L’onda nera arriva un po’ alla volta. Giornalisticamente funziona poco, perché serve la notizia, e le notizie sono gli eventi. Ma i grandi cambiamenti storici, soprattutto in un territorio vasto e complesso come quello dell’Unione europea, raramente funzionano per eventi che possiamo cogliere e sintetizzare in un titolo. Da anni, ormai, gli osservatori aspettano il giorno dell’onda nera, quello in cui l’estrema destra, in costante crescita, prenderà finalmente l’Europa. Quel giorno poteva essere ieri, con le elezioni del Parlamento europeo, e non lo è stato. Ma quel giorno, oggi, è più vicino di quanto lo fosse ieri. L’onda nera neanche stavolta è stata talmente dirompente da abbattere gli equilibri politici continentali, ma anche stavolta è cresciuta. Forse il punto è che abbiamo sbagliato metafora: non è un’onda, bensì una marea. Non abbatte la democrazia liberale in un giorno, ma la erode scavandonele fondamenta, a poco a poco, di elezione in elezione.
L’Italia, in questo, si conferma rappresentativa: la destra vince ma non convince, cresce ma non mobilita, Giorgia Meloni esce rafforzata dalle urne tanto quanto Elly Schlein, a danno dei reciproci alleati, primi fra tutti Matteo Salvini e Giuseppe Conte. A sinistra, c’è la bella notizia dell’exploit dell’Alleanza Verdi-Sinistra, che coglie un inatteso successo, portando a Strasburgo l’antifascista detenuta in Ungheria Ilaria Salis, ed è chiamata ora a smentire l’ipotesi di un effimero episodio elettorale frutto di candidature azzeccate, dando gambe e braccia a un vero progetto ecosocialista. A livello europeo, il gruppo della sinistra cala ma non crolla. La risacca dei movimenti nati dopo la grande crisi del 2008, primi fra tutti Podemos e La France Insoumise, è evidente, ma la rappresentanza a livello continentale continua a coprire circa il 5% dei seggi.
Nel frattempo l’astensionismo è al massimo storico con percentuali sotto il 50% degli aventi diritto non solo in Italia, dove ha votato il 49% contro il 56% di cinque anni fa, ma anche in Europa dove l’affluenza rispetto a cinque anni fa è scesa dal 54 al 48%.
La marea nera in Europa
Se il timore, in questa tornata di elezioni europee, era che la maggioranza che oggi regge il Parlamento europeo ed esprime la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, composta da popolari, socialdemocratici e liberali, diventasse minoranza nelle urne, così non è stato. Anzi, numericamente il gruppo popolare esce rafforzato dalle elezioni, e il calo di socialdemocratici e soprattutto liberali (trascinati in basso dal crollo del partito di Macron, Renaissance, in Francia, e dei liberali tedeschi) non mette a rischio i numeri.
Il dato politico, però, è un altro, e non si potrà non tenerne conto. Cresce la destra sedicente «moderata» dei popolari, ma cresce anche la destra conservatrice di Giorgia Meloni e Jaroslaw Kaczyński. Calano i Verdi, pagando lo sgonfiamento del cosiddetto «effetto Greta» che ne aveva sospinto le sorti nel 2019. E crescono soprattutto i nuovi arrivi, i non iscritti ad alcun gruppo europeo, i partiti difficili da incasellare nelle tradizionali famiglie europee.
Due esempi su tutti danno il segno, nettamente a destra, di queste elezioni. Il Rassemblement National di Marine Le Pen è il primo partito in Francia e Alternative für Deutschland è il secondo in Germania dietro alla Cdu, appaiata con i socialdemocratici al governo. Davvero un terremoto politico nel cuore della costruzione europea, in Francia e Germania, può non determinare nulla a livello continentale?
