r minuscola: i riots della classe media impoverita, il cui innesco è la frattura psicologica che nasce dalle continue sollecitazioni individualiste di un sistema che non ti dà poi modo di perseguirle. È già nell’Isola di Cemento (1974) che il Robinson Crouse contemporaneo è un’isola non più umana, razionale, ma in preda a una psicosi senza alcuna possibilità di cura, in continua lotta contro sé stesso.  

*Luca Pisapia, giornalista, ha collaborato con La Gazzetta dello Sporte con il Fatto Quotidiano, e attualmente scrive di calcio e società su il manifesto. È autore di Gigi Riva. Ultimo hombre vertical (Lìmina, 2012) e Uccidi Paul Breitner (Alegre Quinto Tipo, 2018).

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere