Jacobin Italia

L’eclisse della parola

23 Marzo 2022

Chi dice che il vero terreno di scontro è il linguaggio non esagera affatto: oggi i discorsi (e le storie che contengono) vengono svuotati dal codice tecnico-scientifico dei segni e dal rifugio nella finzione delle immagini

Lockdown, immuni, tracciamento, Dad, call, cluster, infodemia, no vax – l’elenco sarebbe lungo. Oltre ad aver sconvolto le nostre vite, la pandemia ha fatto irruzione nel nostro vocabolario. Accanto all’ovvia introduzione di termini specialistici si sono imposti neologismi di ogni genere, calchi dall’inglese, acronimi e sigle. Per non parlare poi di quelle parole il cui significato, prima più generico e neutrale, ha subito una torsione, o meglio, una distorsione, assumendo sfumature inedite, connotati minacciosi. Riflettere su questo non è uno sterile esercizio erudito. Non si tratta di limitarsi ad analizzare i cambiamenti. La questione è eminentemente politica. 

Il newspeak della pandemia è un linguaggio medico-pastorale nel cui caleidoscopio è possibile non solo scorgere i volti della governance attuale, ma anche cogliere i rapporti di forza che si vanno delineando. Non si esagera sostenendo che il vero terreno di scontro è oggi più che mai il linguaggio. Sarebbe perciò sbagliato concepirlo come mero specchio del reame, o peggio, come semplice arma di contesa. Molte rivendicazioni recenti, tra cui quella un po’ deludente dello schwa, rischiano perciò, al di là del valore simbolico, di restare senza effetti.   

L’intreccio tra lingua e potere

Nessuno forse più di Walter Benjamin ci ha insegnato a guardare in tutta la sua profondità politica il conflitto tra il potere della lingua e la violenza del parlante. Il capitalismo avanzato non consiste solo in un sistema economico, né solo in una religione del debito, ma anche nel degrado della lingua, che raggiunge il punto più basso della sua caduta. Che vuol dire, però, degrado? Quello che ormai esperiamo quotidianamente, che viviamo e, anzi, subiamo, senza che nessuna sperimentazione possa arginarlo? 

Il problema non è solo culturale, come si sarebbe portati a credere, e non si riduce quindi alla competenza grammaticale o alla quota di lessico che scuola e università insegnano. Certo, non è difficile indovinare che cosa c’è dietro la cosiddetta movida violenta, in cui si scarica un grande potenziale di rabbia in risse tra adolescenti. Chi è stato privato delle parole per dire la propria tristezza, per articolare la propria frustrazione, per esprimere le proprie sofferenze, talvolta insopportabili, finisce per ricorrere alle mani. Chi non ha i nomi per il disagio lo agisce, lo volge in violenza, con ripercussioni spesso tragiche. È così che periferie e margini vengono tagliati fuori dallo spazio pubblico dove riesce ad accedere chi è in grado di parlare. D’altronde non è una novità. Già i greci sapevano bene che la parola è un’arma in tempo di pace e che può esserci democrazia solo se ciascuno sa difendere la propria causa. Se si traduce questo nello scenario attuale si può dire che la menomazione della democrazia si desume dal degrado della lingua, dalla povertà del lessico, dal presente reiterato che ha rimosso il passato e soprattutto abolito il tempo futuro. Passa da qui l’egemonia, per citare Antonio Gramsci, così attento al tema della competenza linguistica nelle classi subalterne.

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