Mercoledì 8 dicembre, nella città egiziana di Mansura, alle 15 locali Patrick George Zaki è uscito dal carcere. Il processo non si è ancora concluso: dopo un accanimento giudiziario durato quasi due anni, il primo febbraio 2022 si terrà infatti la prossima udienza, con Zaki accusato di aver diffuso notizie false e diffamatorie nei confronti del governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Nel frattempo, però, sembra che non gli sia stato imposto l’obbligo di firma, una misura cautelare che lo costringerebbe a presentarsi regolarmente presso gli uffici della polizia giudiziaria e gli impedirebbe quindi di uscire dal paese. Zaki potrà tornare in Italia e, come racconta lui stesso in un’intervista registrata poche ore dopo la sua scarcerazione, non vede l’ora di farlo.
La vicenda dell’attivista iscritto all’Università di Bologna – dove frequenta il master in Studi di Genere e delle Donne – inizia il 7 febbraio 2020 quando, atterrato al Cairo per una breve vacanza, Zaki viene improvvisamente arrestato da alcuni agenti egiziani che, dopo averlo bendato e torturato, lo trasportano a Mansura, sua città d’origine. Qui viene spogliato, picchiato, sottoposto a scariche elettriche e minacciato di stupro, per essere poi rinchiuso in carcere. Nei mesi successivi la sua custodia cautelare viene continuamente rinnovata, a causa del «rovesciamento del regime» che, secondo l’accusa, il ricercatore avrebbe promosso attraverso alcuni presunti post pubblicati su Facebook. Alla base del reato di «diffusione di notizie false dentro e fuori dal paese» – anch’esso citato nel mandato di cattura – si troverebbe invece un articolo pubblicato nel 2019 sulla rivista online Darraj, in cui Zaki denunciava la situazione dei cristiani copti in Egitto, perseguitati dall’Isis e discriminati da alcune frange della società musulmana.
Dopo diciannove mesi di agonia, trascorsi fra la prigione di Mansura e quella di Tora, al Cairo – quest’ultima famosa per atrocità si verificano al suo interno – il processo di Zaki inizia solo il 14 settembre 2021, sempre a Mansura, per poi proseguire due settimane dopo con una seconda udienza, a sua volta rinviata al 7 dicembre. La terza udienza si è conclusa con il tanto atteso ordine di scarcerazione: ciò non significa, però, che la vicenda possa considerarsi archiviata.
Oltre alla gioia del protagonista, della sua famiglia e degli attivisti che per tutta la prima settimana di dicembre hanno riempito le piazze italiane chiedendo giustizia, la notizia dell’imminente scarcerazione di Zaki ha suscitato un immediato coro di soddisfazione anche da parte del mondo politico. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha twittato il proprio compiacimento per questo «Primo obiettivo raggiunto», dichiarandosi intenzionato a «Continuare a lavorare silenziosamente» e ringraziando il corpo diplomatico per il lavoro svolto. L’ex premier Giuseppe Conte, riprendendo le stesse parole, ha aggiunto un «Abbraccio ai familiari». Più ermetico il segretario del Pd Enrico Letta – «Uno spiraglio, la luce finalmente» –, mentre il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha espresso, tramite il profilo di Palazzo Chigi, l’intenzione del Governo italiano di continuare a seguire la vicenda «con la massima attenzione». Non pervenuti la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e il segretario della Lega Matteo Salvini – quest’ultimo probabilmente troppo impegnato a difendere il Natale da un presunto «tentativo di censura» da parte di Google, proprio nelle stesse ore in cui Zaki usciva dal carcere.
Simili dichiarazioni sarebbero state accettabili se a esprimerle fossero stati i rappresentanti di uno stato che con l’Egitto non vuole avere nulla a che fare. Il regime oppressivo portato avanti dal presidente al-Sisi, le regolari violazioni dei diritti umani e le torture agite nei confronti dei dissidenti politici – oltre al sovraffollamento, alle violenze e al degrado che caratterizzano le carceri egiziane – sono tutte condizioni che il resto del mondo, compreso il nostro paese, conosce da tempo. L’emergenza sanitaria dell’ultimo anno e mezzo, strumentalizzata dalle autorità egiziane per negare ai cittadini la possibilità di manifestare, di associarsi e di esprimere il proprio dissenso, ha consentito al Governo egiziano di monopolizzare in modo ancora più esplicito gli organi di informazione del paese, anche attraverso il mantenimento dello stato di emergenza – entrato in vigore ad aprile 2017, dopo gli attentati contro due chiese copte (poi rivendicati dall’Isis) e revocato solo il 26 ottobre di quest’anno – e l’inserimento di alcuni attivisti nella lista dei terroristi egiziani, senza che questi fossero sottoposti a un regolare processo. Il silenziamento operato da al-Sisi ai danni dei cittadini che rivendicano la propria libertà di pensiero è sempre più violento, e lo è anche grazie alle armi che gli mandiamo noi.