Il presidente francese Emmanuel Macron ha già sciolto il parlamento, convocando nuove elezioni in tempi rapidissimi. Da una parte, potrebbe essere un tentativo di mobilitare a suo supporto l’elettorato democratico, chiamandolo alla riscossa contro il pericolo fascista, un po’ come fatto lo scorso anno da Pedro Sánchez in Spagna dopo la sconfitta alle amministrative. Dall’altra, si potrebbe trattare di un più cinico tentativo di mandare la destra radicale al governo, in coabitazione con la presidenza dello stesso Macron, puntando a logorarla prima delle elezioni presidenziali del 2027. Un tentativo velleitario nel primo caso, un giochino tattico sulla pelle delle persone nel secondo: in ogni eventualità Macron non ne uscirebbe benissimo. A 22 anni dallo storico ballottaggio tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, davvero il fronte repubblicano funziona ancora? Dopo 7 anni di governo Macron, davvero il presidente considera meglio, per il proprio consenso, che governi la destra radicale? Il fallimento dell’operazione Macron di populismo liberal-tecnocratico che polarizza con la destra radicale svuotando i partiti tradizionali, nel medio lungo-periodo, appare evidente.
In Germania, a pagare lo scotto maggiore sono i tre partiti di governo: socialdemocratici, verdi e liberali. Due elettori su tre hanno votato contro il governo guidato da Olaf Scholz. Una mozione di sfiducia che ancora il cancelliere non ha colto come tale, a differenza di quanto fatto da Alexander De Croo, primo ministro liberale belga che ha dato le dimissioni ieri sera. In Germania le due destre, quella democristiano-conservatrice della Cdu e quella xenofoba e ultranazionalista di AfD, sbancano. Non sbanca, invece, Bsw, il nuovo partito dell’ex capogruppo della Linke Sahra Wagenknecht, che si ferma poco sopra il 5%, pur doppiando la stessa Linke: se la scommessa era quella di una nuova sinistra che, moderando le proposte economiche e di classe e inseguendo la destra sul piano dell’immigrazione, recuperasse voti popolari e di massa, contendendoli all’estrema destra, non sembra essere riuscita.
Con questi presupposti, il fatto che numericamente la «maggioranza Ursula» continui a reggere diventa meno significativo. Se, com’è estremamente probabile, tra poche settimane anche la Francia, dopo l’Italia, fosse governata da un partito esterno a questo quadro, e appartenente invece alla destra radicale, davvero a Bruxelles tutto potrebbe restare com’è? La destra radicale non avrà sfondato nel Parlamento europeo, ma governa uno dei tre grandi paesi europei (l’Italia), si appresta a governarne un secondo (la Francia) e cresce a dismisura nel terzo (la Germania). Tanto più che le distanze politiche tra Giorgia Meloni, Marine Le Pen e Ursula von der Leyen sembrano essere ormai poco più che cosmetiche, in una fase in cui l’atlantismo della destra non è in discussione e in cui la governance europea sembra aver messo da parte ogni velleità di transizione ecologica e riforma sociale, costruendo invece il quadro di un agguerrito nazionalismo europeo in cui le diverse anime della destra si possano ritrovare. Del resto, il governo Meloni non dà l’idea di volersi tirare indietro, di fronte all’aria di austerità che già torna a dominare Bruxelles e Francoforte.
Meloni è l’unica capa di governo d’Europa a uscire vincente dalle elezioni europee. Il trend che vede sistematicamente sconfitti gli uscenti in tutta Europa non viene smentito neanche stavolta. La crisi della governance europea prodotta dalla crisi del 2008 e dal successivo rinculo della globalizzazione sembra ben lontana dall’essere risolta. Se Italia e Spagna danno segnali di «normalizzazione» bipolare, e le socialdemocrazie uscite distrutte dalla gestione dell’austerità rialzano la testa in Francia, Grecia e soprattutto Regno Unito, il sistema non sembra aver trovato alcun vero elemento di stabilizzazione. Il divorzio tra rappresentanza e responsabilità che il politologo irlandese Peter Mair indicò nel 2009 come elemento centrale della crisi della democrazia occidentale non è stato ricucito da alcuna delle sfide populiste di diverso genere che hanno segnato la politica europea negli ultimi quindici anni. Continuiamo a consumare leadership a ritmi forsennati, con rapide ascese sull’onda di una sfida all’establishment incapace di redistribuire alla maggioranza della popolazione ricchezza e opportunità, seguite da crolli altrettanto repentini quando le promesse si scontrano con la materialità di una politica in cui redistribuire è diventato maledettamente difficile. E se, come sembra, si sta per aprire una nuova fase di austerità, non c’è da aspettarsi che un acuirsi di questi fenomeni. Sullo sfondo restano la minaccia della guerra e quella della crisi climatica, temi su cui l’establishment europeo ha perso ogni residua credibilità.
