Jacobin Italia

Le città migranti

5 Giugno 2019

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Ascoltatemi – disse – Niente di tutto questo è intenzionale da parte nostra.  A parlare è Bat Hardin protagonista di Imboscata alla città (1969) dell’autore statunitense Mack Reynolds, in uno dei momenti cruciali del romanzo quando viene rapito dalla banda del messicano Don Caesar. Migliaia di città migranti si sono riversate fuori dagli Stati uniti

Ascoltatemi – disse – Niente di tutto questo è intenzionale da parte nostra

A parlare è Bat Hardin protagonista di Imboscata alla città (1969) dell’autore statunitense Mack Reynolds, in uno dei momenti cruciali del romanzo quando viene rapito dalla banda del messicano Don Caesar. Migliaia di città migranti si sono riversate fuori dagli Stati uniti dopo l’istituzione della Tassa negativa – il «reddito minimo» di Milton Friedman – introdotta a supporto di quella parte della popolazione prima concentrata nelle periferie. Le metropoli si sono così liberate del peso dei sobborghi inducendoli a trasformarsi in comunità migranti. Invece,  la parte attiva della popolazione è rimasta stanziale, a costituire la Tecnostruttura di un nuovo sistema socio-economico denominato Meritocrazia, in cui «le etichette democrazia, capitalismo, libera iniziativa eccetera, sono superate».

Tra i paesi su cui si sono riversate le masse, quelli più poveri, dipendenti dagli introiti generati dalla tassa di transito, hanno iniziato a plasmarsi sulle esigenze delle città migranti. Il conseguente senso di smarrimento delle popolazioni locali, si acuisce al punto da indurre la formazione di gruppi terroristici volti a sabotare il superamento del confine. Sarà proprio Don Caesar a far capire a Bat come quell’omologazione dei luoghi da lui notata, dipenda dallo stato di eterni turisti a cui li aveva indotti la Meritocrazia, con effetti che in Messico si manifestavano persino a livello linguistico: i ricchi parlano tutti l’inglese. Questa condizione di erranza esclude qualsiasi possibilità di incidere coscientemente sul reale, generando un sentimento di impotenza ulteriormente alimentato dai criteri sottostanti la Meritocrazia. Solo i soggetti con un Quoziente intellettivo superiore ai centrotrenta e con un’ottima (e costosa) istruzione, possono accedere ai pochi posti di lavoro rimasti e conquistare la stabilità fisica, prima ancora che economica, riservata ai componenti della Tecnostruttura

Questo delle città mobili è un tòpos distopico apparso anche in altri racconti fantascientifici e distopici: nella saga di Macchine mortali di Philip Reeve (2001) o in Mondo9 (2012) di Dario Tonani le protagoniste sono macchine mastodontiche praticamente senzienti. Ritroviamo questo elemento persino nella nuova trilogia di Star Wars: a Coruscant, capitale planetaria del vecchio Impero, il Primo Ordine preferisce lo Star Destroyer Supremacy. La mobilità delle capitali (e del capitale) ha surclassato il precedente modello con cui si immaginava il potere e che andava spesso a identificarsi nella forma dell’ecumenopoli, come nel caso del Trantor di Asimov. Un’espansione orizzontale e totalizzante della città in cui il capitale viene a coincidere perfettamente con il pianeta. La famelica Londra di Macchine mortali – a metà tra il castello errante di Howl e la Crimson Permanent Assurance dei Monty Python – incarna non solo un’Europa in cui i divari tra le metropoli terziarizzate e il vecchio mondo industriale raggiungono livelli mai visti (contrasto reso emblematico proprio dalla Brexit), ma l’idea stessa che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. È quest’ultimo l’unico sopravvissuto alla Guerra dei Sessanta Minuti, l’unico in grado di modellare ancora la struttura della città, ponendo come soluzione alle catastrofi climatiche da lui stesso provocate, la teoria del Darwinismo Urbano, legittimando così un perenne stato di caccia.  

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