Secondo la Rete Italiana per la Pace e il Disarmo (Ripd) nel 2020, per il secondo anno consecutivo, l’Egitto è stato il principale acquirente di armi prodotte da aziende militari italiane. Il valore complessivo delle autorizzazioni rilasciate per l’esportazione di armamenti ha sfiorato i 4 miliardi di euro – il 25% in meno rispetto al 2019, quando però l’intero settore dei commerci aveva subito un brusco rallentamento a causa della pandemia. Di questi, quasi un quarto ha riguardato proprio l’Egitto, per un totale di 991,2 milioni di euro di materiale bellico autorizzato (120 in più rispetto all’anno precedente). Lo stesso Francesco Vignarca, Coordinatore campagne della Ripd, si è detto stupito per l’ammontare delle licenze, dichiarando che «Pensava fossero di meno. Il Covid ha fermato tutto, ma non le armi». Meno sorpreso è stato però dalla fluidità dei rapporti commerciali intrattenuti con il Cairo, che dopo il primato di licenze raggiunto durante il governo Renzi è ormai diventato un partner consolidato per l’industria militare italiana.
Né la decisione europea del 2013 di sospendere la vendita di armamenti «adatti alla repressione interna» e diretti al Cairo, né la vicenda di Giulio Regeni – il dottorando di Cambridge rapito, torturato e ucciso dalle autorità egiziane nel gennaio 2016 – sono state sufficienti a fermare – o, perlomeno, sospendere – questi sempre più paradossali finanziamenti. Dopo un biennio in cui le autorizzazioni all’export di materiale bellico erano calate a causa del raffreddamento dei rapporti con l’Egitto (senza, comunque, mai interrompersi), già nel 2018 le cifre avevano infatti ricominciato a salire per poi superare, l’anno successivo, gli 871 milioni di euro, grazie alla vendita autorizzata di 32 elicotteri prodotti in Italia. Il primato del 2020 sarebbe invece legato soprattutto alle licenze di vendita di due fregate – la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi – prodotte da Fincantieri nell’ambito del programma Fremm, un progetto di collaborazione delle industrie della Difesa italo-francesi nato per sviluppare una nuova classe di fregate.
Oltre alla vendita di queste prime due navi, il progetto iniziale prevedeva il via libera per altre quattro fregate, 20 pattugliatori (sempre di Fincantieri), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M-346 (questi ultimi realizzati dalla società italiana Leonardo, ex Finmeccanica), per un valore complessivo di circa 9 miliardi di euro. Un affare poi solo parzialmente concluso, ma la sola intenzione di farlo dimostra quanto la volontà di mantenere con l’Egitto una relazione solida (quando non amichevole) prescinda dall’«applicazione rigorosa dei criteri di legge» che il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio tanto decantava il 10 giugno 2020, un giorno prima che la vendita delle prime due Fremm fosse dichiarata chiusa.
Il rispetto del diritto nazionale ed europeo sulla vendita di armi sembra non rappresentare, per il Governo italiano, una questione di cui valga la pena tenere conto nella scelta dei propri partner commerciali. Al di là del primato egiziano, nel 2020 il numero maggiore di autorizzazioni all’export (oltre il 56%) ha riguardato, per il quinto anno consecutivo, paesi collocati fuori dall’Unione europea e dalla Nato, fra i quali figurano, oltre all’Egitto, Qatar, Turkmenistan e Arabia Saudita – non esattamente gli Stati più rappresentativi dei princìpi democratici che l’Ue dovrebbe promuovere. Si tratta di un dato nettamente in contrasto con la legge 185/1990 sul «Controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento», per la quale l’export di armi «Deve essere conforme alla politica estera e di difesa dell’Italia», oltre che «regolamentato dallo Stato secondo i princìpi della Costituzione Repubblicana, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». È evidente, invece, come la produzione (e la vendita) di materiale bellico italiano risponda ben poco alle esigenze di difesa del nostro paese, quanto piuttosto alle logiche di profitto delle aziende che lo producono, soprattutto quelle controllate dallo Stato. Va ricordato, infatti, che il 71.6% delle quote di Fincantieri appartiene al gruppo Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), a sua volta gestito dal Ministero dell’Economia.