Il nuovo bipolarismo in Italia
In Italia, le elezioni europee confermano di fatto l’esito delle politiche di due anni fa, e sarebbe stato strano il contrario, dato che in questi due anni, nel paese, si è mosso ben poco. La destra al 46%, il centrosinistra al 42%: lo schema resta molto più plurale e aperto di quanto un certo racconto mediatico lascerebbe pensare. Fratelli d’Italia (28,8%) e il Partito democratico (24,04%) si rafforzano ai danni dei propri alleati. Anche in assenza di confronto televisivo, le due leader dei due partiti maggiori sono un evidente riferimento per la maggioranza dell’elettorato. Ciò rafforza la presidente del consiglio Giorgia Meloni e mette un freno ai tentativi di delegittimare o addirittura far saltare la segretaria del Pd Elly Schlein, entrambe a capo di partiti in crescita di consensi.
A soffrire è in particolare la Lega (9,1%), che fatica a trovare posto a destra di un governo radicalmente di destra ed è falcidiata dai conflitti interni, soprattutto al nord: ieri addirittura il fondatore e leader storico della Lega, Umberto Bossi, ha dichiarato di votare Forza Italia (9,7%). Ma cala anche il Movimento Cinque Stelle (10%), che, da partito più contiguo all’astensione, subisce la scarsa affluenza al sud. L’impressione, inoltre, è che una parte significativa del successo del M5S alle politiche del 2022, con la rimonta dal 9% al 15% in poche settimane, fosse da ascrivere alla volontà di una parte dell’elettorato di sinistra di votare un polo alternativo al Pd, percepito come schiacciatissimo sull’eredità del governo Draghi. Un Pd sicuramente meno indigeribile a sinistra, dopo l’elezione di Elly Schelin, e un meccanismo elettorale proporzionale e libero da alleanze hanno fatto in modo che una parte significativa di quei voti venisse riassorbita dall’Alleanza Verdi-Sinistra (6,7%), se non direttamente dal Pd.
L’affermazione della lista rossoverde è sicuramente significativa. Si tratta del maggior risultato di una lista a sinistra del Pd, in termini percentuali, dalle politiche del 1996, quando Rifondazione Comunista prese l’8,6%. Ovviamente il paragone è fallace, date sia l’affluenza bassissima di questa tornata (in termini assoluti nel 1996 Rifondazione prese più di 3 milioni di voti, oggi Avs ne prende circa la metà) sia la natura di alleanza tra due partiti che caratterizza questa lista. Ed è evidente che la candidatura di Ilaria Salis, antifascista italiana detenuta in Ungheria, per la quale l’elezione al Parlamento europeo rappresenta la liberazione del regime di arresti domiciliari a cui è sottoposta, ha giocato un ruolo fondamentale nel portare ad Avs sia i consensi di un generico elettorato di centrosinistra che altrimenti avrebbe votato Pd o M5S sia quelli di un mondo più radicale e militante che avrebbe sostenuto la lista pacifista Pace Terrà Dignità (che invece si ferma al 2,2%, lontana dal quorum) o si sarebbe astenuto. In questi termini, il successo di Avs può ricordare un po’ l’exploit – mai più ripetuto a quei livelli – della lista Bonino alle europee del 1999. Ma il dato politico resta: c’è un milione e mezzo abbondante di italiani che si fa rappresentare volentieri da una proposta politica di sinistra ed ecologista, quando ne ha la possibilità, senza vincoli di alleanze. Persone che vogliono il salario minimo, la pace in Ucraina, una transizione climatica giusta, la dignità del popolo palestinese. Il problema è come tradurre tutto ciò in una forza politica che sappia giocarsi le proprie carte alle elezioni politiche, quando invece alleanze e leader fanno la differenza, e soprattutto esistere nella società italiana, con un radicamento che vada oltre la cooptazione di candidati indipendenti. Tra un buon risultato elettorale e una concreta prospettiva ecosocialista passa parecchio. Ma è di certo più difficile realizzarla a partire da esiti elettorali negativi. Oggi in Italia c’è una buona notizia a sinistra, per quanto rischi di essere effimera. Particolarmente interessante è il fatto che la crescita di Avs non sia andata a scapito del suo principale alleato, cioè il Pd: si tratta, anzi, delle uniche due forze politiche cresciute in voti assoluti rispetto alle politiche. L’impressione è che, come già avviene a livello locale, un sistema elettorale con le preferenze valorizzi la capacità di proporre candidature rappresentative di mondi esterni ai partiti. Candidature che, va detto, raramente si trovano, invece, in posizione eleggibile, alle elezioni politiche.
