Jacobin Italia

Lo sgabuzzino delle porcherie

21 Settembre 2022

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La letteratura che si occupa di colonialismo italiano ha al centro la maschilità e la sua crisi: corpi che vogliono diventare patriarchi attraverso la violenza. E uomini che tentano in tutti i modi di giustificare le loro azioni

Il romanzo di Enrico Emanuelli Settimana Nera (1961), ha un protagonista senza nome e senza coordinate geografiche, di lui sappiamo solo che è italiano. Quando fa la sua apparizione sulla pagina sta percorrendo una strada asfaltata sulla sua land rover: «uscendo da Mogadiscio percorrevo una strada asfaltata, che nei sogni imperiali doveva finire ad Addis Abeba e nei primi tempi mi appariva piena di ricordi». In queste poche frasi viene evocata la guerra di Mussolini contro l’Etiopia, un’invasione brutale che il regime fascista aveva spacciato negli anni Trenta del secolo scorso come una  guerra per liberare gli oppressi.

Il personaggio poco prima fa una sorta di presentazione di sé stesso: «a me pareva di aver trovato un buon lavoro» dice. Il suo lavoro consiste nell’andare a caccia  nella savana somala di piccole scimmie da inviare a laboratori statunitensi per la ricerca del vaccino per la poliomelite. Come gli antichi esploratori, avanguardia del colonialismo predatorio, anche il protagonista di Settimana Nera sottrae «natura» a un territorio che si considera quasi come una proprietà privata. O meglio una colonia che non ha mai smesso di esserlo. 

La polvere sotto il tappeto

Il romanzo di Emanuelli è ambientato negli anni Cinquanta, l’Italia non ha più colonie, il fascismo è stato appeso formalmente a un palo come il corpo morto di Benito Mussolini a piazzale Loreto, c’è ormai la Repubblica, è epoca di ricostruzione. In realtà niente è finito. Gli anni Cinquanta hanno solo nascosto la polvere del fascismo e del razzismo sotto il tappeto e fatto arieggiare un po’ la casa madre. Ma in realtà il non discutere di fascismo (e di colonialismo) ha fatto sì che questo non morisse mai, cambiasse solamente pelle. 

Negli anni Cinquanta si rivendica con forza, dopo aver perso le colonie al tavolo di pace, un ritorno in Africa. Di poter essere proprio l’Italia il paese traghettatore della Somalia verso la democrazia. E le Nazioni unite, pur non avendo l’Italia ancora come paese membro (lo sarà solo nel 1955), concedono a uno dei paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, ma con un partito comunista tra i più grandi dell’occidente, quindi da «sedare», di finire in «bellezza» l’avventura coloniale concedendo l’amministrazione fiduciaria italiana della Somalia per dieci anni, 1950-1960. Ritornare ad amministrare la Somalia per le élite repubblicane è una questione di prestigio. Per i giovani somali che sognavano la libertà, e si erano autorganizzati, fu un incubo, che hanno dovuto accettare a torto collo come moneta da pagare per poter essere indipendenti.

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