Qualche anno fa, forse in anticipo sui tempi, una petizione per l’abolizione del suffragio universale, lanciata su Change.org e rivolta niente meno che alla Corte costituzionale, raccolse nemmeno 500 firme. Oggi, probabilmente, avrebbe maggior fortuna, sollevando un argomento sempre meno tabù, soprattutto in ambienti «progressisti» o «liberali». Nel mondo anglosassone, il cielo si è aperto nel 2016, con l’accoppiata Brexit-Trump. Già a maggio, il Washington Post (che dal 2017 significativamente ha adottato il nuovo motto «La democrazia muore nelle tenebre»), ospitava un editoriale del giornalista David Harsanyi che invitava a «liberarsi» degli elettori «ignoranti». In un paese in cui in nome del sacro dogma della «libertà», anche in tempi di drammatica consapevolezza della crisi ambientale, si fa fatica a discutere qualsiasi limitazione di «diritti» come ghiacciare ogni stanza con l’aria condizionata e andare in bagno guidando un pick-up, Harsanyi ritiene possibile impedire il voto ai disinformati. A differenza di uragani, siccità e innalzamento degli oceani, l’ignoranza nell’urna ha gravi conseguenze, e «la società dovrebbe avere certe aspettative minime» nei riguardi di chi partecipa alle elezioni; un test, come quello per ottenere la cittadinanza Usa, «will do just fine».
Come ha riassunto su The Vision Luigi Mastrodonato, il tema è oggetto di dibattito accademico: Jason Brennan (Georgetown University) propugna la epistocrazia, «un sistema politico dove il diritto di voto è emanazione della conoscenza» e può essere limitato (o pesato) in virtù delle «competenze». Del resto, oltreoceano non si sono mai fatti problemi a scoraggiare la partecipazione al voto di poveri ed emarginati, o a limitarla in paesi considerati non ancora maturi. Certo, oggi suscita sconcerto leggere sullo Spectator l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, dichiararsi «affascinato» da Mussolini; ma altrettanta simpatia era espressa già nel 1923 da G. M. Trevelyan. Invitato, da esperto di cose italiane, a Oxford nel primo anniversario della Marcia su Roma, il più noto storico britannico dell’epoca considerava come quel «grande uomo» stesse portando «ordine e disciplina» in quell’amato, ma tutto sommato orientale, paese mediterraneo, abituato ai «diverbi in piazza» e non ancora pronto per la democrazia liberale. Chissà, forse non solo la democrazia è un buon prodotto da esportazione: di certo, qualcuno si è scoperto all’improvviso vulnerabile a fenomeni populisti da sempre ascritti al sottosviluppo altrui – e non la sta prendendo bene.
Nel nostro paese, dopo decenni di Berlusconi e antiberlusconismo, non servono grandi riferimenti accademici per esprimere disprezzo verso le quotidiane manifestazioni di ignoranza di «analfabeti funzionali», il cui voto «vale quanto il tuo». Sui social c’è l’imbarazzo della scelta: si va dalla nuova moda del fact-checking, in risposta al dilagare delle temibili fake news alimentate da hacker battenti bandiera liberiana, alla variante de noantri, una nuova figura sociale, l’impavido blastatore, figura il cui archetipo rimane indubitabilmente il dottor Burioni, quello de «la scienza non è democratica», capace di trattare con medesimo tatto e postura tutto l’insieme di argomenti compreso tra l’importanza della vaccinazione e i risultati della Lazio (inclusa l’umiliazione di precari della ricerca colpevoli di notare che esistono scienze e discipline di cui Burioni non ha cognizione).
Non è il primo contributo italiano a una così nobile causa: nel nostro paese il cosiddetto «elitismo» trovò i suoi primi sviluppi. Tra Ottocento e Novecento, quando la scienza politica europea muoveva i suoi primi passi empirici, ci si scontrava, per dirla con Gaetano Mosca, col fatto che «in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate […] fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone, quella dei governanti e l’altra dei governati». In ogni società storicamente documentata, una minoranza aveva gestito il potere, vivendo del lavoro di maggioranze di sottoposti, governati «in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento». Vilfredo Pareto, mentre riteneva che le abilità fossero distribuite in maniera diseguale tra gli uomini (e si riflettessero in una distribuzione disuguale e costante del reddito), non riteneva che queste si trasmettessero per via ereditaria (concetto che invece sembra tornare sempre più di moda nelle liberali democrazie anglosassoni). Secondo Pareto, in diverse epoche e società, la selezione dell’élite avveniva sulla base di diverse abilità (l’imprenditorialità in quelle commerciali, la bellicosità in quelle guerriere, lo studio nel mandarinato cinese, e così via), ma in ogni caso, si assisteva a fenomeni di «circolazione» tra i diversi strati sociali. Qualora questo processo fosse stato impedito, trattenendo gli «elementi eletti» lontano dal potere, e lasciando gli «elementi inferiori» al vertice, l’«equilibrio sociale» sarebbe diventato «sommamente instabile», rendendo una «rivoluzione violenta» inevitabile.