A rendere più divertente il tutto, per chi segue queste elezioni da sinistra, è la débâcle del centro liberale italiano, diviso in due liste per ragioni del tutto personali che dividono i suoi leader Emma Bonino, Carlo Calenda e Matteo Renzi e per questo condannato, nonostante i due milioni di voti presi, a stare fuori dal Parlamento europeo. Uno spettacolo al limite dell’imbarazzante, soprattutto per chi ogni giorno dà lezioni di serietà, responsabilità e competenza contro estremismi e populismi.
Il crinale della sinistra
Il problema della sinistra italiana, d’altra parte, è lo stesso delle altre sinistre europee: come adattarsi a un panorama radicalmente cambiato rispetto alla fase della crisi economica post-2008. Il ciclo della sfida da sinistra al centrosinistra dell’austerità, incarnato da Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e La France Insoumise in Francia, si è concluso da tempo. Da tempo, la sinistra europea non compete più per la guida dei rispettivi paesi o dell’Unione. E, da tempo, l’emersione della destra reazionaria obbliga la sinistra ad alleanze e frontismi non sempre comodi. Il caso spagnolo, in questo senso, è paradigmatico: come abbiamo già avuto modo di scrivere, se il governo di Pedro Sánchez e il suo Psoe sono un’eccezione nella socialdemocrazia europea per capacità di tenuta di fronte all’offensiva della destra, è grazie al contributo dato dalla sinistra, in termini di idee e politiche in grado di generare un consenso sufficiente nella popolazione. Ma questo stesso successo, rafforzando soprattutto il principale attore della coalizione di governo, cioè il Psoe, indebolisce strutturalmente la sinistra, in questo caso addirittura divisa. Se per Podemos, di questi tempi, un 3,3% e l’elezione di due europarlamentari è tutto sommato un successo, che dà la possibilità al partito morado di riaffermare la propria esistenza, tutt’altro che scontata, e la propria centralità a sinistra, per Sumar, la lista della vicepresidente del governo Yolanda Díaz, il 4,7% e la conquista di 3 soli seggi rappresentano un’evidente battuta d’arresto, resa più grave dal fatto che il quarto candidato in lista, escluso, era il rappresentante di Izquierda Unida, di gran lunga la forza principale della coalizione Sumar, nonché la più scontenta di alcune recenti scelte politiche. In generale, la crisi della sinistra spagnola non si arresta, ed è una crisi d’identità: come si partecipa in maniera efficace alla battaglia contro la destra reazionaria senza finire omologati nel centrosinistra?
Non molto diversa la situazione in Francia, dove la sinistra paga la rottura dell’alleanza Nupes, che tante speranze aveva suscitato nelle elezioni legislative del 2022, e la riemersione di un Partito socialista meno allineato a sinistra che nella fase immediatamente precedente. Il tema alle nuove legislative si porrà: che forma assume il fronte contro la destra, in termini elettorali e politici, e come può non essere letale per la sinistra?
La questione non si pone con la stessa forza a livello europeo, dove l’egemonia è saldamente in mano alla destra popolare e dove quindi vedremo ancora una volta la sinistra all’opposizione, qualsiasi sia l’assetto che uscirà dalle trattative tra partiti e governi. Ma dal punto di vista politico è ineludibile. Se la cifra politica della nostra epoca è l’onda nera, capire come dare il proprio contributo per fermarla senza finire omologati nelle stesse politiche mainstream che ne generano il consenso dovrebbe essere la principale preoccupazione di qualsiasi attore politico a sinistra.
*Lorenzo Zamponi, docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore, si occupa di movimenti sociali, partecipazione politica e memoria collettiva.

