Nel libro Il cerchio e la saetta di Fabrizio C., pubblicato da Fandango qualche mese fa, si parla dello sgombero di Askatasuna avvenuto nel 1992. Non si tratta del centro sociale torinese appena sgomberato, ma di un centro sociale romano che si trovava a Monteverde, occupato un anno prima, con l’ondata scaturita dal movimento studentesco della Pantera. In quel solo anno c’era stato anche un intervento della polizia, che si presentò al cancello, arrestando undici persone con l’accusa di coinvolgimento in azioni contro obiettivi spagnoli (dato il nome del centro). Furono tutti assolti.
Mi è tornato in mente l’episodio raccontato da Fabrizio C. perché nel suo stesso libro si parla anche dell’Askatusuna torinese, e della situazione attuale – la situazione presgombero, a dirla tutta – ossia l’accordo che è stato fatto tra i militanti e il Comune di Torino per una coprogettazione dello spazio. Intervistato nel libro, l’avvocato Fabio Grimaldi dice:
In questi giorni abbiamo visto il riconoscimento di una coprogettazione per quel sito fisico. Il quartiere Vanchiglia, oggi, ha ottenuto dal Comune la possibilità di valorizzare quella realtà. Il centro sociale era stato oggetto di procedimento da parte del Comune, ma ora è stato riassegnato con finalità specifiche: valorizzare attività già esistenti, promuovere i valori dell’antifascismo, dell’antisessismo, dell’antirazzismo. La palestra popolare gratuita, lo studio di registrazione per la produzione dal basso… tutto ciò rappresenta la prima applicazione avanzata di un regolamento per i beni comuni urbani. In una città piena di immobili vuoti, strumenti di questo tipo possono valorizzare esperienze autogestite, rigenerare spazi abbandonati e dare risposte concrete a bisogni sociali, culturali, aggregativi. Possiamo dire, quindi, che i centri sociali sono nati con una scommessa che oggi trova, addirittura, una sua formalizzazione all’interno di un’istituzione pubblica come il Comune di Torino.

Fa impressione e rabbia che lo sgombero del Leoncavallo prima e Askatasuna ora avvengano nel momento in cui l’esperienza dei centri sociali viene storicizzata non solo come il fenomeno politico culturale più significativo degli anni Novanta e Duemila, ma come un modello di organizzazione della cosa pubblica al tempo della crisi dello Stato sociale, del taglio della spesa agli enti locali, della solitudine urbana diffusa.
Insieme al libro di Fabrizio C. è uscito da poco per Einaudi il libro di Valerio Mattioli, Novanta, che racconta in modo quasi enciclopedico la storia dei centri sociali italiani e definisce in maniera incontrovertibile la verità storica su quella lunga stagione di mobilitazione politica iniziata con la caduta del Muro di Berlino, come il momento in cui una volontà generale aveva idee e corpi per contrapporsi al neoliberismo altrettanto arrembante.
Primo Moroni avrebbe chiamato quelle nuove comunità urbane «città del desiderio» (si può recuperare nella bibliografia meravigliosa che Fabrizio C. e Mattioli riportano, per esempio il libro uscito da Shake nel 1996 Centri sociali: geografie del desiderio) e quest’immagine possiamo tenerla a cuore se vogliamo capire perché la strategia repressiva di questo governo è diabolica e imbecille anche per chi non si è mai particolarmente interessato alla vicenda politica delle occupazioni.
Innanzitutto i centri sociali sono belli: non sono semplici occupazioni di edifici fatiscenti, ma hanno definito, nell’uso e nella trasformazione degli spazi, una produzione infinita di etichette, festival, serate, locandine, manifesti, adesivi, foto, graffiti, un immaginario seminale, rivoluzionario, una pacchia. Tanto da essere oggetto di appropriazione e sussunzione continua da chiunque si metta a fare progetti di rigenerazione urbana. Pensiamo all’esperienza bolognese e al rischio museificazione della città studentesca di Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, mentre al tempo stesso è sempre più impossibile avere un alloggio decente per decine di migliaia di fuorisede.
I centri sociali non hanno rigenerato, hanno generato. Mentre la logica neoliberista, quando vede un’area dismessa dalla crisi industriale, riesce a immaginare solo riconversione edilizia ed estrazione di valore dal cemento con il pretesto della junk-modernity, l’occupazione di un centro sociale diventa il dispositivo immaginifico capace di attivare promesse di futuro. Quello che accade ogni volta è un inedito, non una delle infinite repliche di rendering di boschi urbani, student hotel green, eccetera…
A Roma questa geografia del desiderio ha assunto i contorni della vita nella «borgatasfera» – il termine che conia Mattioli già nel precedente Remoria. Pensiamo al luogo più bello di Roma, il Forte Prenestino. Mattioli lo descrive come una Gormenghast umbertino-prussiana, proporzioni ciclopiche, la rete di tunnel sotterranei, delle torri, le casematte e dei fossati che si estendono su una superficie di circa cinque ettari, una realtà che sembrava «piovuta nientemeno che da un romanzo fantasy» e che nel 1986 viene espugnata non per un calcolo politico geometrico, ma per un’urgenza di ossigeno. Nella «festa del non lavoro» che si festeggia nei centri sociali, si inizia a praticare l’autogestione non come un servizio sussidiario allo Stato, ma come autoproduzione della vita. Parliamo della rivendicazione di un tempo liberato dai ritmi del padrone, un tentativo di stare sul proprio tempo mentre il resto della nazione naufraga nell’edonismo della Milano da bere.
