Jacobin Italia

ll carcere tra disciplina e controllo

4 Dicembre 2024

-

Accanto alle forme postmoderne di assoggettamento, l’istituzione totale continua a svolgere un ruolo decisivo. Il dispositivo della sicurezza rappresenta alla perfezione la dialettica tra l’autoritarismo dentro e fuori dalle galere

Il carcere incombe. Nell’immaginario e nelle esortazioni agghiaccianti del «gettare la chiave» delle celle pronunciate dai governanti, nella presenza fisica dei muri di cinta delle galere tradizionali o delle prigioni speciali per migranti che non hanno commesso alcun reato ma sono colpevoli in quanto tali. La presenza delle sbarre, il clangore delle cancellate e l’affollamento dentro le gabbie sono problemi all’ordine del giorno soprattutto dei più poveri. E di quelli che, per scelta e per necessità, decidono di non conformarsi e scelgono forme di vita dichiarate dal potere pericolose.

Dalla fabbrica all’algoritmo 

Secondo la nota formula di Gilles Deleuze, la fine della centralità della produzione di fabbrica avrebbe corrisposto al passaggio dalla disciplina al controllo. Laddove la prima è caratterizzata da istituzioni totali eppure circoscritte (le galere, ma anche la scuola, le fabbriche, gli ospedali), il secondo è permanente eppure liquido e impercettibile. La disciplina è collegata alle parole d’ordine, ai comandi e agli slogan cui aderire, il controllo alle password, alle chiavi che forniscono accesso oppure lo negano, di sicuro ti rendono tracciabile. Il controllo è associato alle «spire di un serpente», la disciplina ai «buchi di una talpa». La disciplina riguarda le masse, è molare. Il controllo si ritaglia attorno agli individui, è molecolare. La disciplina sta nei tempi imposti alla catena di montaggio e dal capo reparto, il controllo negli algoritmi che comandano i rider e che esigono capacità di reazione all’imprevisto, sorrisi alla bisogna e fedeltà assoluta. 

Nel lungo passaggio di secolo che ci ha condotto oltre il fordismo abbiamo imparato che le due forme non si escludono a vicenda. Non solo possono coesistere, si rafforzano l’una con l’altra. Potremmo dire che il trait d’union tra la disciplina e il controllo è raffigurato dalla figura del panopticon individuata da Jeremy Bentham e ripresa da Michel Focault. Si tratta del punto di osservazione posto al centro di un carcere o di un mattatoio, la torretta pensata dagli architetti in posizione strategica affinché si possano controllare tutti gli spazi. Essere solo potenzialmente osservati in ogni momento equivale a essere sempre, davvero sotto controllo. 

Ecco allora che le dinamiche descritte con precisione da scienziato da Primo Levi, nella situazione estrema eppure paradigmatica del lager, non escludono le situazioni paranoiche e allucinate che escono dalle pagine dei romanzi di William Burroughs. Fino a qualche tempo fa avremmo detto, con la fantascienza sociale di J. G. Ballard, che il luogo che racchiude questa compenetrazione tra disciplina e controllo, fisicamente circoscritto eppure sede di forme di comando modulabili e multiformi, è il centro commerciale. Ma adesso che i mall sono in crisi, e che tutte le città sono luoghi del consumo e produzione in cui è possibile spendere e far soldi puntando uno smart-phone su un oggetto o accedendo a una qualche piattaforma, anche quei muri sono saltati. Intanto, torna a incombere il carcere. 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere