J. G. Ballard acquisì negli anni un’aura da profeta, ma in cosa credeva? Lo avrebbe raccontato nel 1984, in un’intervista rilasciata alla piccola rivista Interzone.
«Credo nei prossimi cinque minuti» scriveva. «Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza di un’incidente automobilistico, nella pace di un bosco sommerso, nelle emozioni di una spiaggia deserta e vacanziera, nell’eleganza degli autodemolitori, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli alberghi abbandonati». A un paio d’anni di distanza dalla Guerra delle Falkland scriveva: «Credo nella misteriosa bellezza di Margaret Thatcher, nella volta delle sue narici e nella lucentezza delle sue labbra inferiori; credo nella malinconia dei coscritti argentini feriti». Ballard credeva in quel sogno che aveva fatto su Margaret Thatcher, «accarezzata da un giovane soldato argentino, in un dimenticato motel, sotto lo sguardo di un benzinaio tubercoloso».
Questo credo apocalittico costituisce il punto più alto di Selected Nonfiction, 1962-2007, l’ultima antologia pubblicata da Mit Press in cui sono raccolti i migliori scritti di Ballard che esulano dai romanzi e dai racconti. Si tratta di affermazioni di palese amoralità, formulate da una persona in estatica ammirazione di fronte al mondo moderno e senza alcuna logica apprensione per le sue sofferenze, ma allo stesso tempo tipiche di uno scrittore capace di strappare via i paraocchi che vorrebbero questo stesso mondo meno terrificante di quanto non sia in realtà. Che si tratti anche di un pezzo di bravura comica è palese, di un umorismo che magari non sempre traspare – ma quando ascoltiamo l’accento di Ballard, così ricercato e aristocratico, mentre dà voce al suo credo in un episodio speciale del South Bank Show del 2006, è difficile non cadere preda di risate isteriche.
Ballard era in grado di profetizzare in modo disinvolto sulla politica non meno che in altri ambiti. Nel suo Ultime notizie dall’America, scritto nel 1981, un presidente psicopatico di stanza a Las Vegas promette di rendere un paese ormai inaridito dal cambiamento climatico – testuali parole – «great again». Con questa nuova pubblicazione, tuttavia, abbiamo l’opportunità di chiederci quali fossero davvero le sue opinioni politiche e quanto siano invecchiate bene.
Ballard era persuaso che a differenza di molti scrittori britannici avesse una certa consapevolezza di come se la passasse la maggior parte della gente nel mondo. Questo perché fra gli anni Trenta e Quaranta era cresciuto negli insediamenti internazionali a guida britannica nel centro di Shangai, dove i suoi genitori – due normalissimi affaristi di Manchester – si erano costruiti l’opportunità di condurre un’oziosa vita da aristocratici, con domestici cinesi al proprio servizio, in una metropoli caratterizzata da una ricchezza enorme e da una povertà disperata. In un saggio dedicato al suo ritorno in città per la promozione dell’Impero del sole, il film di Steven Spielberg ispirato al suo romanzo autobiografico del 1984, Ballard racconta la propria vergogna nell’essersi accorto di aspettarsi istintivamente che i passanti cinesi gli facessero strada mentre camminava. Eppure il giovane Ballard avrebbe vissuto anche in un campo di internamento giapponese, dal 1941 al 1945, un’esperienza pervasa da una paradossale libertà, secondo le sue stesse parole, in un luogo dove i suoi genitori erano improvvisamente impotenti.
