A cento giorni dall’insediamento del governo Prabowo in Indonesia, emerge un quadro politico caratterizzato dalla persistenza di dinamiche autoritarie e dalla crescente influenza dell’oligarchia economica nel paese. Il cosiddetto kabinet gemuk (governo grasso) di Prabowo, con il suo elevato numero di ministri e sottosegretari, simboleggia l’espansione della burocrazia statale e la fusione tra potere politico ed élite economica, una caratteristica tipica del capitalismo oligarchico che con Prabowo recupera una forma simile al periodo di Soeharto. In questo contesto, Prabowo continua a giustificare i tagli a settori come educazione e sanità per portare avanti il programma dei pasti gratuiti (makanan gratis), misura assistenzialista volta a mantenere il consenso sociale senza intaccare le radici strutturali della povertà. Tale intervento si inserisce nel rapporto dialettico tra struttura economica e sovrastruttura ideologica, evidenziando come quest’ultima contribuisca a mantenere lo status quo attraverso il consenso e la legittimazione delle politiche economiche, in cui lo Stato opera come strumento funzionale alla perpetuazione dell’accumulazione capitalistica.
La logica del capitale, anche in Indonesia, domina le scelte politiche di Prabowo, il quale mira a preservare le condizioni di accumulazione limitando la redistribuzione economica e mantenendo elevata la disparità sociale. L’accumulazione capitalistica si fonda sull’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato, un processo che richiede uno Stato funzionale agli interessi della classe dominante, incaricato di garantire il controllo sociale e la stabilità macroeconomica necessari alla riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici. Il programma dei pasti gratuiti si configura quindi come un mezzo per disinnescare il potenziale conflittuale delle classi subalterne, offrendo un beneficio immediato che maschera le contraddizioni strutturali del sistema. Ciò crea una vera e propria egemonia che vede la classe dominante mantenere il proprio potere non solo attraverso la coercizione, ma soprattutto mediante il consenso ottenuto tramite la sovrastruttura ideologica.
In Indonesia, il discorso populista di Prabowo si rivolge alle fasce medio-basse promettendo soluzioni semplici a problemi complessi, evitando di mettere in discussione i rapporti di produzione che generano la povertà. L’attacco mediatico contro i manifestanti e gli intellettuali critici, definiti Ndsamu (termine giavanese che significa «stupidi incapaci di pensare»), riflette la volontà di delegittimare ogni forma di opposizione, consolidando l’egemonia dell’élite economica attraverso la repressione simbolica.
Qui i tagli del governo, giustificati per aumentare i sussidi, all’istruzione pubblica non solo compromettono l’accesso al sapere critico, ma rafforzano la dipendenza delle classi subalterne dallo Stato. In questo modo, lo Stato indonesiano agisce come un apparato di riproduzione sociale che garantisce la continuità del sistema capitalistico, consolidando il controllo ideologico sulle masse.
L’attuale configurazione del capitalismo indonesiano non può essere compresa senza analizzare la continuità storica tra il regime di Suharto (1966-1998) e il periodo post-Riforma. Durante la dittatura, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nell’accumulazione capitalistica, garantendo privilegi economici a un ristretto gruppo di oligarchi legati al regime. La caduta di Suharto ha aperto la strada a una democratizzazione formale, ma le strutture economiche oligarchiche sono rimaste intatte, dando vita a un sistema ibrido di capitalismo, in cui le élite mantengono il controllo delle risorse economiche attraverso il dominio politico.
La retorica nazional-populista di Prabowo si inserisce in questa continuità storica, utilizzando il linguaggio dell’assistenzialismo per rafforzare il legame paternalistico tra Stato e classi subalterne. Tuttavia, a differenza del periodo di Suharto, caratterizzato da un controllo diretto e repressivo, l’attuale governo si avvale di una combinazione di coercizione e consenso mediatico. Le proteste studentesche, come quelle organizzate dal Badan Eksekutif Mahasiswa Seluruh Indonesia (Bem Si), dimostra come l’autoritarismo non sia un’anomalia, ma una risposta strutturale alle crisi del capitalismo. Allo stesso tempo, la retorica populista mira a indebolire la solidarietà di classe, presentando gli studenti e gli intellettuali come élite distaccate dai bisogni del popolo.
Nonostante la delegittimazione ideologica, le proteste studentesche e le critiche provenienti dalle regioni periferiche indicano l’emergere di una nuova coscienza politica in particolare tra la classe intellettuale indonesiane e i lavoratori. Il rifiuto del programma dei pasti gratuiti da parte degli attivisti in Papua, che rivendicano il diritto a un’istruzione gratuita come mezzo di emancipazione sociale, rappresenta un esempio significativo di resistenza contro la logica assistenzialista del governo. Questo movimento si colloca all’interno di una più ampia dinamica di contestazione che coinvolge diversi settori della società civile, dai lavoratori colpiti dai tagli al welfare agli intellettuali critici verso la subordinazione dell’università agli interessi economici.
Tuttavia, la frammentazione delle lotte sociali rappresenta un ostacolo alla costruzione di un blocco storico capace di sfidare l’egemonia dell’oligarchia. La sfida principale per i movimenti sociali indonesiani è quella di superare le divisioni regionali, etniche e settoriali per costruire una solidarietà di classe basata sulla consapevolezza delle radici strutturali della povertà e dell’ingiustizia sociale. In questo senso, il ruolo degli studenti come avanguardia intellettuale e politica è fondamentale per diffondere una coscienza critica che metta in discussione non solo le politiche del governo, ma l’intero sistema capitalistico che le rende necessarie.
Il governo di Prabowo si inserisce in un processo storico di consolidamento del capitalismo oligarchico in Indonesia, in cui lo Stato funge da garante degli interessi delle élite economiche attraverso una combinazione di assistenzialismo, repressione e controllo ideologico. Tuttavia, le mobilitazioni sociali e le rivendicazioni provenienti dalle periferie indicano l’esistenza di un potenziale trasformativo che, se adeguatamente organizzato, potrebbe aprire la strada a una società più equa e giusta.
*Aniello Iannone è docente presso l’Università di Diponegoro, Semarang, Indonesia, alla facoltà di Scienze Politiche e Sociali, dove insegna Analisi Politica Indonesiana e del Sud-Est asiatico e analisi dei conflitti in Asean.