Pareto, come è noto, non vide di cattivo occhio la violenta soluzione fascista allo stallo della democrazia italiana; e più in generale, il discorso elitista finì per portare acqua all’antiparlamentarismo che alimentò il primo fascismo. Ma ciò che rende davvero problematica la moderna rivalutazione dell’elitismo dei blastatori contro le orde di analfabeti funzionali grillo-fascio-pluto-leghiste, è che il tipo di democrazia di cui Mosca e Pareto denunciavano la crisi era tutt’altro che popolare e di massa. Anzi, per molti versi, era concettualmente più simile a quella invocata da Harsanyi. Certo, l’estensione del suffragio (sempre per soli uomini) nel 1912 e soprattutto nel 1918, e ancor di più le lotte operaie del biennio rosso, di cui quest’anno ricorre il centenario, avevano reso evidente alle élite italiane l’impossibilità di difendere i propri privilegi, in un mondo in cui le masse lavoratrici si organizzavano e prendevano parola. Ma non fu certo lì che nacque il «classico» malcostume politico italiano che alimentò l’antiparlamentarismo. Episodi di corruzione, incompetenza, trasformismo, spesa pubblica allegra e improduttiva, abusi di potere, sono ben documentati già nei primi decenni post-unitari, quando ad avere il diritto di voto erano appena il 7,9% dei maschi adulti (1,9% della popolazione, percentuale tra le più basse persino tra le «democrazie» liberali ottocentesche), selezionati proprio sulla base di istruzione e censo.
Come sintetizzato da Alberto Mario Banti nella sua Storia della borghesia italiana (Donzelli, 1996), la disillusione per la politica «dei virtuosi e dei sapienti» che sognavano i pensatori risorgimentali fu cocente e precoce. Lo stesso Pareto non aveva una grande opinione della borghesia «ignorante e vile», di cui, ricordava Schumpeter, mai mancò di lamentarsi. Come lui, i liberisti, incluso Maffeo Pantaleoni, in seguito ministro delle finanze di D’Annunzio a Fiume e ispiratore delle prime politiche economiche fasciste, dovettero riconoscere il ruolo positivo delle prime pattuglie di socialisti che portavano, in un parlamento preda degli interessi di élite prive di una visione modernizzatrice, le ragioni del libero scambio (in un paese ricco di bocche da sfamare e povero di terra), contro i dazi, imposti a difesa degli interessi degli agrari. Ancora nel primo dopoguerra, nelle pagine della Rivoluzione liberale dedicate ai nazionalisti italiani, Piero Gobetti avanzerà il paradosso secondo cui, tirando le teorie di Mosca e Pareto fuori dall’«intellettualismo sociologico e scientifico da cui nasce», e collocandole nel loro «ambiente naturale, ossia nella lotta di classe», si dovesse riconoscere nel movimento operaio l’élite combattiva e modernizzatrice (per certi versi, portatrice di uno spirito «borghese»). Al contrario i nazionalisti, dietro la retorica guerrafondaia, altro non erano che «il partito dei ceti medi», di mentalità burocratica e piccolo-borghese. Ancora il fascista Nello Quilici, vicino a Italo Balbo, avrebbe lamentato l’«insufficienza» della borghesia italiana, negazione stessa dei valori tradizionalmente attribuiti a questa classe sociale nella storia europea.
