Adam Tooze è professore di storia alla Columbia University, dove dirige lo European Institute. Tra i suoi diversi studi di storia economica e sociale, in Italia sono stati tradotti Il prezzo dello sterminio (Garzanti, 2008), sull’economia della Germania nazista, e il più recente Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo (Mondadori, 2018). Nei suoi articoli su Guardian, Foreign Policy, Washington Post, London Review of Books e nelle interviste che ha rilasciato a testate di diverse lingue, Tooze è emerso da subito come uno dei più acuti e prolifici commentatori della pandemia, definendola per primo un evento storicamente inedito e cercando di evidenziarne l’impatto economico e sociale. Dalla disoccupazione, all’attivismo delle banche centrali nei mercati finanziari, per continuare con l’analisi delle conseguenze della pandemia nei paesi emergenti e sull’ambiente, Tooze in un’ora di intervista ha messo a fuoco per i lettori di Jacobin Italia alcuni degli aspetti centrali della crisi che stiamo vivendo, per aiutarci a decifrarne non solo i pericoli ma le opportunità di trasformazione.
Già il 25 marzo, sul Washington Post, sottolineavi la natura inedita di questa crisi, che sfugge alle analogie col passato. L’analogia con la guerra è fuorviante, perché si tratta di fermare l’economia piuttosto che di stimolarla, di lasciarla in una specie di «coma farmacologico» per alcuni mesi per ritrovarla in vita alla fine della pandemia. In queste settimane abbiamo scoperto che è più facile fermare l’economia che stimolarla, nonostante gli sforzi per attutire gli effetti di questo blocco siano senza precedenti. Come vauti la risposta a questa crisi, e in particolare il ruolo delle banche centrali?
Mi sembra si stia continuando a sviluppare la storia che abbiamo visto, talvolta in forme drammatiche, dal 2008: le banche centrali assumono un ruolo sempre più importante, non solo nelle classiche modalità di stabilizzatrici dei prezzi, ma in modo molto più aggressivo, come prestatrici, ma anche operatrici, investitrici di ultima istanza, e sostenendo l’apparato fiscale degli stati. Era difficile immaginare qualcosa di più vasta scala, di più drammatico come risorse e rapidità, dell’attivismo della Fed [Banca centrale degli Usa, Ndr], della Bank of Japan, della Banca centrale europea (Bce) dopo il 2008: il Quantitative easing [l’acquisto da parte della Bce di titoli di debito pubblico dei singoli stati detenuti dal sistema finanziario, Ndr] è stato forse il non plus ultra in risposta a quella crisi. Eppure quello che vediamo da marzo è senza precedenti: la quantità di titoli acquistati dalla Fed è notevolissima e mostra una volontà di intrusione nei mercati mai vista prima e una collaborazione strettissima con l’amministrazione Trump. La Bank of England non lo ammetterebbe, ma di fatto fa finanziamento monetario diretto al Tesoro. In pratica gli hanno aperto un conto per prelevare ciò che gli serve, senza doversi affidare al mercato obbligazionario. Ciò fa saltare un tabù che pareva inviolabile, il modello di banca centrale indipendente come àncora della politica economica globale, paradigma generalizzato dalla storia della Bundesbank dopo il 1948, emerso nei tardi anni Settanta con Paul Volcker a capo della Fed, e diventato poi la norma per i banchieri centrali in giro per il mondo. Quello che vediamo è una deviazione storica dal modello degli ultimi quarant’anni di una banca centrale indipendente che ha l’obiettivo minimale di stabilizzare il livello dei prezzi, e la cui indipendenza è definita dalla distanza dalle autorità che regolano la politica fiscale e più in generale dai parlamenti. Tutto ciò è ora messo in discussione perché la visione semplicistica di una banca centrale che stabilizza i prezzi gestendo l’offerta di moneta non potrebbe essere meno rilevante nella situazione corrente e i banchieri centrali ne sono ovviamente consapevoli, anche nei paesi emergenti.
Tra gli effetti più sconcertanti degli avvenimenti di queste settimane c’è l’aumento sbalorditivo della disoccupazione. Negli Usa già a fine aprile i disoccupati sono arrivati a 26 milioni; una situazione simile, ma più graduale grazie a tutele del lavoro leggermente superiori, si sta manifestando in Europa, e ci si aspettano radicali peggioramenti nell’estate. Commentando la situazione di economie informali come l’India, hai scritto che in questi paesi il dramma umano prodotto dalla disoccupazione è incalcolabile. Tutto questo mentre in Michigan l’aumento del tasso di disoccupazione si lega alle proteste della destra che chiede di tornare al lavoro. Si inizia a intravedere una «nuova normalità» fatta di «iper-disoccupazione»? E che tipo di conseguenze sociali potrà avere?
Dopo lo shock anticipato dai mercati finanziari, arriva ciò che gli economisti chiamano la crisi dell’economia reale: della produzione, del lavoro, nei mercati. Assistiamo a sviluppi mai visti prima. Il Michigan ha raggiunto un tasso di disoccupazione del 25% in sei settimane! Nell’Europa del Sud c’è chi convive da anni con una disoccupazione giovanile di quel tipo, ma per uno stato come il Michigan, abituato a una disoccupazione del 4-5%, sperimentare improvvisamente il 25% è assolutamente scioccante. Ho scritto che l’impatto sull’India è stato incalcolabile, ma di recente ho trovato dati che mostrano che il tasso ufficiale di disoccupazione in India è attualmente anche qui del 25%. Si tratta dunque di uno shock drammatico, ma non so se costituisca una nuova normalità, è ancora l’effetto della fase iniziale di lockdown. Man mano che il blocco si allenta, gli effetti macroeconomici stanno appena cominciando a farsi sentire: i consumi hanno appena iniziato ad adeguarsi, gli investimenti non hanno nemmeno avuto la possibilità di farlo. Ma sappiamo l’effetto a catena che innescherà, ad esempio l’economia turistica italiana sarà annientata quest’estate, non ci saranno turisti, città come Firenze vivranno una crisi mai vista prima, vedremo Venezia senza turisti. Sarà affascinante per certi aspetti, ma devastante per altri. È solo l’inizio e non abbiamo un modello per predire come reagiscono gli Usa a 26 milioni di persone costrette a chiedere i sussidi di disoccupazione in sei settimane. Non c’è nessun precedente nella nostra esperienza per questo tipo di shock, è più grande in termini assoluti di qualsiasi altra perdita di posti di lavoro dalla Seconda guerra mondiale, senza contare che è successo in sei settimane. Finché sono in vigore le misure di blocco, la situazione è ragionevolmente calma, la priorità è la salute, c’è una sorta di stordimento collettivo – ma è difficile pensare che rimanga così.