Questi spazi quindi non sono mai stati solo covi, anzi non sono mai stati covi, come vuole la stampa borghese e palazzinara dell’epoca e quella epigonale, neofeudale e palazzinara, di oggi. Ma sono stati e sono archivi effimeri delle classi popolari che non possiedono altri archivi se non i muri delle loro borgate.
Come scrive Fabrizio C., i centri sociali occupati sono stati la spina dorsale dei movimenti, gli incubatori di soggettività che rifiutavano l’identità unica imposta dal capitale. Al loro interno, il desiderio si faceva carne attraverso la musica: così il rap militante di Onda Rossa Posse non era solo un ritmo, era un tamburo di guerra che cercava una moralità superiore nel villaggio globale di chi non voleva più essere invisibile.
Sgomberare i centri sociali vuol dire allora uccidere non solo l’esperienza pluridecennale che conservano e che sta continuando a produrre modelli di vita urbani, senso e immaginario, ma anche le città che le ospitano. Milano senza Leoncavallo o Torino senza Askatasuna somigliano a mete crudelmente anonime per turisti del weekend, mere somme di metri cubi per la rendita. La generazione di desiderio era la risposta allo squallore mediocre di quartieri come Torre Maura o alla desolazione delle «nuove centralità» edificate dai palazzinari con la complicità dei sindaci, dove ai cittadini veniva data l’illusione della ricchezza immobiliare in cambio del loro isolamento sociale.
Valerio Mattioli ci ricorda che nei Novanta i centri sociali sono stati un magnete irresistibile perché erano l’unico posto dove ci si sentiva vivi di una vita che non era esistenza in vitro. Mentre la città ufficiale diventava l’incubo attuale, la città punitiva ossessionata dal decoro e dalla sicurezza, le Tute bianche o gli squatter torinesi di El Paso trasformavano il conflitto sociale in una performance, un net strike della realtà che svelava l’artificialità dello spettacolo mediatico. Anche quando le traiettorie divergevano — tra la ricerca del consenso degli zapatisti del Nordest e il nichilismo irridente delle anime dilaniate di Torino — la radice era comune: il rifiuto di una vita ridotta a mera nuda vita di consumo.
La pusillanimità del sindaco Stefano Lo Russo a Torino oggi è di non aver colto il rischio tragico che comporta lo sgombero di Askatasuna non per la sua tenuta politica, per la maggioranza divisa, ma per la possibilità di governare la sua città e non lasciarla governata dalla speculazione immobiliare. Non è finita: ci può e ci deve ripensare. Anche perché non siamo nel 1994, se non nelle modalità da guerra civile in cui Askatasuna è stata sgomberata, una riedizione ennesima dello sgombero muscolare, da quello del centro sociale La Torre appunto del 1994 (una ferita mai veramente né raccontata né mai guarita accaduta a Roma) a quello recente del Leoncavallo: centinaia di celerini per criminalizzare e portare via persone che si stanno occupando di uno stabile dismesso, nell’interesse pubblico.
La tragedia di non aver fatto tesoro di quell’orizzonte di desiderio che i centri sociali esprimevano ha generato l’indulgenza rispetto al massacro della democrazia diventato spettacolo in prima serata nella macelleria messicana di Genova 2001, a cui è seguita l’incosciente normalizzazione burocratica per cui il passaggio dal bene comune al bene come privilegio ha trasformato gli spazi di autogestione in occupanti senza titolo da espellere in nome del profitto. La città albergatrice ha vinto sulla città solidale. A Roma dal 2020 al 2025 si è passati da circa mille hotel a circa 1.700, con un aumento imponente di quelli a quattro o cinque stelle. A Milano la crescita è ancora più forte, oltre il 10 per cento annuo: nuove aperture business e lusso, riconversioni immobiliari, domanda internazionale. Invece delle città del desiderio abbiamo a che fare con le città del godimento per turisti ricchi, un’occupazione in piena regola.
Eppure, camminando oggi a Roma per San Lorenzo, dov’era il nuovo Cinema Palazzo, nello spazio della vecchia Torre si può sentire che quella trance da elettrocuzione degli anni Novanta non è del tutto evaporata. I centri sociali restano come recinzioni percettive invertite, luoghi che resistono all’autocannibalizzazione di Roma. Sono stati, e forse potrebbero tornare a essere, i luoghi in cui si impara a non avere paura del disordine, perché è solo nel disordine urbano che, come diceva Richard Sennett in Usi del disordine, l’essere umano può davvero aspirare a una piena vita adulta. Altrimenti si può scegliere di restare dei bambini politici che al minimo accenno di desiderio o dissenso chiamano la polizia a reprimere tutto.
*Christian Raimo è insegnante, giornalista e scrittore italiano. Ha scritto, tra le altre cose, L’ultima ora: Scuola, democrazia, utopia (Ponte alle Grazie 2022), Willy, una storia di ragazzi (con Alessandro Coltrè, Rizzoli, 2023). Il suo ultimo romanzo è L’invenzione del colore (La Nave di Teseo, 2025).