Lo stesso fascismo, che sulla scia di Umberto Eco è oramai considerato da molti auto-nominati progressisti una categoria dello spirito italiano, una «malattia congenitaı» che affliggerebbe senza scampo il popolino (e che in fondo, se non limitazioni al diritto di voto, giustificherebbe la necessità di élite illuminate, autonominate, possibilmente dotate di triplo cognome), non fu peraltro colpa delle «masse», né tantomeno della «democrazia». Certo, è argomento di dibattito quanto «consenso» (e cosa significhi in una dittatura) Mussolini ebbe una volta al potere. A portarlo sul balcone di Palazzo Venezia non fu tuttavia il popolo bue, ma i latifondisti padani che ne armarono le squadracce nelle campagne, la borghesia industriale che lo finanziò contro i socialisti, le classi dirigenti liberali che pensarono di addomesticarlo, e ovviamente, l’élite dell’élite: quel dottissimo Re che, forse per non essere disturbato nei suoi studi numismatici, anziché firmare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma, preferì convocare il capo del Pnf per conferirgli l’incarico. Al contrario della più sofisticata repubblica di Weimar, gli ignoranti lavoratori italiani, dopo essersi opposti alla Grande Guerra, non votarono per i fascisti in libere elezioni. Come ricordava il 25 Aprile sul sito di Jacobin Italia Luca Casarotti, tra i processati per antifascismo troviamo in stragrande maggioranza membri della classe operaia. Più che dal popolino, l’Italia è un paese limitato da élite economiche, politiche e culturali troppo spesso incapaci e miopi, da una borghesia che ha usato lo stato per proteggersi e poi lo ha spolpato, salvo poi scoprirsi impotente contro la competizione dei paesi emergenti; da ideologie poracciste alla Briatore, della cultura con cui non si mangia e dell’importanza di fare i camerieri piuttosto che l’università; ma anche dallo speculare paternalismo deamicisiano di certi intellettuali, di cui la recente polemica scatenata da Elena Stancanelli sulla correttezza dell’italiano del giovane e coraggioso Simone di Torre Maura è solo l’ultima, grottesca manifestazione. Mentre aldilà delle Alpi, Macron in crollo di consenso promette di abolire l’Ena – la scuola, istituita nel 1945, per la selezione e formazione della classe dirigente repubblicana, oramai considerata uno strumento con cui le élite transalpine mantengono il dominio sulla politica nazionale – in Italia, dopo la felice, breve parentesi del dopoguerra, in cui nuove leve di giovani vennero formate in enti come l’Iri o lo Svimez, la selezione della classe dirigente si svolge sottotraccia, in modo opaco. Non solo nell’economia, dove più che visionari creatori di imprese à la Steve Jobs, si trovano ereditieri, al massimo in grado di reinventarsi in altri campi, più spesso incapaci di mantenere ciò che hanno avuto in sorte. Persino in politica, in quei partiti che sarebbero eredi del movimento operaio, la selezione dei meritevoli avviene per cooptazione tra i pargoli delle famiglie bene: ne è rappresentazione Calenda. Fulvio Abbate, raccontandone su Linkiesta la resistibile ascesa, lo definisce reduce da una «Ena tutta personale».
Se il popolo preferisce affidarsi a mani diverse da quelle sapienti che le élite hanno scelto per lui, la colpa è del suo essere ignorante, ur-fascista direbbe Umberto Eco: ma in fondo non basta dire italiano? La risposta a tale stato di cose non è più di moda cercarla nel trittico gramsciano – agitarsi, organizzarsi, studiare – ma diviene piuttosto rodersi il fegato, blastare gli analfabeti funzionali, abolire il suffragio universale. I social diventano pulpiti d’avorio dai quali impartire lezioni di vita. Chiunque non la pensi come noi – sia un fascista, un complottista, un antimacchinista, ma perché no, anche un vegano, una “nazi-femminista”, un buonista – diventa un analfabeta funzionale. Se non è possibile, come suggeriva Harsanyi, liberarsene, almeno va messo alla gogna sulla pubblica piazza social. Che non lo redimerà, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Dentro tali vortici e bolle di rancore, non c’è livello di istruzione che renda sufficientemente «democratici» e degni di voto. Del resto, se bastasse leggere i libri a sconfiggere il fascismo, non avremmo avuto figure come Gentile o lo stesso Heidegger. Ma non è in fondo analfabetismo funzionale pensare che si possa chiedere alla corte costituzionale di una repubblica democratica fondata sul lavoro di abolire il suffragio universale? Di certo, chi scherzando ma non troppo, invoca l’abolizione del suffragio universale dimentica che la democrazia è prima di tutto un processo. Nel suo classico La democrazia degli antichi e dei moderni, Moses Finley ricordava il «non simulato sogghigno» di Tucidide nell’ipotizzare che, quando l’assemblea ateniese deliberò l’invasione della Sicilia, la maggior parte dei votanti ignorasse «le dimensioni dell’isola e dei suoi abitanti». Ammesso che avesse ragione, per Finley l’errore di Tucidide era «confondere le conoscenze tecniche con l’intelligenza politica». Era compito degli esperti mettere l’assemblea in grado di prendere una decisione ponderata (e lo stesso Tucidide ammetteva che la decisione ateniese era corretta) – e molto ci sarebbe da dire oggi sul ruolo degli «esperti», in primis gli economisti, nel limitare le alternative considerate disponibili dalla politica. Ma soprattutto, a conferire «intelligenza politica» ai cittadini ateniesi era l’esser parte di un meccanismo in cui la partecipazione politica non era una possibilità teorica, ma pratica quotidiana. Rispetto al passato, quando lo stesso Harsanyi ammetteva che gli elettori fossero almeno altrettanto ignoranti, a essere cambiata non è soltanto la disponibilità delle informazioni (che renderebbe oggi ingiustificabile l’ignoranza), ma il contesto in cui i cittadini si informano e formano le proprie opinioni. Per salvare la democrazia dalle tenebre, più che correggere la grammatica agli analfabeti funzionali o disegnare il miglior test per escluderli dal voto, chissà che non torni più utile ricominciare a porsi l’obiettivo di coinvolgerli in processi di partecipazione politica.
*Giacomo Gabbuti è dottorando di storia economica all’Università di Oxford.

