Siamo circondati da stimoli. Si tratta per lo più di segni convenzionali, parole appartenenti a una o due lingue al massimo, immagini facilmente interpretabili o semplici simboli, spesso combinati fra loro a comporre impulsi audiovisivi di vario genere. Ci siamo abituati alla loro presenza nelle nostre strade sotto forma di luci intermittenti e scritte lampeggianti, accompagnate da musiche e jingle, annunci registrati, voci meccaniche, e in anni recenti abbiamo imparato a non fare caso al loro equivalente online, allenando lo sguardo a farsi strada in una selva di video automatici e molesti pop-up.
Senza che ce ne accorgessimo, gli stimoli sono diventati i padroni incontrastati della nostra attenzione, investita da un flusso ininterrotto di informazioni che buca l’occhio e la mente a ogni ora di veglia.
Se è vero che il linguaggio, insieme al fuoco, è lo strumento tecnologico originario, ciò che ci ha permesso di non soccombere alle asperità del mondo malgrado la nostra totale assenza di dotazioni atte allo scopo (zanne, artigli, squame mimetiche e così via), non dovrebbe sorprenderci che, esattamente come il fuoco, si sia sviluppato e diversificato tanto. Ciononostante, la moltiplicazione incontrollata che ha investito la comunicazione negli ultimi decenni ha qualcosa di peculiare rispetto alle epoche precedenti, difficile da ignorare ed estremamente disturbante.
Durante la pandemia si è diffuso l’utilizzo del termine infodemia per definire la sovrapproduzione di informazioni su un determinato argomento, talmente soverchiante da rendere difficile se non impossibile distillarne gli aspetti essenziali e interpretarli correttamente. Tuttavia, il fenomeno è noto da tempo. Era il lontano 1989 quando Richard Saul Wurman pubblicava il saggio Information Anxiety, in cui faceva la sua apparizione per la prima volta l’espressione information overload, «il prodotto del sempre più ampio divario tra ciò che si è capito e ciò che, invece, si pensa di aver capito […] il buco nero che divide i dati dalla conoscenza».
Sovraccarico cognitivo ne è la traduzione italiana, condizione mentale annoverata tra gli effetti collaterali della dipendenza online: il cervello va in tilt, incapace di processare ciò che incamera, e allo stesso tempo ne vuole ancora, in un circolo vizioso in cui il male e la sua cura sembrano avere la stessa forma.
