Jacobin Italia

Leggere il mondo per non farsi leggere dal mondo

10 Dicembre 2020

L’insegnamento della letteratura sta al crocevia della transizione al digitale: il senso del narrare storie di fronte alla grande trasformazione è una sfida per insegnanti e studenti. Per vincerla bisogna accogliere la complessità

C’è sempre più verità attuale nella parola di Dante che in tutta l’industria culturale. (Cesare Cases, Quaderni Piacentini, 1978).

Allo scadere del Novecento, frequentare una facoltà di Lettere comportava quasi di necessità respirare un’aria di crisi. La parola era un mantra, stiracchiato di qua e di là, ma investiva in profondità – così, noi studenti, lo percepivamo – il nostro ruolo e il nostro destino di umanisti e di letterati, lo travolgeva quasi. Anche la pubblicazione, nel 2001, del Ritorno alla critica di Cesare Segre, grande filologo che meno di dieci anni prima aveva dato alle stampe le Notizie dalla crisi, non portò un vento di ottimismo. Tanto più che in quelle pagine si ventilava soprattutto l’idea che la seduzione della totalità fosse ormai tramontata, e con essa l’illusione, chissà perché considerata solo illuministica, che fosse ormai impossibile «considerare globalmente» l’attività letteraria. 

Ne discendeva abbastanza meccanicamente la specifica crisi dell’insegnamento della letteratura, da collocarsi e da interpretare in due insiemi più grandi e più complessi (crisi dentro altre crisi, come nelle scatole cinesi): quello della scuola, certamente, e quello dell’intellettuale. La tradizione scolastica italiana, inchiodata alla riforma ideata durante il fascismo da Giovanni Gentile, collocava saldamente al suo centro le discipline dello spirito, e riservava alla letteratura un ruolo soprattutto civile e di identità. Era l’eredità, forse non la peggiore, del Risorgimento. Nella narrazione di base di questo ruolo, la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, la letteratura è la storia dell’Italia prima che essa fosse l’Italia unita, il letterato ha avuto un primato nell’immaginare l’Italia e quindi nel costruirla, era il supplente del politico.

È indubbio, che si creda o meno all’adagio di Cesare Garboli per cui ogni discorso sull’Italia è intimamente fascista (per dire: io non ci credo), che quel peso e quella centralità civile è tramontato definitivamente, con l’illusione che i dati letterari facessero la parte del leone all’interno della cosiddetta «cultura generale» della classe dirigente (o meglio, del ceto medio-alto per il quale era pensato soprattutto il liceo classico). Non ci vuole poco a vedere come questa crisi derivi da un problema generale della struttura sociale nella quale l’intellettuale «totale» della tradizione borghese era superato da lungo tempo, per dirla con Franco Fortini, ridotto a funzione, a specialista, in parte a intrattenitore. E che il professore di lettere sia un intellettuale (ammesso che possiamo continuare a usarla, questa categoria), con tutto il suo peso antico e in parte irrimediabilmente vintage, forse sarebbe bene non dimenticarlo. Con le parole di Walter Benjamin, il «compito più importante» della storia della letteratura, «(per cui è nata come ‘bella scienza’)» è «quello didattico».

A che punto siamo, oggi? Il quadro non è lo stesso, dobbiamo ripetercelo ad alta voce. Sono almeno tre gli elementi da considerare. Intanto, non si deve mai dimenticare che la scuola vive in un quadro mondiale in cui le politiche neoliberali, specialmente di welfare, tolgono terreno (diritto allo studio, finanziamenti ecc.) alla possibilità di un’istruzione di massa di alta qualità. Si deve aggiungere che siamo ancora nel mezzo di un processo riformatore che ha cercato di mettere in atto, nella scuola, cambiamenti profondi nel rapporto con le discipline tradizionali. La scuola dei programmi è stata sostituita dalla didattica per competenze, che ha costretto gli insegnanti a guardare alle materie in maniera diversa, con l’obiettivo di costruire e attivare, in modo non solo verticale, abilità per la vita di tutti i giorni (nell’ambito della cittadinanza attiva e non solo). Le reazioni sono state, e perdurano, di forte resistenza, perché è evidente la conseguente de-sacralizzazione della materia, in particolare quella letteraria, ancorata all’idea della trasmissione di una serie, più o meno compatta, di valori (occidentali? italiani?). C’è poi da ricordare un ultimo processo, questa volta epocale, e cioè la diffusione delle tecnologie digitali, con le loro conseguenze sulla fruizione dei prodotti letterari mediata dal computer. La lettura è diventata, nelle generazioni più giovani, multimediale, frammentata in brani di minori ampiezza, ancorata al link e alla costruzione di percorsi laterali, quindi de-gerarchizzata nei contenuti e con un forte tasso di orizzontalità che diventa – nell’esperienza del virtuale – addirittura partecipativa. La risposta dei letterati è stata, ed è ancora, di forte conflittualità: messi da parte i pregiudizi, è innegabile l’esistenza di un piano di antagonismo tra la capacità della letteratura di conservarsi inalterata per secoli nei suoi metodi e nelle sue forme di contro alla galassia digitale, fortemente caratterizzata da una continua esigenza di transcodificazione da una forma a un’altra. 

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