Jacobin Italia

L’ordine naturale del mercato

10 Giugno 2021

In passato la violenza di una classe sull’altra era considerata espressione di un ordine naturale. Oggi invece il problema della classe dominante è come sfruttare legittimamente i lavoratori in un contesto democratico

«Il più grande trucco inventato dalla classe dominante è stato convincere il mondo che non esiste». Daniel Finn apre l’editoriale del numero contemporaneo a questo di Jacobin MagThe ruling class – con questa frase che riassume bene il problema principale della classe dominante nell’ultimo secolo: sopravvivere alla democrazia senza perdere il consenso sociale. Fino all’inizio del Novecento, come spiega Finn, il potere della classe dominante era esplicito e spesso schiacciante, epitome di una società gerarchica, in cui la classe lavoratrice era tenuta in condizioni di miseria e sudditanza. A partire dal Novecento, il problema della classe dominante è diventato come mantenere il proprio potere nell’epoca del suffragio universale, delle lotte anti-coloniali, del femminismo e dei sindacati di massa, celando la propria vocazione anti-democratica. 

La ricostruzione della storia anti-democratica della ruling class è un lavoro complicato, che attraversa le epoche e i continenti, portando con sé alcuni tratti comuni, tra cui una profonda fede in un ordine naturale gerarchico e una grande avversione per quella che l’economista tedesco Walter Eucken nel 1932 ha chiamato «la democratizzazione del mondo», quella cultura egualitaria e socialista che rischiava di mettere in pericolo «i valori centrali della civiltà». Poiché è impossibile ripercorrere la storia o la teoria della classe dominante in questa sede, è utile tenere a mente alcuni snodi fondamentali, in particolare come veniva teorizzata all’epoca dell’introduzione del suffragio universale e come agisce oggi, nel momento storico in cui più che mai la sua violenza è organizzata e la sua legittimità è messa in discussione.

È stata proprio la «scuola italiana» di Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca a offrire alcune delle più attente definizioni della classe dominante nella società. È dalla Sicilia che scrive Gaetano Mosca, quando apprezza «l’apparente assurdità» di una riforma che intendeva estendere il diritto di voto alle donne, ai poveri e agli illetterati dell’isola, sostenendo che un tale tentativo di democratizzazione sarebbe stato svuotato di significato dai proprietari terrieri. Esistono al mondo, scrive Mosca in Elementi di Scienza Politica (1896), due classi di persone, quella dei governanti e l’altra dei governati. La classe dei governanti «monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti»; mentre la classe dei governati «è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, più o meno arbitrario e violento». Secondo Mosca, tutte le società sono governate dalla minoranza e questo destino riflette una precisa necessità politica da preservare anche con l’inganno. Per Mosca, del resto, estendere il diritto di voto alle donne e ai meno abbienti significava ingannare il «popolo» ben più di quanto significasse cedergli alcuna reale sovranità. Per certi versi, il punto fondamentale di Mosca è che la minoranza continuerà a governare, in una democrazia esattamente come in una oligarchia. La domanda fondamentale, per Mosca, è «come». Domanda a cui il teorico risponde con il criterio delle «tre C»: con la consapevolezza che i membri della classe dominante hanno dei propri interessi comuni; con la coesione, ovvero con la capacità di agire come «classe» e infine con la cospirazione, la modalità con cui la classe dominante nasconde il proprio dominio al resto della società. 

È utile dire che questi non sono temi nuovi: la divisione della società in classi è un tema dibattuto da secoli, che Marx considerava la condizione stessa di esistenza del capitalismo. È solo in una società divisa in classi, in cui i ricchi detengono la proprietà di tutto, e ai poveri non resta che vendersi per sopravvivere, che sfruttare i poveri e accumulare profitti sulla loro pelle diventa un obiettivo legittimo. Ma a differenza del passato, quando la violenza di una classe sull’altra era considerata espressione di un ordine naturale, nell’ultimo secolo il problema è diventato come consentire alla classe dominante di sfruttare legittimamente i lavoratori in un contesto democratico, attraversato da lotte trasversali per l’eguaglianza. Nel suo libro Retoriche dell’intransigenza (Il Mulino 1991), Albert Hirschman analizza le retoriche che le classi dominanti hanno usato negli ultimi due secoli per arginare le tendenze della democrazia. Per Hirschman, il punto fondamentale è che nelle epoche di reazione, la classe dominante si dota di alcune principali retoriche per reprimere le spinte rivoluzionarie. Queste retoriche richiamano la «futilità» che ritroviamo in Gaetano Mosca, l’idea che nessuna riforma del sistema elettorale e nessun suffragio universale potrà introdurre alcun reale cambiamento nell’ordine naturale della società. Hirschman cita poi la tesi della perversità, in base alla quale ogni defenestrazione della classe dominante scatenerebbe effetti perversi e controproducenti. È questa la tesi di Vilfredo Pareto, per il quale la divisione della società in due classi, quella dei governanti e quella dei governati, è «una legge naturale». L’esistenza di una classe dominante, in questo senso, non è espressione di un’ingiustizia o di un sopruso, bensì l’effetto di un ordine naturale che vede al governo i più ricchi, ovvero quel 20% della popolazione che possiede l’80% delle risorse. Di fatto, con Pareto, vediamo emergere un elemento nuovo e molto importante. Pareto, infatti, conferisce alla cosiddetta «legge 80/20» una forma statistica che ambisce ad avere valore empirico, tramutando così la diseguaglianza sociale in principio universale e in una legge naturale della società.Per Pareto, «la lotta intrapresa da certi individui per appropriarsi della ricchezza prodotta da altri è il grande fatto che domina tutta la storia dell’umanità». Per questo, redistribuire la ricchezza in senso più equo è inopportuno, perché è una legge naturale della societàche a governare siano «i migliori», ovvero i ricchi.

È evidente che nel secondo dopoguerra le retoriche della reazione vengono messe in grande tensione dalle lotte anti-coloniali, femministe e dai sindacati di massa. È qui che la questione dell’invisibilità della classe dominante posta da Finn assume tutta la sua importanza. Quinn Slobodian nel suo illuminante testo The Globalists (Harvard university press 2018), offre due fondamentali elementi per comprendere come è cambiata la classe dominante a partire dagli anni Cinquanta. In primo luogo, Slobodian ricorda come la ruling class si sentisse in pericolo a causa delle lotte anticoloniali che minacciavano di dissolvere la divisione regionale del lavoro e delle lotte socialiste che mettevano in pericolo la stabilità dell’ordine naturale. È utile, qui, ripercorrere le analisi dei primi teorici ordoliberali e neoliberali, inclusa la scuola di Ginevra di Friedrich Hayek, Ludwig von Mises e Wilhelm Röpke, a cui Slobodian dedica molta attenzione, per apprezzare la visione del mondo della classe dominante nel Novecento.

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