Secondo la stampa araba indipendente, dal lato strettamente egiziano la maxi-commessa ipotizzata nel 2020 risulterebbe funzionale a «Compiacere Roma ed evitare l’escalation italiana del caso Regeni, stipulando con le compagnie di armi italiane accordi di alto livello». In altre parole, acquistare sistemi militari italiani consentirebbe ad al-Sisi di chiudere nel dimenticatoio il sequestro e l’uccisione del ricercatore di Udine, insieme al rifiuto del governo egiziano di collaborare con l’Italia per fare chiarezza sulla sua morte. Nel frattempo, concludere un affare di questa portata permetterebbe all’Egitto di ripulire la propria immagine anche agli occhi del resto dell’Europa, accreditandosi come un partner commerciale affidabile anche per uno stato democratico come l’Italia. Un acquirente, insomma, che mai e poi mai avrebbe assassinato un cosiddetto occidentale per aver pubblicamente criticato il regime egiziano, né rapirebbe, torturerebbe e imprigionerebbe un giovane egiziano per aver esercitato la propria libertà di espressione.
Se le priorità dell’Egitto sono ben chiare – e di certo non comprendono la tutela dei diritti umani dei propri abitanti –, è ancora più preoccupante che gli interessi del governo, dei principali esponenti di partito e delle multinazionali italiane sembrino non essere troppo diversi da quelli di al-Sisi. Tra il 29 novembre e il 2 dicembre di quest’anno, mentre la popolazione italiana si mobilitava in nome di Zaki, Fincantieri figurava come l’unico «headline sponsor» dell’Egypt defense expo (Edex) – l’Expo per la difesa svoltosi al Cairo con il patrocinio di al-Sisi, del Ministero della difesa e del Comando Supremo delle forze armate egiziane. Fra le 400 aziende d’armi partecipanti alla fiera anche il gruppo Leonardo e diverse ditte francesi, tedesche e statunitensi, oltre al gruppo europeo della missilistica Mbda.
A oggi, entrambe le fregate Schergat e Bianchi (rispettivamente ribattezzate Al-Galala e Bernees) sono ufficialmente entrate a far parte della Marina militare egiziana; la trattativa per la restante parte del carico, invece, è ancora in corso. Agli accordi in ballo sembra essersi aggiunta – sempre in silenzio – anche la potenziale cooperazione tra il gruppo industriale AZSI (Abu Zaabal Company for Specialized Industries) e la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, per la produzione in territorio egiziano di fucili semiautomatici e pistole – armi piccole e facilmente maneggiabili, perfette per minacciare i dissidenti o sparare sui manifestanti. Ma, per il governo italiano, si tratta evidentemente di dettagli di scarsa importanza. Meglio – o almeno, così sembra – nascondere dietro a un velo di ipocrisia il fatto che l’Italia stia deliberatamente finanziando un’autentica carneficina, mentre sui social si ostenta la propria soddisfazione per la scarcerazione di un uomo che, senza le incessanti mobilitazioni promosse da Ong e società civile (poi appoggiate anche dalle principali organizzazioni sindacali), probabilmente in questo momento si troverebbe ancora rinchiuso in una cella della prigione di Tora.
Se le dichiarazioni twittate l’8 dicembre dai principali leader politici sono talmente ipocrite da risultare quasi ridicole, il massimo del paradosso è arrivato – non certo a sorpresa – da Matteo Salvini che, a sei giorni dalla scarcerazione dell’attivista, si detto «Molto felice che un italiano possa tornare in Italia». Peccato non solo che Zaki non possieda la cittadinanza italiana, ma anche che, non più di sei mesi fa, il capogruppo della Lega sia stato il primo a schierarsi contro la proposta di Pd e M5s di riconoscerne ufficialmente l’italianità, definendola una «cittadinanza spot che non solo non risolve i problemi, ma li complica». La coerenza, si sa, non è certo una dote che ci si potrebbe aspettare da parte di un leader disposto a passare dall’opposizione al governo nel giro di pochi giorni, ma è inaccettabile che un simile doppiogiochismo riguardi gli stessi partiti che – pur con alcune rare eccezioni interne – si dichiarano favorevoli a rendere Zaki ufficialmente italiano e, nel frattempo, lasciano che il nostro paese fornisca ai suoi sequestratori gli strumenti adatti a torturarlo. Il futuro giudiziario dell’attivista è ancora tutto da scrivere: nel frattempo, il governo smetta di sponsorizzare chi avrebbe preferito ammazzarlo.
*Elisa Berlin è studentessa magistrale di psicologia criminologica e forense all’Università di Torino. Ha studiato psicologia a Padova e a Bristol (UK). Scrive per The Vision, per cui si occupa di tematiche sociali, di salute mentale e di genere.

