Per denominare barriere e confini nella lingua araba viene spesso utilizzato indifferentemente il termine hudùd, che copre il raggio semantico dei confini territoriali, delle barriere reali, delle barricate visibili e invisibili, dei limiti: lì si annida la definizione degli spazi. Il modo con cui questi spazi vengono circoscritti ne sancisce la legittimità e la vivibilità, che non dipende solo dall’ampiezza concessa da chi, con in mano la penna di demarcazione, – molto spesso arbitrariamente – li ha delineati.
È quindi la libertà di abitare uno spazio, di poter accedervi o venirne fuori, a determinare il respiro vitale di chi reclama di voler usare i punti di accesso senza restrizioni.
Negli al di là e al di qua dei confini, reali o fittizi, la varietà linguistica dell’arabo palestinese utilizza la dicotomia barra/juwwa, fuori/dentro: la delimitazione non è solo fisica, ma fortemente simbolica, e la rivendicazione della libertà di movimento assume una sfumatura particolare.
Per chi sta nell’al di là del privilegio, dove la preclusione al proprio juwwa domestico è legata solo a eventi accidentali come una banale perdita delle chiavi di casa, è spesso difficile rappresentarsi la vita in un mondo così segnato da barriere/confini/limiti disegnati a mano libera dalla penna dell’occupante. Ci sono le inchieste giornalistiche e i bollettini di guerra, ci sono i circhi mediatici e i pagliacci dell’intrattenimento, dove è talvolta la «politica del gradimento» a modellare anche la produzione di cultura e conoscenza. L’alternativa è allora quella di ascoltare la voce di chi usa la scrittura per raccontarci, di chi ci apre delle finestre per consentirci uno spiraglio di visualizzazione: ma a patto che si stia sempre dietro le tende poste ai vetri da chi ci concede quell’angolo di visione, mantenendo discrezione e avendo cura dell’intimità di chi ci consegna il proprio mondo in parole, per aiutarci a decodificare gli spazi, le barriere, i «dentro» e i «fuori» di chi quegli spazi e quelle barriere li abita.
La voce delle palestinesi e dei palestinesi, affidata alla penna di chi testimonia e mediata da uno dei più importanti atti di militanza che ci è concesso nell’al di qua del privilegio, ovvero quello del tradurre, è forse la chiave per andare oltre quella che l’attivista palestinese Mohammed El-Kurd nel suo Vittime imperfette e la politica del gradimento (Fandango, 2025) chiama la «pornografia del trauma» dei tempi più recenti. Ci sono pagine di prosa che si impongono nella memoria di chi legge e che aiutano a modellare una cultura diversa, altra.
