Jacobin Italia

Le periferie del lavoro in sciopero

20 Febbraio 2019

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Nella nuova classe operaia dei servizi si condensano forme di comando antiche e moderne al tempo stesso, che si servono della mercificazione delle donne per mantenere il controllo classista sul lavoro

Tornare a ragionare di composizione del lavoro significa riconoscere quello che viene volutamente nascosto. Comporta indagare i contorni delle lotte che insorgono nelle periferie del capitalismo, nella filiera della logistica, della grande distribuzione, nell’inferno dei call center, negli anelli che collegano la produzione al consumo. In questi interstizi emerge l’immagine di una nuova classe lavoratrice, in cui i criteri etnici e di genere sconvolgono l’immaginario tradizionale della classe operaia bianca, autoctona, maschile. Una realtà che viene quotidianamente marginalizzata, frammentata, divisa, rimossa nei luoghi di lavoro e nella società. Sono soprattutto i settori tradizionalmente classificati come periferici, che acquisiscono oggi centralità nel processo di accumulazione e valorizzazione del capitale, non sorprende, quindi, che siano i comparti dove si formano con maggiore frequenza conflitti e in cui si assiste a risposte repressive. Senza la logistica, ad esempio, l’assetto globale della produzione industriale rimarrebbe lettera morta, priva di sbocchi nel mercato delle merci e dei servizi; lo stesso vale per il segmento che segue il trasporto delle merci: il commercio al dettaglio. 

I mall, i centri commerciali, assomigliano sempre più a nuove fabbriche fordiste in cui segmenti apparentemente distinti sono allineati su un’unica catena di montaggio: dalle pulizie alle casse, dalla sorveglianza ai magazzini. Ma è anche il settore in cui si manifestano chiaramente le trasformazioni nel contenuto e nell’organizzazione del lavoro dovute all’applicazione di diversi tipi di tecnologia: la digitalizzazione e l’automazione. Senza tuttavia produrre alcuna liberazione dal lavoro, al contrario svalutandolo ulteriormente nella direzione dell’intensificazione dei tempi di lavoro o nel controllo di quelli di non lavoro. Dalle casse automatiche costantemente sorvegliate da almeno un addetto, ormai simile a una biglia di flipper che si muove tra clienti sempre sull’orlo di una crisi di nervi davanti a un codice a barre, fino ad arrivare alla commessa che dovrà ripetere migliaia di volte lo stesso gesto fisico per riportare in ordine i prodotti sugli scaffali. 

In questa figura della nuova classe operaia dei servizi si condensano gli aspetti materiali e simbolici dello sfruttamento. Processi di comando antichi e moderni, che si servono della categoria della femminilizzazione – intesa come svuotamento del contenuto fisico e ripetitivo  delle mansioni lavorative – per mascherare il controllo classista sul lavoro. Mercificazione e oggettivazione della donna, alla quale viene richiesto di sorridere per nascondere la brutalità del gesto routinario, dei ritmi infernali che dispongono del suo corpo, ormai trasformato in un’appendice della macchina, mero aspetto cosmetico del gioco capitalistico. 

Il ruolo della componente femminile diventa, al contrario, centrale proprio perché in grado di mettere in crisi le rappresentazioni dominanti che finiscono per schiacciare il conflitto di genere nell’ambito separato della riproduzione sociale. Produzione e riproduzione tornano a essere due dimensioni inscindibili delle nuove forme di conflitto: si lotta per migliorare la propria condizione lavorativa e per riconquistare potere nella società. Liberazione nel lavoro e dal lavoro, si sarebbe detto un tempo, come spazio necessario per ricostruire l’unità dei meccanismi di comando e il campo di espressione delle forze antagoniste.

La vertenza ItalPizza 

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